«Distopico» è un aggettivo che deriva da distopia, «un futuro indesiderabile, caratterizzato da una società totalitaria, scientista e tecnocratica»[1]. Il presente non può essere al tempo stesso il futuro, e quindi nel nostro sottotitolo c’è un errore, a meno che non vogliamo esprimerci con una sorta di ossimoro particolarmente forzato, o che ci giustifichiamo dicendo che stiamo parlando per l’appunto di fantascienza. È comunque legittimo chiedersi se il sottotitolo sia pertinente.
L’articolo nasce dal desiderio di aggiornare le osservazioni che andiamo facendo sui più interessanti film di fantascienza, a partire dalla riflessione sulla saga di Guerre Stellari[2], della quale è uscito di recente l’ottavo episodio. Ma più che parlare degli «ultimi jedi» – che sfioreremo comunque per un paio di brevi considerazioni –, ci concentriamo sul commento a Blade Runner 2049, sequel del celebre film di Ridley Scott, che ha diviso pubblico e critica sia nel giudizio sulla qualità del film stesso (per alcuni molto bello) sia sui suoi contenuti e significati.
Ma è proprio un futuro?
Il primo Blade Runner era ambientato in un 2019 che ormai sappiamo non rappresenta più la realtà che stiamo vivendo[3]: siamo ancora molto lontani dal colonizzare pianeti di altri sistemi solari e dal creare artificialmente esseri umani superpotenziati in laboratorio[4], ai quali affidare i mestieri che non vorremmo fare e le guerre che non vorremmo combattere. L’immaginario sforzo scientifico e tecnologico non migliora la vita sul pianeta.
L’inquinamento è aumentato; molte specie di animali e di piante sono scomparse; le città tendono a ricoprire tutta la superficie del pianeta; i divertimenti, arricchiti dall’ipertecnologia, non offrono decisive motivazioni per le quali valga la pena di vivere; gli esseri umani parlano dialetti come linguaggi internazionali, ma non si comunicano esperienze sincere e profonde.
In questo scenario di un immaginario 2019, alcuni «replicanti», esseri umani artificiali del tipo «Nexus 6», tornano illegalmente sulla terra, perché la durata della loro vita è di soli quattro anni e vogliono essere aiutati ad allungarla dai loro creatori della Tyrrell Corporation.
Ma non si può modificare un progetto organico artificiale vivente e, in ogni caso, i replicanti vanno eliminati da una squadra di polizia chiamata Blade Runner; cosa che in effetti avviene con due non piccole eccezioni: il poliziotto cacciatore Deckard (Harrison Ford) non riesce a uccidere il capo dei replicanti, Roy (Rutger Hauer), anzi viene salvato da lui mentre sta per precipitare da un grattacielo; Deckard risparmia
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