«LA PENTECOSTE»: UN BICENTENARIO MANZONIANO

Quaderno 4006

pag. 396 - 398

Anno 2017

Volume II

20 Maggio 2017
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Alessandro Manzoni cominciò a scrivere La Pentecoste il 21 giugno 1817, riprese l’inno due anni dopo e lo rifece dal 17 aprile del 1819 al 26 settembre del 1822. In questo stesso anno, il testo definitivo fu stampato a Milano in 50 copie dall’editore Vincenzo Ferrario. Due secoli, dunque, ci separano dall’inizio della composizione di questo capolavoro dell’innografia italiana[1].

«La Pentecoste»

Tutti i commentatori concordano nel vedere il concetto ispiratore dell’inno nell’avvento dello Spirito di Dio, principio della missione apostolica e dell’universalità della Chiesa, e del rinnovamento spirituale del mondo.

Il vasto disegno dell’inno comprende due parti intimamente congiunte. La prima (vv. 1-48) rievoca la nascita, le vicende e le glorie della Chiesa. La seconda (vv. 81-144) è una preghiera che invoca dallo Spirito la conservazione e la fecondità dei suoi doni nelle varie condizioni delle anime e nei vari stati di vita. Tra le due parti, una serie di strofe (vv. 49-80) conduce il lettore ai tempi e agli effetti della prima evangelizzazione: il ritorno del mondo al vero Dio, l’uguaglianza dei liberi e degli schiavi per il dolore del Salvatore di tutti, la nuova libertà dello spirito umano riconciliato con Dio, gli eroismi della fede e della carità.

L’inno, specialmente nell’ulti­ma fase di elaborazione, risente della profonda meditazione biblica di Manzoni e dell’influsso esercitato su di lui dai grandi scrittori sacri francesi: Bossuet, Massillon, Bour­daloue, Pascal, Nicole. Riguardo a questo influsso, è però da notare che «Manzoni, se derivò ne La Pentecoste concetti e ispirazioni dai citati oratori e moralisti francesi, ne elaborò e rifuse la materia secondo il suo sentimento cristiano, che lo portava, al di là e al di sopra del severo moralismo religioso di quegli scrittori, a meditare e a rappresentare le origini e la missione della Chiesa nel mondo rinnovellato e il dominio dello Spirito di Dio sulle anime e sulle vicende della vita terrena con l’equanime fede e l’alta pietà e il senso d’umanità profonda e pensosa che costituiscono il suo ideale religioso di pensatore e poeta»[2].

Questa «umanità profonda e pensosa» fa sì che Manzoni rappresenti la Chiesa non nella sovrana autorità che le deriva dall’essere stata divinamente istituita, ma nell’essere madre e promotrice del rinnovamento del mondo; e che alla Chiesa guardi meno alla luce delle antiche profezie, dei miracoli e dei dogmi e più alla luce della sua capacità di essere maestra del cuore attraverso la predicazione della Parola, l’apostolato, la preghiera, il martirio.

Ne La Pentecoste, secondo At­tilio Momigliano, l’afflato lirico nasce dalla fede e innalza alla fede, ma senza che il sentimento religioso soverchi la realtà dell’uomo. Questa realtà di miseria è incastonata sullo sfondo commosso dello Spirito, ossia dell’amore con cui Dio vigila sugli uomini e regna sui loro cuori. Tutti gli uomini: cristiani, pagani, spose, schiavi, poveri, infelici, empi, giovani, vecchi. Tutti vivono la propria vita di dolori e di speranze sotto lo sguardo inesauribilmente pietoso di Dio[3].

Non c’è forse studioso degli Inni sacri manzoniani che non abbia osservato come in essi i motivi biblici, pur felicemente scelti, restano citazioni inerti e raramente si ravvivano nell’anima del poeta fino a diventare poesia. Ne La Pentecoste, invece, quei motivi e la fede della Chiesa si compongono in un canto di speranza e di preghiera che colloca nella luce di Dio tutta l’umanità che, come nota Ezio Chiòrboli, aspira a un più alto amore in ogni età e condizione, dall’infanzia alla vecchiaia, dalla culla alla morte, dall’innocenza alla purificazione[4].

La Pentecoste ha creato la Chiesa, e la Chiesa, lungo i secoli, «soffre, combatte e prega», umile e sicura di sé, come padre Cristoforo, e invita ad accettare la sofferenza della vita nello Spirito, senza rinunciare al diritto e al dovere dell’azione e della speranza[5].

Cesare Angelini

La Pentecoste è annoverata da tutti, critici e lettori, tra le massime espressioni del genio manzoniano, accanto al Coro della morte di Ermengarda, al romanzo e al Cinque maggio. Superfluo sottolineare, con il valore poetico, il suo valore ecclesiologico.

Tra i grandi cultori dell’arte manzoniana nel Novecento spicca Cesare Angelini, che fu sacerdote a Pavia, rettore del Collegio Borromeo, caro a Serra, a Croce, a Papini, scrittore di magnifica prosa poetica, finissimo interprete di Manzoni e di altri poeti italiani antichi e moderni. E a lui si deve la critica più originale e sottile a La Pentecoste[6].

«La visione del poeta è sicura: egli sente tutta la maestà della Chiesa cattolica e ne canta la storia in un serrato impeto di strofe, calme eppur travolgenti. Pensiamo talvolta che se il Machiavelli, messi da parte i ferri della politica, avesse rivolta l’austerità dal suo pensamento a chiudere in versi la maestà dell’Impero, ne sarebbe venuto fuori un inno non molto diverso, per intonazione e rilievo e fervor di eloquenza e contratta concinnità.

«Il che ci porta vicini a un altro pensiero: a dire cioè come nella Pentecoste il Manzoni abbia già calato tutto il mondo morale-religioso dei Promessi Sposi, che si risolve soprattutto nell’aderenza all’amore per la povera gente, pei tribolati e gli umili che trovan la lor forza nella rassegnazione e nella preghiera. Si direbbe che la persuasione delicatamente religiosa che il Manzoni ha dell’umana uguaglianza, la sia un’idea mirabilmente fiorita su dalla conversione, anzi, lo spirito stesso del nuovo convertito che sente la religione come uno strumento di elevazione morale; in questo differenziandosi dall’Alighieri che la sentiva piuttosto, e con forza, sotto la specie teologica e dogmatica»[7].

«E la cosa s’illumina anche meglio quando si rifletta — fatto importantissimo — che tutto questo, il Manzoni lo scriveva nel primo quarto di quel secolo decimottavo che tutti, filosofi statisti umanitari, suggerivano i modi per sviluppare i principî dell’ottantanove che si assommavano appunto nella elevazione del popolo.

«Anche il Manzoni porta il suo contributo alla soluzione del problema, facendo vedere come solo la carità derivata, non dalle contaminazioni del secolo, ma dalla pura fonte del Vangelo e disciplinata nel cattolicismo, poteva essere il succo e la linfa da far scorrere entro gli strati dell’umano consorzio per redimerli e farne un mondo di uguali. Anche lui la vuole, questa uguaglianza; ma è intimamente persuaso che gli uomini saranno uguali, se possederanno l’umiltà della vita, cioè se saranno veramente uomini»[8].

Passando poi a giudicare il livello artistico dell’inno, Angelini non lo reputa un capolavoro. È mirabile rispetto agli altri Inni sacri per superiorità logica e compatta fattura costruttiva, oltre che per le immagini bibliche adoperate con tanta efficacia da sembrare nuove; ma, complessivamente, l’inno non è «persuasivamente lirico: è ancor troppo concepito nel peccato retorico». Perché?

«Il disegno è ancora retorico, e lì presente è sempre qualcosa de’ suoi vecchi maestri (Monti è ancora in vista) o, piuttosto, quel suo naturale retorico contro il quale dovrà lottar lungamente prima di spogliarsene affatto. In sostanza, guardate la strofa iniziale dove, se il primo verso (Madre dei Santi…) è d’intonazione così pacata da farvi pensare al principio di un’ode pindarica: – Ottima è l’acqua… –; tutto il resto è poi un cumulo di formole e definizioni messe lì a riem­pire lo schema.

«Dite lo stesso per la seconda strofa; la quale s’apre con un verso grandissimo che dentro vi risuona l’infinito: – Campo di quei che sperano… –, ma poi seguon nuove definizioni e interrogazioni che paion fin troppe, costituendo, più che altro, un insistente fatto oratorio. Sono le pompe del vecchio classicismo a cui il Manzoni, pover’uomo, non ha ancor saputo rinunciare del tutto»[9].

E via di seguito a scoprire nel suo autore prediletto doppioni, frammenti e cascami. Non sarà che su Angelini influiva l’estetica crociana?

 

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[1] Per la storia del testo, cfr Manzoni. La Pentecoste, a cura di L. Firpo, Torino, Utet, 1962.

[2] A. Manzoni, Liriche e la tragedia Adelchi, a cura di N. Busetto, Torino, Sei, 1947, 42 s. Cfr P. Millefiorini, «Manzoni e il giansenismo», in Civ. Catt. 2001 IV 345-359.

[3] Cfr A. Momigliano, Alessandro Manzoni, Messina, Principato, 1929, 213.

[4] Cfr A. Manzoni, Liriche e Adelchi, a cura di E. Chiòrboli, Bologna, Zanichelli, 1967, 39.

[5] Cfr A. Ciccarelli, Manzoni: la coscienza della letteratura, Roma, Bulzoni, 1996, 173.

[6] Cfr C. Angelini, Il dono del Manzoni, Firenze, Vallecchi, 1924, 7-25.

[7] Ivi, 10.

[8] Ivi, 13s.
[9] Ivi, 18.

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