A 10 ANNI DA APARECIDA

Alle fonti del pontificato di Francesco

Quaderno 4006

pag. 338 - 352

Anno 2017

Volume II

20 Maggio 2017
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Il «plus» dello spirito di Aparecida

A 10 anni dallo svolgimento della V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi (Celam), che ebbe luogo nella città brasiliana di Aparecida dall’11 al 31 maggio 2007, vale la pena interrogarsi su quanto essa abbia inciso nella vita del subcontinente e della Chiesa universale.

In questi 10 anni l’America Latina è cresciuta di circa 70 milioni di abitanti, ma sul piano mondiale ha perso peso politico ed economico, a fronte della crescita dell’Asia e dell’Africa. Inoltre, deve confrontarsi con una contrapposizione sociale in cui pare concluso il ciclo dei governi che proponevano una narrazione popolare – per alcuni populista – e comincia quello dei governi che, pragmaticamente, cercano di conquistare il voto di quanti non hanno un’ideologia definita e che sono di solito più della metà dell’elettorato in ogni Paese.

Nel mondo si è dissolta quell’atmosfera ottimistica, sviluppatasi nel dopoguerra, che dava al «centro» la sicurezza di raggiungere il futuro e alla «periferia» l’impazienza davanti alle difficoltà nel raggiungerlo[1]. Oggi ci troviamo di fronte a un mondo più duro (basti pensare ai muri costruiti per tenere lontani gli immigrati) e più scettico rispetto ai progetti inclusivi e a lungo termine. E tuttavia nella Chiesa soffia un vento diverso[2], si respira un’aria fresca e nuova.

È importante notare che quest’aria fresca portata da papa Francesco non è qualcosa di improvvisato o di esclusivamente suo. Ha avuto un precedente in Aparecida, dove il modo di lavoro sinodale incoraggiato dal cardinale Bergoglio, allora presidente della Commissione di redazione del «Documento finale» (AP), suscitò nell’assemblea la maturità umile di un consenso compatto.

Aparecida è stato un vero e proprio avvenimento ecclesiale. E lo diciamo per mettere in risalto l’esperienza – da tutti condivisa, in maggiore o minore misura – che ad Aparecida la realtà è stata «superiore all’idea»[3]: la realtà dell’avvenimento è stata superiore alle idee che sono state discusse, votate, scritte e corrette durante la Conferenza e, più tardi, nella versione finale approvata dalla Santa Sede.

È opportuno sottolineare un particolare: poiché le varie redazioni del Documento circolavano all’interno e all’esterno dell’assemblea[4], è stato e resta possibile confrontare le diverse elaborazioni del Documento finale e vedere quali punti sono stati tolti, aggiunti o modificati[5]. Questo fatto – questa libertà intellettuale di confrontarsi sulle idee – non soltanto non ha tolto autorevolezza al Documento, ma ha accresciuto l’importanza dell’evento nel suo insieme, in cui l’unità – che si è manifestata sia nell’entusiasmo del lavoro in comune sia nelle votazioni[6] – è stata superiore ai conflitti.

Anche coloro che hanno adottato atteggiamenti più critici e hanno segnalato minuziosamente tutti i cambiamenti che sono stati apportati tra il Documento votato e quello approvato, riconoscono che «l’“evento Aparecida”, con tutto ciò che ne è scaturito, anche se più tardi sarebbe stato in parte messo a tacere o controllato, è un segno evidente della vita che germoglia dappertutto. Difficilmente si potrà negare o nascondere che Aparecida sia espressione di un cammino latinoamericano che ha preso avvio a Medellín, si è rafforzato a Puebla, e a Santo Domingo ha semplicemente tirato il fiato»[7].

Sebbene resti aperto il tema del valore teologico e giuridico delle Conferenze episcopali, è innegabile che in America Latina esse hanno sempre avuto quella che potremmo definire «un’autorità pastorale». Fedeli, sacerdoti e vescovi hanno lavorato sui Documenti non appena questi venivano pubblicati. Dalla metà del secolo scorso le Conferenze[8] hanno segnato tappe di consapevolezza e nuovi passi avanti nel cammino del popolo di Dio in America Latina e nei Caraibi. Con l’elezione di papa Francesco, la V Conferenza di Aparecida ha acquisito poi una dimensione non soltanto continentale, ma universale. Non nel senso che «venga esportato un modello latinoamericano, ma che ogni Chiesa assuma la missione nel suo tempo e luogo»[9].

Papa Francesco, nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG), ha dato un nuovo impulso alle Conferenze, riprendendo la visione del Vaticano II (cfr Lumen gentium [LG], n. 23) e auspicando che sia «esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale» (EG 32)[10].

Nel fare memoria di quelle 20 intense giornate, trascorse nel seminterrato del santuario della Madonna Aparecida – dove tutti noi partecipanti potevamo avvertire il peso lieve del popolo fedele di Dio, che camminava e pregava sulle nostre teste e sui nostri dibattiti –, sorge con forza la convinzione di aver vissuto un evento ecclesiale di straordinaria ricchezza, di cui «lo Spirito Santo e noi» – come ha detto Benedetto XVI nella Messa inaugurale del 13 maggio – siamo stati i protagonisti. Un auspicio, quello del Papa, che poi si è rivelato una profezia.

Ad Aparecida c’è stato un «plus pneumatologico». Come ha detto monsignor Víctor Fernández (allora sacerdote e perito della Conferenza, oggi vescovo): «Il grande tema pneumatologico di Aparecida è la missione a cui ci spinge lo Spirito. È la chiamata a uscire da sé, evitando una Chiesa autoreferenziale, tema tanto sviluppato da Bergoglio nelle sue omelie»[11].

Qui vogliamo seguire questa chiave di lettura, che pone l’accento sul «plus» dello Spirito. In realtà, si tratta dell’azione dello Spirito che opera nelle persone – quando due o tre si riuniscono nel nome di Cristo –, più che nei testi.

«Sono venuto perché scriviamo qualcosa che serva ai nostri popoli»

«Sono venuto perché scriviamo tutti insieme qualcosa che serva ai nostri popoli nei prossimi 10 anni». Con questa frase Pedro Gregorio Rivas, agostiniano di Santo Domingo, pose fine a una discussione che era sorta nel gruppo dei religiosi e indirizzò lo sguardo di tutti verso il futuro dei nostri popoli, respingendo la tentazione delle contrapposizioni che si andavano creando tra noi: le stesse che, secondo alcuni, avevano bloccato molti nella Conferenza di Santo Domingo. Alla fine lo schema, discusso e rivisto tante volte, si incentrò su «la vita dei nostri popoli». La seconda parte, quella sui «discepoli missionari», fu collocata tra «La vita dei nostri popoli nel momento presente» (prima parte) e «La vita di Gesù Cristo per i nostri popoli» (terza parte).

Dieci anni dopo, e nel quinto anno di pontificato di papa Francesco, è possibile rileggere la Conferenza di Aparecida a partire da questa concezione della vita – così come essa si presenta[12] – in maniera particolarmente feconda. Se pensiamo a quale grande evento sia stato il Concilio Vaticano II, constatiamo che cinquant’anni dopo stiamo ancora cercando di mettere in pratica molte delle ispirazioni che lo Spirito ha dato ai padri conciliari. I frutti di Aparecida – una Conferenza subcontinentale importante, ma relativamente piccola – si sono estesi alla Chiesa universale e molto oltre le sue frontiere, grazie alla spinta che papa Francesco ha dato a un’evangelizzazione che rende il popolo di Dio, nel suo insieme, «discepolo missionario» (AP 181), come voleva il Vaticano II (cfr AP 398). Questa evangelizzazione si compie «in un effluvio di gratitudine e di gioia» (AP 14), con uno sguardo spirituale che sa discernere un’unica crisi – ecologica e sociale (cfr AP 3.5: la Buona Notizia della destinazione universale dei beni e dell’ecologia) – e una cristologia incarnata che sa vedere Cristo nei poveri (AP 392).

Per quanto riguarda lo svolgimento della Conferenza, facciamo notare il ruolo che il cardinale Bergoglio ha avuto nell’incanalare le tensioni in forma sinodale, in modo che non si polarizzassero e il Documento finale risultasse un documento aperto.

La fonte remota del programma pastorale di papa Francesco

Durante la Conferenza, ogni mattina, la giornata cominciava con una Eucaristia concelebrata, a cui partecipavano le folle dei fedeli che venivano al santuario. Quando, mercoledì 16 maggio, il cardinale Bergoglio concluse la sua omelia in spagnolo, venne applaudito dall’intera assemblea. L’applauso – che non si era mai verificato prima e che non si è ripetuto nelle omelie successive – ha risvegliato in molti la consapevolezza che era stato detto qualcosa di importante e che il popolo fedele di Dio l’aveva capito.

Che cosa aveva detto di speciale quel cardinale argentino, eletto il giorno prima a presiedere la Commissione di redazione, che avrebbe avuto il difficile compito di tradurre in un documento tutto ciò che si sarebbe discusso e deciso ad Aparecida? In quella «omelia applaudita», che il cardinale Bergoglio scrisse di buon mattino, possiamo scoprire, in modo sorprendente, la fonte remota del suo pontificato.

I giornali argentini il giorno dopo fecero notare il termine «eccedenti»[13] che il cardinale Bergoglio aveva usato, leggendo la «Relazione dei vescovi argentini», per descrivere gli esclusi. Ma nell’omelia ci fu molto altro.

A suscitare l’applauso fu un passo che però rimase in sospeso, perché il cardinale si soffermò a descrivere la mite immagine di san Turibio de Mogrovejo, che nel 1606 morì dopo 22 anni di episcopato, di cui 18 trascorsi a percorrere la sua immensa diocesi, mentre un indio suonava il suo flauto tradizionale perché l’anima del suo pastore riposasse in pace. Il passo in questione diceva così: «Non vogliamo infatti essere una Chiesa autoreferenziale, ma missionaria; non vogliamo essere una Chiesa gnostica, ma una Chiesa che adora e prega. Noi popolo e pastori che costituiscono questo santo popolo fedele di Dio, che ha l’infallibilità nella fede, insieme con il Papa, noi popolo e pastori parliamo in base a ciò che lo Spirito ci ispira, e preghiamo insieme e costruiamo la Chiesa insieme, o meglio siamo strumenti dello Spirito che la costruisce»[14].

Possiamo immaginare un ponte che unisce idealmente quest’omelia con la concezione del Vaticano II sul popolo fedele di Dio[15] e con il primo saluto di papa Francesco, quando, chinando la testa, chiese la benedizione al popolo fedele, dopo aver detto: «E adesso, incominciamo questo cammino: vescovo e popolo». Questo ponte si estende alla sua prima Messa con i cardinali, in cui parlò di «camminare» ed «edificare», e continua a estendersi ogni volta che lo Spirito spinge papa Francesco – come ai suoi tempi spinse san Turibio – a uscire verso le periferie e a dialogare con tutti.

Lo Spirito Santo e noi: i cammini di fiducia aperti da papa Benedetto

Alcuni giorni prima, come abbiamo già accennato, nella Messa inaugurale, anche papa Benedetto aveva ricordato lo Spirito con un’espressione originale degli Atti degli Apostoli: «Lo Spirito Santo e noi»[16]. Tuttavia, in quel momento, la frase in cui diceva che «l’annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane, né fu un’imposizione di una cultura straniera»[17] attirò l’attenzione dei media e preoccupò l’assemblea. Nell’Udienza generale del 23 maggio successivo, il Santo Padre però aggiunse pure: «Non è possibile dimenticare le sofferenze e le ingiustizie inflitte dai colonizzatori alle popolazioni indigene»[18].

Erano queste le dinamiche che muovevano e agitavano l’assemblea, insieme alle pressioni di alcuni per «introdurre» temi, e di altri per «farli scomparire». Ma la cosa importante furono le grandi affermazioni con cui Benedetto aprì quella strada che poi la V Conferenza percorse.

Le culture sono aperte

Benedetto XVI affermò che ogni cultura autentica è aperta e non chiusa; che il Vangelo – per quanto possa venire offuscato da strumentalizzazioni di vario tipo – non aliena mai; e che i popoli originari che sono sopravvissuti hanno avuto la sapienza e la grandezza di riuscire a inculturare il Vangelo nel momento stesso in cui respingevano – e continuano a farlo – tutto ciò che ha significato imposizione di strutture antievangeliche. Sono affermazioni che permettono di pensare alla realtà storica e attuale del subcontinente senza cadere nelle ideologie.

Il Documento di Aparecida ha ripreso ciò che Benedetto XVI aveva detto nell’Udienza generale e ha affermato che «il Vangelo è arrivato nelle nostre terre nel clima di un incontro drammatico e impari di popoli e di culture». Ha sottolineato anche che «i “semi del Verbo”, presenti nelle culture autoctone, resero più facile ai nostri fratelli indigeni incontrare nel Vangelo le risposte vitali alle loro più profonde aspirazioni» (AP 4 e 529).

Su questo tema, possiamo notare un grande passo avanti nell’incontro che papa Francesco ha avuto in Chiapas con le comunità indigene di San Cristóbal de las Casas, il 15 febbraio 2016. In quell’occasione egli non ha guardato soltanto al passato ormai acquisito, ma anche al presente e al futuro aperti, e nel suo incontro con le «piccole culture» – come esse si autodefiniscono – ha fatto vedere che, paradossalmente, dopo secoli in cui sono state rifiutate e disprezzate dalle «grandi culture», oggi il mondo ha «bisogno di loro» e della loro «sapienza», che sa trattare, rispettare e amare la nostra sorella madre terra. Il Papa ha detto: «Molte volte, in modo sistematico e strutturale, i vostri popoli sono stati incompresi ed esclusi dalla società. Alcuni hanno considerato inferiori i loro valori, la loro cultura, le loro tradizioni. Altri, ammaliati dal potere, dal denaro e dalle leggi del mercato, li hanno spogliati delle loro terre o hanno rea­lizzato opere che le inquinavano. Che tristezza! Quanto farebbe bene a tutti noi fare un esame di coscienza e imparare a dire: perdono!».

Alla fine della Messa, tre rappresentanti dei popoli indigeni lo hanno ringraziato, dicendogli: «Tu metti il tuo cuore accanto al nostro»; e: «Portaci nel tuo cuore con la nostra cultura, le gioie e i dolori, le ingiustizie…»[19].

L’opzione preferenziale per i poveri è cristologica

Benedetto XVI aveva anche affermato – nel contesto della domanda sulla realtà che include Dio e sulla cultura dell’incontro ­­– che «l’opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9)»[20]. Il Documento di Aparecida ha sviluppato il punto 8.3 proprio in base a questa frase di Benedetto XVI: «Questa opzione nasce dalla nostra fede in Gesù Cristo, il Dio fatto Uomo, che si è fatto nostro fratello (cfr Eb 2,11-12). Essa, tuttavia, non è né esclusiva né escludente[21]. Se questa opzione è implicita nella fede cristologica, tutti noi cristiani, in quanto discepoli e missionari, siamo chiamati a contemplare, nei volti sofferenti dei nostri fratelli, il volto di Cristo che ci chiama a servirlo in loro: “I volti sofferenti dei poveri sono il volto sofferente del Signore”» (AP 292-293).

Non c’è bisogno di portare molti esempi per mostrare la chiara opzione preferenziale per i poveri sostenuta da papa Francesco. È bene però ricordare – di fronte ai tentativi di minimizzare il magistero di Francesco, quando viene detto che egli si dedica «al sociale» – che questa opzione è cristologica, come ha affermato Benedetto XVI. Ogni volta che papa Francesco parla dei poveri sta facendo cristologia. Una cristologia del genere più elevato e incarnato, perché chi non confessa Cristo venuto nella carne non è dallo Spirito. Il senso del povero è l’essenza del cristianesimo, come affermava sant’Alberto Hurtado.

Lo Spirito Santo e la questione del soggetto

Non meno fondamentali della questione delle culture e di quella dei poveri sono stati, a nostro parere, l’invocazione iniziale di Benedetto XVI allo Spirito Santo e il voto di fiducia per la Conferenza e per il suo modo sinodale di procedere, quando, nella Messa d’inaugurazione, ha pronunciato queste parole: «I capi della Chiesa discutono e si confrontano, ma sempre in atteggiamento di religioso ascolto della Parola di Cristo nello Spirito Santo. Perciò alla fine possono affermare: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi…” (At 15,28). Questo è il “metodo” con cui operiamo nella Chiesa, nelle piccole come nelle grandi assemblee. […] “Lo Spirito Santo e noi”. Questo è la Chiesa: noi, la comunità credente, il Popolo di Dio, con i suoi Pastori chiamati a guidarne il cammino; insieme con lo Spirito Santo»[22].

In quella Messa Benedetto XVI ha parlato anche della gioia di dare spazio alla Parola e del discernimento comunitario. Questi temi riguardano la questione del soggetto ecclesiale – «lo Spirito Santo e noi, il popolo di Dio» – e sono rimasti impressi nell’assemblea in modo del tutto particolare.

Il Documento di Aparecida e l’«Evangelii nuntiandi»

Il cardinale Bergoglio ha sempre fatto notare come Aparecida si sia conclusa attingendo alle fonti dell’Evangelii nuntiandi (EN). Diceva nel 2008, parlando ai sacerdoti: «Colpisce che, nel redigerla [l’Esortazione finale], Aparecida compia un salto indietro di trent’anni fino a uno dei documenti del Magistero più belli e vigorosi: l’Evangelii nuntiandi, e che la sua ultima frase sia “recuperiamo il coraggio e l’audacia degli apostoli”»[23].

In un’intervista recente, papa Francesco ha affermato: «L’Evangelii gaudium, che è nel segno della pastoralità che vorrei dare alla Chiesa oggi, è un’attualizzazione dell’Evangelii nuntiandi di Paolo VI. È un uomo che ha anticipato la storia. […] Ha seminato cose che poi la storia è andata raccogliendo. L’Evangelii gaudium è una mescolanza dell’Evangelii nuntiandi e del Documento di Aparecida. Cose che sono state elaborate dal basso. L’Evangelii nuntiandi è il miglior documento pastorale postconciliare e non ha perso attualità»[24].

In realtà il Documento di Aparecida non soltanto si chiude, ma si apre anche con l’Evangelii nuntiandi, e la cita altre sei volte in alcuni punti chiave, individuando delle sfide poste a soggetti concreti.

I discepoli missionari come servitori della gioia del Vangelo

Nell’Introduzione del Documento di Aparecida la missione della Chiesa viene delineata in sintonia con «l’impegno evangelizzatore» con cui si apre l’Evangelii nuntiandi: «l’impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo» come «un servizio» (EN 1) alla comunità e all’umanità. Il Documento di Aparecida specifica che «questo è il servizio migliore – il suo servizio! – che la Chiesa deve offrire alle persone e alle nazioni» (AP 14). Pertanto, formare discepoli missionari che compiano tale servizio con «amore, zelo e gioia sempre maggiori» (EN 1) è «la sfida fondamentale», il «tesoro» della Chiesa: «Non abbiamo altri tesori […], non abbiamo altra gioia o priorità» (AP 14).

Nell’impostazione del primo capitolo[25] si può riconoscere la difesa, da parte del cardinale Bergoglio, dello sguardo spirituale che è stato mantenuto all’inizio del Documento e che si è tradotto nel riposo contemplativo di coloro che si apprestano a «guardare la realtà come discepoli missionari di Gesù Cristo» (AP 20). Una mozione dell’ultima ora aveva proposto di cambiare l’ordine e di cominciare con lo sguardo «crudo» (così si diceva) della realtà. Alcuni «chiedevano di togliere i numeri che precedevano l’osservazione della realtà e che erano una breve azione di grazie, e insistevano che si passasse subito al “vedere”. Il cardinale Bergoglio rispose che era meglio mantenere un breve sguardo spirituale prima di presentare la realtà per indicare il modo di questo sguardo[26]. In 96 votarono per l’opinione del presidente della Commissione di redazione e in 30 per la proposta presentata»[27].

Qualcuno ha fatto notare che al cardinale Bergoglio «era sembrato troppo forte entrare direttamente con uno sguardo sulla real­tà, e per questo aveva anteposto una specie di dossologia (lode a Dio)»[28]. Paradossalmente, tuttavia, questo sguardo spirituale comporta il coraggio e l’audacia spirituali propri del Regno. In seguito, molti hanno sottolineato quello che si è cominciato a chiamare «il tono» o «la musica di Aparecida».

Crediamo che questa non sia una questione secondaria, ma che riguardi il «soggetto» che ascolta, che guarda, che ringrazia e che poi discerne e agisce in maniera concreta[29]. Nello sguardo spirituale riconosciamo il soggetto che loda il Padre e confessa Cristo: «lo Spirito Santo e noi, il popolo di Dio», come ha detto Benedetto XVI. Questo sguardo dei discepoli missionari è lo stesso dei piccoli in Matteo 11,25, e ha il compito di insegnare «ai sapienti e ai dotti» come guardare bene. Con questo sguardo la Chiesa può offrire il servizio di «scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo», come afferma la Gaudium et spes, al n. 4.

Si evita così il pericolo di guardare e giudicare le cose dalla prospettiva di quel «soggetto anonimo» di cui aveva parlato Guardini[30]: un soggetto anonimo caratterizzato dalla tendenza a discutere cose astratte, che non si incarnano nella vita della gente. Lo sguardo evangelico, al contrario, nella misura in cui si riaccende con la lode, rimane nella freschezza originaria della fede. Questa visione permette di armonizzare, dalla prospettiva pastorale, sia lo sguardo scientifico sia quello dogmatico.

Possiamo notare come oggi sia proprio su questo aspetto – che favorisce il modo sinodale di procedere, il «gioioso dare spazio alla Parola» e il «discernimento comunitario», dei quali aveva parlato Benedetto XVI nel suo discorso inaugurale ad Aparecida – che papa Francesco insiste particolarmente, nonostante alcune opposizioni.

Il finale del Documento di Aparecida riprende quello dell’Evangelii nuntiandi[31], esortando i discepoli missionari: «Ritroviamo, perciò, “il fervore dello spirito. Conserviamo la dolce e confortante gioia d’evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime”». Segue l’importante menzione dei soggetti, i santi evangelizzatori: «Sia questo per noi – come lo fu per Giovanni Battista, per Pietro e Paolo, per gli altri Apostoli, per una moltitudine di straordinari evangelizzatori lungo il corso della storia della Chiesa – uno slancio interiore che nessuno, né alcuna cosa potrà spegnere». Il compito dunque è quello di formare evangelizzatori: «Recuperiamo il coraggio e l’audacia degli Apostoli» (AP 552).

Il tema dei «discepoli missionari» occupa tutta la seconda parte del Documento finale. Così come era posto nel Documento di lavoro e nel primo schema, si sarebbe potuto fermare alla descrizione di un discepolo ideale. Invece, il discepolato missionario è rimasto nel Documento, ma «decentrato», al servizio della vita[32]. Nell’ambito di questo discepolato, il Documento di Aparecida mette in risalto il ruolo dei laici. Cita due volte l’Evangelii nuntiandi per parlare della loro missione specifica, che «si realizza nel mondo» (AP 210; 282-283) e che non deve in alcun modo clericalizzarsi[33]. E, in questo contesto, tratta in modo particolare (cosa non comune nei documenti della Chiesa) il tema della «responsabilità dell’uomo e padre di famiglia» (AP 9.6).

I popoli come soggetti dell’evangelizzazione della propria cultura

Il Documento di Aparecida affronta la questione dei processi e dell’accompagnamento nella formazione dei discepoli missionari[34]. Lo fa mostrando la «complessità dell’azione evangelizzatrice» (cfr EN 17), che deve rinnovare l’umanità non come «una tinteggiatura superficiale», ma in maniera vitale, in profondità e fino alle sue stesse radici, cioè la cultura e le culture dell’uomo nel senso ricco e ampio che questi termini rivestono nella Gaudium et spes (cfr GS 53-54)[35].

Nell’Evangelii gaudium papa Francesco fa un passo ulteriore, perché dice – sempre citando la Gaudium et spes – che «la grazia suppone la cultura», non soltanto la natura: «L’essere umano è sempre culturalmente situato: “natura e cultura sono quanto mai strettamente connesse” (cfr GS 53). La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve» (EG 115).

È a proposito del tema della pietà popolare che si possono meglio apprezzare la continuità e lo sviluppo che collegano l’Evangelii nuntiandi, il Documento di Aparecida e l’Evangelii gaudium. Paolo VI si riferiva a «quella realtà che si designa spesso oggi con il termine di religiosità popolare». Parlava di «una nuova scoperta» e della sua valorizzazione. Ne riconosceva i «limiti», ma anche la «ricchezza di valori», ed esortava a «esservi sensibili, saper cogliere le sue dimensioni interiori e i suoi valori innegabili» (EN 48). Il Documento di Aparecida riprende quest’ultimo punto – «coglierne le dimensioni interiori» e compie un passo avanti, quando parla di «mistica popolare» (AP 262) e di «spiritualità popolare» (AP 263).

L’Evangelii gaudium presenterà chiaramente la «spiritualità e mistica popolare» come una forza evangelizzatrice propria del popolo di Dio, che è, come un tutto, «il soggetto dell’evangelizzazione» (EG 110 s). «I diversi popoli nei quali è stato inculturato il Vangelo sono soggetti collettivi attivi, operatori dell’evangelizzazione. Questo si verifica perché ogni popolo è il creatore della propria cultura e il protagonista della propria storia» (EG 122).

Riassumendo i contributi di Paolo VI e di Benedetto XVI ad Aparecida, l’Evangelii gaudium mette in risalto la «forza evangelizzatrice della pietà popolare», affermando che «si tratta di una vera “spiritualità incarnata nella cultura dei semplici”» (EG 124, cfr AP 263). Questa «cultura dei semplici» è la cultura trasversale del popolo di Dio presente in tutti i popoli del mondo, capace di inculturare il Vangelo a partire da qualcosa – la povertà e semplicità di spirito – che è lievito di tutte le diverse culture. Dal modo in cui una cultura tratta i suoi poveri si può riconoscere il suo «umanesimo», e questo è un valore etico comune in mezzo a tutte le differenze «estetiche».

L’umanità come soggetto che ha cura della madre terra e dei poveri

Infine, notiamo brevemente che come l’Evangelii gaudium ha tradotto in programma apostolico le intuizioni che il Documento di Aparecida aveva ripreso da Paolo VI – presentando la «gioia del Vangelo» come un elemento essenziale –, così la preoccupazione ecologica del Documento di Aparecida (in quel caso, per l’Amazzonia e per l’Antartide) è stata il seme dell’Enciclica Laudato si’.

Lo sguardo di adorazione e di lode del Creatore ha permesso di collegare due temi che coloro che governano l’unica crisi in corso fanno di tutto per tenere separati: i poveri e la cura del pianeta. Lo sguardo spirituale della Laudato si’ – che non è un’Enciclica «verde», ma piuttosto «sociale» – deve essere capace di discernere, cioè di vedere nella questione ecologica il problema sociale, e nei poveri la cristologia.

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[1].     Questa speranza in una pienezza dei tempi posta al termine del cammino ha alimentato sia le teorie dello sviluppo sia quelle rivoluzionarie (cfr T. Halperín Donghi, Historia contemporánea de América Latina, Madrid, Alianza Editorial, 2005, 8).

[2].     Cfr C. M. Galli, «El viento del sur de Aparecida a Río. El proyecto misionero latinoamericano en la teología y el estilo pastoral de Francisco», in De la misión continental (Aparecida, 2007) a la misión universal (Río de Janeiro y «Evangelii gaudium» 2013), Buenos Aires, Docencia, 2014, 61-119

[3].     Cfr Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 231.

[4].     Il regolamento non lo prevedeva, ma era consentito che i vescovi si facessero consigliare, per esempio, da persone di Amerindia (un gruppo di teologi, consultori dei vescovi, nato nel 1978 in vista della Conferenza di Puebla), attiva in un hotel adiacente alla Conferenza.

[5].     Cfr E. de la Serna, «Comparación entre la 4ª redacción del Documento final de Aparecida, última aprobada por la asamblea y la versión oficial aprobada por la curia romana», in www.curasopp.com.ar/posaparecida/d05.php

[6].     Il Documento finale fu approvato per intero con il 97,5% dei voti a favore (127 voti favorevoli, 2 contrari e una scheda bianca). Nella votazione per parti, la maggioranza dei paragrafi ha ricevuto più di 125 voti a favore e alcuni hanno totalizzato 133 voti.

[7].     E. de la Serna, «Aparecida, un acontecimiento eclesial latinoamericano», in Vida Pastoral, n. 267 (2007).

[8].     La prima Conferenza è stata a Rio (Brasile, 1955). Da essa nacque il Celam. La seconda Conferenza si è tenuta a Medellín (Colombia, 1968) e ha portato il Concilio Vaticano II in America Latina.  Il documento ha avuto il nihil obstat di Paolo VI. La terza Conferenza ha avuto luogo a Puebla (Messico, 1979) e, tra l’altro, ha recepito l’Esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii nuntiandi (1975); ha posto l’accento sull’inculturazione del Vangelo e sull’evangelizzazione della cultura. La quarta Conferenza si è svolta a Santo Domingo (1992). Le tensioni sorte in quell’occasione fecero prospettare la possibilità di non indire altre Conferenze. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ne hanno invece sostenuto la prosecuzione alla maniera latinoamericana, e questo poi ha portato alla quinta Conferenza, quella di Aparecida.

[9].     C. Galli, «La teología pastoral de “Evangelii gaudium” en el proyecto misionero de Francisco», in Teología 114 (2014) 37 s

[10].    Il corsivo è nostro. Cfr C. Schickendantz, «Le conferenze episcopali», in A. Spadaro – C. Galli (eds), La riforma e le riforme nella Chiesa, Brescia, Queriniana, 2016, 347 s.

[11].    V. M. Fernández, «El estilo de Aparecida y el cardenal Bergoglio», in Communio, 21 dicembre 2013; cfr www.communio-argentina.com.ar

[12].    Papa Francesco dice spesso che «la vita la si deve prendere da dove viene, è come il portiere nel calcio: prende il pallone da dove lo buttano. Viene di qua, viene di là…» (Francesco, Discorso durante la visita alla manifestazione «Villaggio per la terra», 24 aprile 2016).

[13].    Cfr S. Premat, «Advirtió Bergoglio sobre el pecado social», ne La Nación, 17 maggio 2007; cfr www.lanacion.com.ar

[14].    J. M. Bergoglio, Omelia, Aparecida, 16 maggio 2007 (tr. it. in Id., Nei tuoi occhi è la mia parola, Milano, Rizzoli, 2016, 548-550. La relazione del cardinale Bergoglio ad Aparecida si trova nello stesso volume, alle pp. 537-547).

[15].    «Tutta la Chiesa è missionaria, e l’opera evangelizzatrice è un dovere fondamentale del Popolo di Dio» (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, n. 59, in cui si cita Ad gentes, n. 35).

[16].    Benedetto XVI, Omelia nella Messa di inaugurazione della V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi, 13 maggio 2007.

[17].    Id., Discorso inaugurale, Aparecida, 13 maggio 2007, n. 1.

[18].    Id., Udienza generale, 23 maggio 2007.

[19].    Cfr A. Spadaro – D. Fares, «Il “trittico americano” di papa Francesco», in Civ. Catt. 2016 I 486 s.

[20].    Benedetto XVI, Discorso inaugurale, cit., n. 3.

[21].    Corollari analoghi sono stati aggiunti dopo l’approvazione del Documento e hanno provocato tensioni (cfr E. de la Serna, «Comparación…», cit.).

[22].    Benedetto XVI, Omelia nella Messa di inaugurazione…, cit.

[23].    J. M. Bergoglio, Il messaggio di Aparecida ai presbiteri, Villa Cura Brochero, 11 settembre 2008, n. 11 (tr. it. in Nei tuoi occhi è la mia parola, cit., 666 s). Cfr anche J. M. Bergoglio, «Pastori del popolo, non chierici di Stato. Il messaggio di Aparecida ai presbiteri», in Civ. Catt. 2013 IV 3-13.

[24].    Francesco, Entrevista a «El País», 22 gennaio 2017; cfr A. Caño – P. Ordaz, «El peligro en tiempos de crisis es buscar un salvador que nos devuelva la identidad y nos defienda con muros», in El País, 22 gennaio 2017 (cfr www.internacional.elpais.com).

[25].    Il primo capitolo è intitolato «I discepoli missionari» e si sviluppa in tre punti: 1) Azione di grazie a Dio; 2) La gioia di essere discepoli e missionari di Gesù Cristo; 3) La Chiesa ha la missione di evangelizzare.

[26].    In quell’occasione Bergoglio disse che quella mattina era in gioco qualcosa di importante. La sua esposizione, a bassa voce, aveva il tono di chi era convinto di mostrare una verità senza enfasi soggettiva e invitava l’assemblea a decidere.

[27].    V. M. Fernández, Aparecida. Guía para leer el Documento y crónica diaria, Buenos Aires, San Pablo, 2007, 157.

[28].    E. de la Serna, «Informes diarios desde Aparecida», in www.curasopp.com.ar/Aparecida/m01.php#31

[29].    Cfr J. E. Scheinig, «Nueva evangelización y Pastoral urbana», in www.pastoralurbana.com.ar/web/jorge-scheinig.php

[30].    Cfr M. Mosto, «El poder. Homenaje a Romano Guardini a 40 años de su fallecimiento», in Sapientia 65 (2009) 195-202. Disponibile in www.bibliotecadigital.uca.edu.ar

[31].    EN 80.

[32].    «Gesù presenta come valore supremo la vita in Dio». Cfr EN 80.

[33].    Paolo VI diceva: «Il loro compito primario e immediato non è l’istituzione e lo sviluppo della comunità ecclesiale – che è il ruolo specifico dei Pastori –, ma è la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo» (EN 70).

[34].    I discepoli missionari devono «“raggiungere la statura della vita nuova in Cristo, identificandosi profondamente con Lui” (EN 19) e con la sua missione. [Questo] richiede un lungo cammino, fatto di itinerari diversificati, rispettosi dei processi personali e dei ritmi comunitari, continui e graduali» (AP 281).

[35].    Il Documento di Aparecida fa riferimento alla Gaudium et spes anche nel capitolo 10, «I nostri popoli e la cultura».

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