FILM IN BIBLIOGRAFIA: BALLO A TRE PASSI

Quaderno 3684

pag. 625

Anno 2003

Volume IV

a cura di V. FANTUZZI

Ballo a tre passi (Italia, 2003). Regista: SALVATORE MEREU. Interpreti principali: D. Casula, P. Arba, M. Carboni, C. Ducey, G. Loddo, R. Bergo, Y. Abecassis.

Merita di essere osservato con attenzione un fenomeno che, con un termine oggi di moda, può essere definito emergente. Tra i film apparsi da poco sugli schermi ce ne sono quattro, tutti «opere prime», dovuti ad altrettanti registi sardi: La destinazione di Piero Sanna (cfr Civ. Catt. 2003 III 103 s), Arcipelaghi di Giovanni Columbu, Pesi leggeri di Enrico Pau e Ballo a tre passi di Salvatore Mereu, del quale ci occupiamo. I quattro film sono stati girati in Sardegna e trattano problemi, oggi più che mai attuali nell’isola, che scaturiscono dal confronto a volte drammatico tra usanze provenienti da una cultura di antica origine e l’irrompere della modernità.

Tra le caratteristiche comuni a questi registi c’è la scelta di un punto di vista che comporta una presa di posizione allo stesso tempo estetica e morale. L’essenzialità del linguaggio cinematografico è messa al servizio di storie che riprendono temi tradizionali, collocandoli fuori dalle semplificazioni fuorvianti di un’ottica importata dall’esterno. Sanna, Columbu, Pau e Mereu parlano di quello che sta loro a cuore e lo fanno senza ombra di ostentazione nell’uso del mezzo cinematografico, ma cercando, per quanto è possibile, di cogliere le cose nel momento stesso in cui accadono davanti ai loro occhi.

Il film di Mereu è diviso in quattro episodi che hanno il nome delle stagioni. La primavera è dei bambini. Cinque monelli di un paese dell’interno della Sardegna (Desulo nel Gennargentu), approfittando del camion del papà di uno di loro, che va a caricare sabbia, compiono il primo viaggio della loro vita verso ciò che non hanno mai visto: il mare. La scoperta è tale anche per lo spettatore che vede apparire la massa liquida e assolata, di un azzurro che farebbe invidia a Matisse, tra le alte dune di sabbia di Porto Pino. Natura incontaminata come lo è la coscienza dei ragazzini. Gli occhi di uno di loro si riempiono a un certo punto di lacrime per l’emozione che trabocca di fronte a tanta folgorante bellezza.

L’estate parla della giovinezza. Michele è un pastore che vive isolato con le sue pecore sulle montagne del Supramonte. Il regista lo vede come l’ultimo rappresentante di un’antica civiltà, quella della pastorizia nomade e transumante, ora in rapida estinzione. Un fine settimana Michele si reca con lo scooter alla spiaggia, dove un suo amico lavora in un ristorante, per portargli il formaggio. La spiaggia rigurgita di turisti che, con quattro soldi in tasca, pensano di poter comprare tutto quello che vedono. Siamo agli antipodi rispetto allo sguardo innocente dei bambini dell’episodio precedente. L’amico presenta a Michele una giovane turista francese discesa dal cielo pilotando un piccolo aeroplano. L’incontro tra la francesina disinibita e il rude pastore ha risvolti imprevedibili per entrambi.

L’autunno ci conduce verso l’età matura. Francesca (interpretata dalla brava attrice israeliana Yael Abecassis, già protagonista di due film di Amos Gitai: Kodash e Alila) è una suora che ottiene il permesso di tornare al paese per partecipare alle nozze della nipote. Il padre di Francesca, Ziu Predu, è capo di una famiglia patriarcale. Rimasto vedovo, sente che la figlia maggiore, pur essendosi consacrata a Dio, deve prendere il posto della madre in una circostanza nella quale la famiglia si presenta a ranghi compatti. «Cosa avete detto alla Superiora per convincerla a lasciarmi venire?», chiede la figlia al padre. «Ho detto che c’era bisogno di te a casa. Lo sanno anche loro che tua madre non c’è». A contatto con la ritualità della vita familiare, diversa ma non in contraddizione con quella che regola la vita del convento, Francesca adempie il suo dovere di figlia con la stessa incantevole soavità con la quale espleta normalmente le mansioni di religiosa.

L’inverno è la stagione della vecchiaia, della solitudine e della morte. L’ultimo episodio del film parla di un uomo anziano che vive da solo in un appartamento in città. Nessuno lo saluta. I suoi vicini non si accorgono nemmeno che lui esiste. Soltanto una volta al mese, dopo aver riscosso la pensione, può permettersi un incontro a pagamento con una ragazza che lo fa addormentare con un canto accompagnato dalla fisarmonica. La sera in cui il pensionato chiude gli occhi per sempre, Mereu gli regala un sogno dal sapore felliniano, nel quale il morente incontra non soltanto coloro che ha conosciuto nel corso della vita, ma anche tutti i personaggi che compaiono negli altri episodi del film.

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