PRIMO LEVI, «MARTIRE» DELLA «SHOAH»

Quaderno 4006

pag. 390 - 395

Anno 2017

Volume II

ABSTRACT – Trent’anni fa moriva suicida, all’età di 67 anni, Primo Levi.  Era un chimico che soleva definire il suo lavoro «il mestiere di giorno», per distinguerlo dall’altro, quello di notte, consistente in un’attività di scrittura di ciò che gli bruciava drammaticamente nell’intimo. Non si definiva scrittore, perché lo scrivere per lui non era un mestiere, ma un «non-mestiere»: era piuttosto riposo, libertà, riflessione.

Levi aveva 24 anni quando fu recluso nel campo di concentramento di Auschwitz, nel marzo 1944; vi rimase 11 mesi, fino al momento della liberazione. Sopravvissuto agli stenti, alla fame, alle umiliazioni, Levi riuscì a tornare in Italia dopo un tortuoso cammino, una vera odissea attraverso la Polonia, la Russia Bianca, l’Ucraina, la Romania, l’Ungheria e l’Austria: un viaggio poi narrato nel saggio La tregua, del 1963. Al 1947 risale invece il suo capolavoro, Se questo è un uomo, dove egli rievoca la prigionia ad Auschwitz e le atrocità subite nel campo di concentramento.

Un singolare destino avvolse questo libro: rifiutato da diversi editori, fu pubblicato dalla piccola casa editrice De Silva e, al momento dello scioglimento di questa, il testo sembrò cadere nell’oblio. Solo la ristampa, fatta da Einaudi nel 1958, nella prestigiosa collana «Gli Struzzi», ebbe una grande accoglienza e fu tradotta in numerose lingue.

Sebbene Levi abbia scritto altri libri, romanzi e racconti a carattere scientifico, i suoi grandi successi sono rappresentati proprio dalle sue opere autobiografiche, annoverabili tra i capolavori del Novecento.

In esse ha testimoniato al mondo la tragedia di un genocidio unico nella storia dell’umanità. Ma ha anche consegnato alla storia una sfilata di personaggi straordinari che solo circostanze estreme rivelano. Pur essendo le condizioni di vita nel Lager disumane, alcuni ebbero la forza e il coraggio di affermare la propria dignità e di conservare la propria umanità. Testimonianze che l’autore ricorda con dolore e gratitudine.

Alla fine però, Primo Levi, umile testimone del Lager, o meglio «martire» di quell’orrore, non ha saputo resistere alla vergogna di una disumanità che in nessun modo, nei lunghi quarant’anni che seguirono al suo ritorno, gli era stato possibile accettare.

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