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  4. Il «Magnificat» e Lutero
Maria Martin Lutero

Il «Magnificat» e Lutero

Giancarlo Pani

6 Maggio 2017

Quaderno 4005

foto: Miguel Hermoso Cuesta

In una recente biografia su Lutero, lo storico Heinz Schilling  ha ricordato la devozione del Riformatore verso Maria, Madre di Gesù, e la sensibilità teologica per il tema mariologico, dimenticato in seguito dai suoi seguaci. Schilling descrive, tra i lavori compiuti da Lutero nel 1521, il commento al cantico della Vergine: egli «terminò l’interpretazione del Magnificat tratto da Luca 1,46-55, il canto di lode della Madre di Gesù, che gli stava molto a cuore. Contrariamente alle successive svalutazioni di Maria da parte degli epigoni, il Riformatore stesso vedeva in lei la quintessenza dell’essere umano eletto per libera grazia di Dio, scelta non per i propri meriti, ma come “semplice serva”. Maria era per lui, in certo qual modo, l’archetipo biblico dell’elezione per grazia»[1].

È noto che i protestanti non pregano e non venerano la Madre di Dio, eppure Lutero ha scritto un commento al Magnificat che è uno dei suoi capolavori: lo traduce in tedesco e lo illustra proprio nel 1520, anno cruciale della sua vita, perché è il periodo dell’elaborazione dei testi programmatici della Riforma[2]. Sempre nel drammatico anno 1520, papa Leone X, comminandogli la scomunica con la bolla Exsurge Domine,gli imponedi ritrattare dai suoi scritti, entro 60 giorni, una serie di proposizioni; in caso contrario, il monaco dovrà essere condotto a Roma per il giudizio. Allo scadere dei giorni della notifica, il 10 dicembre 1520, Lutero brucia i libri di diritto canonico, e insieme una copia della bolla papale, nell’immondezzaio della città.

Purtroppo le vicende collegate alla minaccia di scomunica impediscono al Riformatore di portare a termine il commento: la dedica risale al 10 marzo 1521; qualche giorno dopo sarebbe iniziato il viaggio per comparire davanti all’imperatore nella Dieta di Worms.

Dopo la conclusione dell’interrogatorio davanti a Carlo V, in cui si rifiuta di ritrattare quanto ha scritto nei suoi libri, Lutero ottiene il salvacondotto per tornare a Wittenberg, ma durante il viaggio viene rapito e scompare nel nulla. In realtà, si tratta di un rapimento simulato su ordine del principe elettore Federico il Saggio, il quale vuole proteggere il monaco, docente della sua Università. Lutero è segregato nel castello della Wartburg, una fortezza inaccessibile della Selva Turingia, dove non può comunicare con nessuno. Egli ha così tutto il tempo per riprendere a scrivere: conclude l’esegesi del salmo del Buon Pastore, termina il commento al Magnificat e invia il manoscritto a Spalatino perché lo dia alle stampe

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Il «Magnificat» e Lutero

Giancarlo Pani

Scrittore emerito de La Civiltà Cattolica.


6 Maggio 2017

Quaderno 4005

  • pag. 236 - 248
  • Anno 2017
  • Volume II

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Maria Martin Lutero

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