CONVERSAZIONE CON IL CARDINALE SCHÖNBORN SULL’«AMORIS LAETITIA»

Quaderno 3986

pag. 130 - 152

Anno 2016

Volume III

Più volte Papa Francesco ha affermato che il card. Christoph Schönborn ha colto bene e correttamente comunicato il significato dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia.

Per questo il nostro direttore lo ha intervistato in una conversazione ampia e distesa. Emergono tutti i temi fondamentali del documento magisteriale. In particolare viene chiarita la situazione di coloro che non riescono a realizzare oggettivamente la nostra concezione del matrimonio e a trasformare il loro modo di vita secondo quella esigenza.

Dal dialogo appare che con questa Esortazione il Papa esercita «il suo ruolo di pastore, di maestro e di dottore della fede», e che con essa l’insegnamento della Chiesa fa «un passo ulteriore» nell’approccio al matrimonio e alla famiglia.

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Conversare con il cardinale Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna, significa creare uno spazio di riflessione che richiede calma e attenzione. In lui la lucidità della riflessione si unisce alla profondità spirituale. In questo senso risponde al carisma dell’Ordine dei Predicatori, che è ben riassunto nel motto dell’Aquinate Contemplata aliis tradere, «trasmettere agli altri le cose che si sono contemplate». E la nostra conversazione è stata questo: una trasmissione e una condivisione non di tesi astrattamente intellettuali o di scuola, ma di ragionamenti verificati nella preghiera. Anche il tono e il ritmo della conversazione hanno rispecchiato questa dimensione contemplativa.

Il Cardinale ha presentato il testo dell’ Amoris laetitia (AL) durante la conferenza stampa ufficiale, l’8 aprile 2016, presso la Sala Stampa della Santa Sede. Successivamente lo stesso Papa Francesco, in una conferenza stampa sul volo di rientro a Roma da Lesbo, il 16 aprile 2016, ha affermato che l’Arcivescovo di Vienna aveva colto bene e correttamente comunicato il significato dell’Esortazione. Il Pontefice ha ribadito questo stesso giudizio altre volte in pubblico. Dunque le parole del Cardinale sul documento assumono un peso specifico.

Avevo già intervistato il Cardinale per La Civiltà Cattolica alla vigilia del Sinodo Ordinario dell’ottobre 2015[1]. Come allora, anche questa volta la nostra conversazione si è sviluppata con incontri nella sede della rivista e con scambio di testi[2].

Eminenza, quali sono stati i suoi sentimenti leggendo l’«Amoris lae­titia»? Che cosa ha provato?

Questo testo di Papa Francesco mi ha colpito per la sua semplicità e il suo sapore di Vangelo. La sua freschezza mi ha ricordato il suo primo «Buona sera!», detto in piazza San Pietro al momento della sua elezione. È un testo capace di accogliere. Mi colpisce nella lettura anche la bontà del Buon Pastore che raggiunge le famiglie nel loro concreto vivere, ricordando che, con tutte le loro speranze e le loro imperfezioni, esse sono il luogo dell’amore, la porta attraverso cui la fraternità e l’amicizia entrano nel mondo, un segno della fedeltà incrollabile di Dio alla sua Alleanza.

Come giudica lo sguardo presente nelle pagine di questo testo? Come viene inquadrata la realtà della famiglia?

Il linguaggio dell’ Amoris laetitia è un linguaggio di complicità: apre un dialogo vivo con il lettore, che si sente capito, compreso. Per questo è un testo facile da leggere. Si sente che c’è una gioia profonda nel meravigliarsi dinanzi alla bellezza della vita coniugale e familiare. Sa essere molto realista. E certamente non manifesta allarmismo: non c’è ossessione per casi critici e situazioni complesse. Francesco scrive delle realtà della nostra epoca, dei rischi, delle sfide, di tutte queste grandi sofferenze con una profonda compassione per il vissuto e senza cadute né nel rigorismo né nel lassismo. Qui il Papa è un padre che dimostra fiducia e spinge alla fiducia: è un pastore che fa affidamento sulla grazia come sulle coscienze.

Alcuni hanno parlato dell’ «Amoris laetitia» come di un documento minore, quasi di un’opinione personale del Pontefice senza pieno valore magisteriale. Che valore ha questa Esortazione? È un atto del magistero? Questo sembra evidente, ma in questi tempi è bene precisarlo, per evitare che alcune voci creino confusione tra i fedeli, affermando che non lo è…

È evidente che si tratta di un atto di magistero: è una Esortazione apostolica. È chiaro che il Papa qui esercita il suo ruolo di pastore, di maestro e di dottore della fede, dopo avere beneficiato della consultazione dei due Sinodi. Penso che — senza dubbio alcuno — si debba parlare di un documento pontificio di grande qualità, di un’autentica lezione di sacra doctrina, che ci riconduce all’attualità della Parola di Dio. L’ho letto molte volte, e ogni volta colgo la finezza della sua composizione e una quantità sempre maggiore di dettagli ricchi di insegnamento. Nell’Esortazione non mancano passaggi che esplicitano il loro valore dottrinale in maniera forte e decisa. Lo si riconosce dal tono e dal contenuto dell’enunciazione, posti in relazione all’intenzionalità del testo. Ad esempio, quando il Papa scrive: «Domando con insistenza…», «Non è più possibile dire…», «Ho voluto prospettare con chiarezza a tutta la Chiesa…», e così via. L’ Amoris laetitia è un atto del magistero che rende attuale nel tempo presente l’insegnamento della Chiesa. Così come noi leggiamo il Concilio di Nicea alla luce del Concilio di Costantinopoli, e il Vaticano I alla luce del Vaticano II, così ora dobbiamo leggere i precedenti interventi del magistero sulla famiglia alla luce del suo contributo. Siamo portati in modo vitale a distinguere la continuità dei princìpi della dottrina nelle discontinuità di prospettive o di espressioni storicamente condizionate. È la funzione propria del magistero vivente: interpretare autenticamente la Parola di Dio, scritta o trasmessa.

L’ hanno sorpresa alcune cose? Altre l’hanno fatta riflettere? Ha dovuto rileggere più volte alcuni passaggi?

Sono stato felicemente sorpreso dalla metodologia. In questo ambito delle realtà umane, il Santo Padre ha fondamentalmente rinnovato il discorso della Chiesa, certamente nella linea della Evangelii gaudium, ma anche della Gaudium et spes, in cui i princìpi dottrinali e le considerazioni degli uomini del tempo presente sono in continua evoluzione. C’è una disponibilità profonda ad accogliere la realtà.

Questa disponibilità ad accogliere la realtà è una forma di fiducia…

Noi osiamo uno sguardo che non rinuncia all’ideale o al patrimonio dottrinale, ma che ha il coraggio di guardare le famiglie come esse sono, non come proiezioni dell’immaginario. La certezza che Dio ama, cerca, attrae ciascuno con tenerezza e sempre offre una nuova possibilità, provoca un’enorme fiducia. È un’altra caratteristica del documento: l’amore dà fiducia. A volte, scrive Francesco, la luce accesa da Dio va riconosciuta dietro l’oscurità, come la brace che arde ancora sotto le ceneri.

Questo sguardo così aperto alla realtà, e dunque alla fragilità, secondo Lei può nuocere alla forza della dottrina?

Assolutamente no. La grande sfida del Papa è proprio quella di dimostrare che questo sguardo capace di apprezzare, permeato di benevolenza e di fiducia, non nuoce affatto alla forza della dottrina, ma fa parte della sua colonna vertebrale. Francesco percepisce la dottrina come l’oggi della Parola di Dio, Verbo incarnato nella nostra storia, e la comunica ascoltando le domande che si pongono nel cammino. Rifiuta invece lo sguardo di ripiegamento su enunciazioni astratte, separate dal soggetto che vive testimoniando l’incontro con il Signore che cambia la vita. Lo sguardo astratto di tipo dottrinario addomestica alcune enunciazioni per imporre la loro generalizzazione a una élite, dimenticando che chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio, come disse Benedetto XVI nella Deus caritas est.

Qual è dunque la chiave di lettura di questa Esortazione?

Riflettendoci, mi sono reso conto che lo sguardo del Buon Pastore, che attraversa l’intero documento, ci consegna anche una delle chiavi di lettura. Permette di scoprire nell’accoglienza dei più poveri, dei più fragili, il paradigma del modo in cui noi accogliamo nella Chiesa le fragilità o le situazioni difficili. L’attenzione dedicata tanto ai migranti quanto alle persone con disabilità nell’ Amoris laetitia è un segno dello Spirito. Entrambe le situazioni sono paradigmatiche: mettono specialmente in gioco il modo in cui si vive oggi la logica dell’accoglienza misericordiosa e dell’integrazione delle persone fragili e, nello stesso movimento, parla anche della dipendenza degli anziani e delle famiglie schiacciate dalla miseria. Si coglie in Francesco una grande ammirazione per tutte quelle virtù che si vivono ogni giorno nelle situazioni di grave difficoltà. Lo sguardo della fede viva vi percepisce la carne di Gesù. I poveri, dunque, gli forniscono la chiave. Questo sguardo non toglie nulla alla chiarezza dell’insegnamento ecclesiale, ma, al contrario, gli dona il diritto di cittadinanza come luce su questo cammino in cui Cristo ci precede unito ai più piccoli. Come Francesco ricorda all’inizio, la Parola di Dio non si mostra come una sequenza di tesi astratte, bensì come una compagna di viaggio. Questo sguardo della fede sul concreto e questa attenzione ai più deboli nel cammino sono senz’altro le chiavi che ci permettono di aprire lo scrigno dell’ Amoris laetitia.

Papa Francesco rimprovera chi, mosso da un atteggiamento di difesa, spreca energie pastorali moltiplicando gli attacchi contro un mondo decadente, dando prova di scarsa attitudine nel proporre cammini di felicità. Si può davvero dire che alcuni ministri del Vangelo e alcuni pastori finiscono per parlare più della bruttezza del peccato che della bellezza della salvezza. Il Papa sembra insistere su una pastorale positiva, accogliente…

È vero, il Papa ci chiama a un’autocritica pastorale e ci segnala, strada facendo, le grandi tentazioni ideologiche — pelagiane, come peraltro ha detto — che possono farci smarrire di fronte al reale. Prima di denunciare, bisogna annunciare e accompagnare, stimolare la crescita e consolidare l’approfondimento. Tutta la dinamica dell’ Amoris laetitia consiste nel mostrare che nulla incoraggia di più il vero amore del credere all’amore. C’è una grande vena pedagogica: è l’attrazione del bene che motiva e che dà la forza di camminare su questa strada dove il Padre ci attira, ci cerca, qualunque sia la situazione in cui siamo. Siamo allora molto distanti da una pastorale di difesa, in cui il male diventa un’ossessione che volta le spalle alla presenza del «Testimone fedele e verace» (Ap 3,14).

Questa pastorale positiva mi appare oggi quanto mai importante. Il Papa insiste molto sulla crescita, sulla maturazione, sul piccolo passo avanti…

La pastorale positiva è l’accompagnamento nel cammino della crescita, il fermento che fa lievitare la pasta. Si sente questa gioia di un padre che, nelle situazioni difficili, percepisce il piccolo passo che è stato possibile, e che forse è costato un grande sforzo, uno sforzo più grande rispetto a qualcuno che vive la propria situazione familiare in condizioni molto favorevoli. È il senso della «legge della gradualità», evocata da san Giovanni Paolo II quando ha affermato che l’essere umano conosce, ama e compie il bene morale secondo tappe di crescita. Egli avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio e delle esigenze del suo amore definitivo e assoluto nell’intera vita personale e sociale dell’uomo. Dunque, dobbiamo essere attenti «al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità» (AL 308).

Anche la pastorale positiva è un modo di esporre la dottrina?

Esattamente. Anche la pastorale positiva è un modo di esporre la dottrina in maniera dolce, collegandola alle motivazioni profonde delle donne e degli uomini. Tutta la dottrina è espressa, ma in maniera fresca e nuova, leggibile da un grande pubblico. È una bella illustrazione di ciò che san Giovanni XXIII aveva detto all’apertura del Concilio: le verità sono immutabili, ma il modo di dirle e di proporle deve rinnovarsi. C’è un vero rinnovamento.

Colpisce nell’ «Amoris laetitia» l’insistenza con la quale il Papa afferma che nessuna famiglia è una realtà perfetta e precostituita. Perché invece noi abbiamo la tendenza a essere eccessivamente idealisti quando parliamo del rapporto di coppia? Non si tratta forse di un idealismo romantico che rischia di cadere in una forma di platonismo?

La Bibbia stessa ci presenta la vita familiare non come un idea­le astratto, ma come un’«opera artigianale», come scrive il Santo Padre. Lo sguardo del Buon Pastore si rivolge a persone e non a nozioni che sono presenti per giustificare, in un secondo tempo, la realtà della nostra speranza. Separare queste nozioni dal mondo in cui si incarna la Parola significa in effetti esporsi a «sviluppare una morale fredda da scrivania» (AL 312). A volte abbiamo parlato di matrimonio in modo talmente astratto che non ha nulla di attraen­te. Il Papa è molto chiaro, nessuna famiglia è una realtà perfetta: essa è costituita da peccatori; essa è in cammino. Per me si tratta del fondamento dell’intero documento. Questo modo di vedere non appartiene al secolarismo, all’aristotelismo opposto al platonismo, credo che sia piuttosto il realismo biblico, quello sguardo sull’uomo che ci dà la Scrittura.

Il linguaggio utilizzato in questa Esortazione è molto sorprendente: è un linguaggio quotidiano, normale, leggibile. Il testo sembra rivolgersi a tutti. Penso, ad esempio, alla fenomenologia dell’erotismo…

La sessualità si adatta ben poco alle astrazioni. Nei capitoli centrali dell’Esortazione, dedicati alla crescita dell’amore, Papa Francesco parla con molto realismo e freschezza delle passioni, dell’affettività, dell’erotismo, della sessualità. La dimensione erotica dell’amore, il desiderio, il piacere donato, il piacere ricevuto… sono tutti elementi di una fenomenologia dell’erotismo che l’Esortazione integra con molti argomenti alla visione cristiana del matrimonio, che non si riduce alla sua finalità riproduttrice. L’unione sessuale degli sposi è presentata come una «via di crescita nella vita della grazia» (AL 74).

Qui c’è un passo ulteriore rispetto al passato, mi pare…

Giovanni Paolo II, con la sua teologia del corpo e la sua visione della famiglia immagine della Trinità, aveva portato un’innovazione rispetto a una tradizione quasi unanime che rifiutava di vedere l’immagine di Dio nell’uomo al di fuori della sua anima. Con Papa Francesco ritengo che l’insegnamento della Chiesa faccia un passo ulteriore, approfondendo un approccio al matrimonio e alla famiglia non più dall’alto, ma dal basso, con questo sguardo amante della realtà che abbraccia anche tutte le gioie e le passioni dell’uomo, per mostrarne l’apertura a ciò che Dio vuole realizzare come sua immagine nella coppia e nella famiglia.

Il capitolo sull’educazione dei figli mi sembra chiarire il significato complessivo dell’Esortazione. Lì si parla del padre e della madre, ma forse anche della Chiesa madre e della paternità spirituale dei suoi ministri. «L’ ossessione non è educativa, e non si può avere un controllo di tutte le situazioni in cui un figlio potrebbe trovarsi a passare», scrive il Papa. Lui stesso aveva affermato, già nell’intervista che gli feci nel 2013, che la Chiesa non deve essere ossessionata dai temi morali a scapito del «kerygma», dell’annuncio della morte e della risurrezione di Cristo per me. E il Papa prosegue affermando che l’importante «è generare nel figlio, con molto amore, processi di maturazione della sua libertà, di preparazione, di crescita integrale, di coltivazione dell’autentica autonomia». Per analogia, si potrebbe applicare questo principio alla preoccupazione che la Chiesa madre prova per tutti i suoi figli, che essa educa nella fede e alla fede? In che modo?

Ammiro questa finezza di Papa Francesco, che fa precedere il capitolo sulla pastorale delle situazioni difficili da quello sull’educazione. Getta una luce sulla prassi pastorale della Chiesa e sul paziente realismo richiesto dall’amore: proporre piccoli passi che possono essere compresi, accettati e apprezzati. Abbiamo la chiave del capitolo 8. Ciò che Papa Francesco dice della famiglia, piccola Chiesa, lo dice della Chiesa. Nella famiglia come nella Chiesa, né il laisser faire, né l’ossessione permettono di suscitare processi di maturazione e di crescita, che sono tutti processi di liberazione, magnetizzati dal bene che attira e che per un cristiano ha un nome. È importante, in questo «processo che va dall’imperfezione alla maggiore pienezza», che ciascuno «possa arrivare a scoprire da sé l’importanza di determinati valori, principi e norme, invece di imporgliele come verità indiscutibili» (AL 264). Francesco lo aveva affermato precedentemente, in una magnifica citazione di sant’Ignazio tratta dagli Esercizi: «Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare interiormente le cose» (AL 207). Lo dice anche san Tommaso sulla legge nuova, che è una legge inscritta nel cuore.

Sembra di cogliere una sintesi tra spiritualità ignaziana e tradizione tomista. Lei stesso ha detto nella presentazione ufficiale in Vaticano che l’ «Amoris laetitia» ha due padri nobili: Ignazio di Loyola e Tommaso d’Aquino.

Sì, l’Esortazione, a mio avviso, è radicata in Ignazio e Tommaso. Abbiamo qui l’esposizione di una morale che si ispira alle grandi tradizioni ignaziana (discernimento della coscienza) e domenicana (la morale delle virtù). Voltiamo le spalle alle morali dell’obbligo, che nel loro estrinsecismo generano al tempo stesso lassismo e rigorismo, per riallacciarci alla grande tradizione morale cattolica e, attraverso di essa, integrare tutto l’apporto del personalismo.

Lo chiedo al domenicano: abbiamo bisogno delle virtù?

Ne abbiamo bisogno, perché il bene colto dallo spirito metta radici in noi e possa essere colto come bene per noi… la prudenza, il retto giudizio, il buonsenso che deriva da tutta una catena di elementi che si sintetizzano nella persona, al cuore della sua libertà… le concezioni inadeguate che condizionano la libertà… le tendenze e le ferite dell’infanzia… l’ Amoris laetitia è il grande testo di morale che aspettavamo dai tempi del Concilio e che sviluppa le scelte già compiute dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) e dalla Veritatis splendor. Probabilmente solo un gesuita poteva onorare con tanto acume e lucidità l’alchimia del singolare e dell’universale, del condizionamento e della norma nella dinamica dell’atto morale. Mi colpisce vedere fino a che punto Papa Francesco abbia toccato il nocciolo della morale tomista parlando della morale di amicizia. Si tratta davvero del gioco di due libertà che s’incontrano. Tutto il dinamismo dell’amicizia non può dipendere dall’obbligo esteriore, ma dall’esigenza interiore. È l’esigenza dell’amore a orientare il cammino dell’ Amoris laetitia. Nulla è più esigente dell’amore. Si può seguire una legge dall’esterno, senza mettervi il cuore, solo per obbligo. Mentre non si può vivere l’amore di amicizia senza che sia pienamente messa in gioco la libertà.

Tra le voci critiche qualcuno ha detto che questa Esortazione sembra cadere nell’«etica della situazione» e nella «gradualità della legge». Credo che il Papa non proponga assolutamente di assumere la nostra debolezza come criterio per stabilire ciò che è bene e ciò che è male. Tuttavia, egli sottolinea una progressione nella conoscenza, nel desiderio e nella realizzazione del bene: tendere alla pienezza della vita cristiana non significa fare in modo astratto ciò che è più perfetto, ma ciò che è concretamente possibile. Che ne pensa? Come rispondere a queste accuse?

Dietro a una chiara oggettività del bene e della verità, l’Esortazione evidenzia il progresso nella conoscenza e nell’impegno a compiere il bene dell’uomo «in via». L’invito alla sequela Christi, nel quotidiano della famiglia e del matrimonio, permetterà concretamente alla regola di divenire esigenza dell’amore man mano che cresce. È l’intera esperienza della vita cristiana. Ci troviamo all’opposto di una morale della situazione, in cui la norma è sempre percepita come estrinseca all’atto compiuto: essa si colloca al livello dei princìpi generali a profitto esclusivo, nella gerarchia dei valori, dei valori della personalità. In una morale della situazione il soggetto si affranca dalla norma oggettiva, considerata in maniera astratta, a vantaggio di un pragmatismo di circostanza. Ci troviamo in un sistema a doppia verità morale: l’ideale e l’esistenziale. In una morale delle virtù, sottolineata dal Catechismo della Chiesa Cattolica, la morale e i suoi princìpi si ritrovano nell’azione sotto condizionamento della prudenza e non della conoscenza teorica. «La verità sul bene morale, dichiarata nella legge della ragione, è praticamente e concretamente riconosciuta attraverso il giudizio prudente della coscienza» (CCC 1780). La giustezza morale di tale atto concreto include inseparabilmente la ricerca della norma oggettiva che si applica alla complessità del mio caso — che non è mai così semplice come lascerebbe supporre un’analisi astratta dell’atto esteriore — e il radicamento delle virtù che portano a compiere il bene percepito. Si tratta del punto nodale della delucidazione dei rapporti tra oggettivo e soggettivo che le morali dell’obbligo come le morali della situazione non sanno onorare.

Stiamo parlando della centralità della «prudenza» di cui parla Tommaso…

A differenza di una morale della situazione, in cui la coscienza si regola sull’autonomia della persona, e di una morale dell’obbligo, in cui la coscienza è semplice registrazione di una norma astratta imposta dall’esterno, nella morale cattolica esposta nel Catechismo della Chiesa Cattolica «la prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene» e «guida immediatamente il giudizio di coscienza». Proprio «grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare» (CCC 1806). È in funzione di ciò che io sono e del contesto in cui mi trovo che il discernimento prudenziale ricerca, giudica, sceglie ciò che gli pare giusto e retto in un caso concreto. Si tratta proprio di una norma oggettiva, ma della norma oggettiva che corrisponde alla singolarità del mio caso nel cercare e amare il vero e il bene. «Quando ascolta la coscienza morale l’uomo prudente può sentire Dio che parla», leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1777).

Nel dinamismo di questa ricerca e di questo radicamento, caratteristico della nostra vita di crescita verso una «verità tutta intera», è possibile individuare fattori che possono spiegare una non colpevolezza in relazione al non rispetto oggettivo di una norma o quantomeno una netta diminuzione della imputabilità…

Sì, è così. In questo percorso di crescita sussistono fattori che possono spiegare che è possibile non essere soggettivamente colpevoli, se non rispettiamo oggettivamente una norma. Oppure è possibile che l’imputabilità sia fortemente diminuita. Lo leggiamo sempre nel Catechismo, del resto: «L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali» (CCC 1735). Tutte cose che influenzano «la piena consapevolezza» o «il pieno consenso» (CCC 1859) e, dunque, possono minare la percezione hic et nunc della portata o della centralità della norma.

Dunque, in questo senso Papa Francesco risponde alla tradizione della Chiesa…

Con quello che dice Papa Francesco sulla coscienza, ci troviamo proprio all’interno della grande tradizione ecclesiale, arricchita da una percezione personalista dell’unicità di ogni atto libero.

Sono incuriosito dal fatto che il Papa parli delle situazioni irregolari mettendo l’aggettivo tra virgolette e facendolo precedere dall’espressione «cosiddette». Secondo Lei, questo ha un significato particolare?

Il fatto rilevante di questo documento è che esso supera le categorie di «regolare» e «irregolare». Non ci sono, in modo semplicistico, da un lato i matrimoni e le famiglie che funzionano, che vanno bene, mentre le altre non vanno bene. Francesco parla di questa realtà che riguarda tutti: siamo viatores, siamo in cammino. Siamo tutti soggetti al peccato e tutti abbiamo bisogno della misericordia. Nella più ortodossa delle situazioni, l’appello alla conversione è tanto reale quanto quello in una situazione irregolare. È solo in un secondo momento che occorre parlare di peccato, di fallimento, di ferite che toccano la realtà familiare. Egli ripete spesso: le situazioni «dette irregolari». Non si tratta affatto di relativismo, ma al contrario egli è molto chiaro sulla realtà del peccato. Francesco non nega che ci siano situazioni regolari o irregolari, ma va al di là di questa prospettiva per mettere in pratica il Vangelo: chi tra voi non ha mai peccato scagli la prima pietra.

Qual è il messaggio profondo presente in questo superamento delle categorie di «regolare» e «irregolare»?

Non si tratta di mettere sullo stesso piano tutte le situazioni senza distinzione, ma di esprimere un messaggio fondamentale: al di là di ciò che è regolare e irregolare, siamo tutti mendicanti della grazia. So personalmente, per la situazione della mia stessa famiglia, quanto sia difficile questa distinzione per coloro che provengono da una famiglia patchwork. Il discorso della Chiesa può ferire. Con l’ Amoris laetitia qualcosa cambia nel discorso ecclesiale. Papa Francesco ha posto il suo documento sotto il segno di una frase guida: si tratta di integrare tutti, perché si tratta di una compassione fondamentale del Vangelo. «Si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia che sia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre — scrive Francesco —, perché questa non è la logica del Vangelo!» (AL 297).

Questo principio continuo dell’inclusione certamente preoccupa alcuni. Questa Esortazione non favorisce forse un certo lassismo, un trascurare l’insegnamento ecclesiale, la perdita di riferimenti?

Il Papa non lascia intravedere alcun dubbio sull’insegnamento della Chiesa e, per evitare qualsiasi interpretazione deviata, ricorda che «in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza» (AL 307). Ma afferma pure, usando parole forti, che «è meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano» (AL 304). Non dobbiamo essere meschini…

E soprattutto i pastori non possono e non devono esserlo!

Francesco afferma che un pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni «irregolari», come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. A volte, purtroppo, persino gli insegnamenti della Chiesa nascondono cuori chiusi e atteggiamenti meschini. Per questo il Santo Padre esige una «salutare azione di autocritica» e ci spinge tutti, senza distinzione, a percorrere una via caritatis con sobrio rea­lismo, che incarnerà passo dopo passo il Vangelo della famiglia. Su questo cammino la dottrina diviene a poco a poco luce, man mano che siamo catturati dalla persona di Gesù.

Il Pontefice, ascoltando i Padri sinodali, ha preso coscienza del fatto che non si può più parlare di una categoria astratta di persone, come quella dei «divorziati risposati» o altre ancora, né racchiudere la prassi dell’integrazione in una regola del tutto generale.

Sul piano dei princìpi, la dottrina del matrimonio e dei sacramenti è chiara. Papa Francesco l’ha nuovamente espressa con grande chiarezza comunicativa. Sul piano della disciplina, il Pontefice tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete e ha affermato che non ci si doveva aspettare una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi. Sul piano della pratica, di fronte alle situazioni difficili e alle famiglie ferite, il Santo Padre ha scritto che è possibile soltanto un nuovo incoraggiamento a un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, «poiché “il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi”, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi» (AL 300). Egli aggiunge in modo molto chiaro e senza ambiguità che il discernimento riguarda anche la vita «sacramentale, dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave» (AL, nota 336). Precisando, del resto, che «la coscienza delle persone dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa» (AL 303), in particolare in un colloquio «col sacerdote, in foro interno» (AL 300).

Dopo questa Esortazione, dunque, non ha più alcun senso la domanda se, in generale, tutti i divorziati risposati possono o non possono accedere ai sacramenti…

Esistono la dottrina sulla fede e i costumi, la disciplina fondata sulla sacra doctrina e la vita ecclesiale, ed esiste la prassi condizionata personalmente e comunitariamente. L’ Amoris laetitia si colloca a questo livello molto concreto della vita di ognuno. Esiste un’evoluzione chiaramente espressa da Papa Francesco nella percezione da parte della Chiesa degli elementi condizionanti e attenuanti che sono propri della nostra epoca. Si legge: «La Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti. Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. I limiti non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma. Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere valori insiti nella norma morale o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa. Come si sono bene espressi i Padri sinodali, possono esistere fattori che limitano la capacità di decisione» (AL 301).

Ma questo orientamento era del resto già contenuto in qualche modo anche nel famoso paragrafo n. 84 della «Familiaris consortio», che Francesco più volte riprende, scrivendo: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni»…

Infatti, san Giovanni Paolo II distingueva alcune situazioni. Per lui, c’è differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati ingiustamente, e coloro che invece hanno distrutto con colpa grave un matrimonio canonicamente valido. Poi ha parlato di coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido. Ognuno di questi casi, dunque, costituisce l’oggetto di una valutazione morale differenziata. Sono tanti punti di partenza differenti in una partecipazione sempre più profonda alla vita della Chiesa, alla quale tutti sono chiamati. Giovanni Paolo II presuppone già in modo implicito che non si possa dire semplicemente che ogni situazione di un divorziato risposato sia l’equivalente di una vita nel peccato mortale separata dalla comunione d’amore tra Cristo e la Chiesa. Apriva dunque la porta a una comprensione più ampia passando per il discernimento delle differenti situazioni che non sono oggettivamente identiche, e grazie alla considerazione del foro interno.

Mi sembra dunque che questa tappa rappresenti un’evoluzione nella comprensione della dottrina…

La complessità delle situazioni familiari, che supera di gran lunga ciò che era abituale nelle nostre società occidentali ancora qualche decennio fa, ha reso necessario uno sguardo più sfumato sulla complessità di queste situazioni. Ancora meno di prima la situazione oggettiva di una persona non racconta tutto di una persona davanti a Dio e davanti alla Chiesa. Questa evoluzione ci conduce in modo vitale a ripensare ciò a cui noi miravamo quando parlavamo delle situazioni oggettive di peccato. E ciò implicitamente comporta un’omogenea evoluzione nella comprensione e nell’espressione della dottrina. Francesco ha fatto un passo importante obbligandoci a chiarire qualcosa che era rimasto implicito nella Familiaris consortio, sul legame tra l’oggettività di una situazione di peccato e la vita di grazia di fronte a Dio e alla sua Chiesa e, come logica conseguenza, l’imputabilità concreta del peccato. Il cardinal Ratzinger ce lo aveva spiegato negli anni Novanta: non si parla più automaticamente di situazione di peccato mortale in casi di nuova unione. Mi ricordo che nel 1994, quando la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva pubblicato il suo documento sui divorziati risposati, avevo domandato al cardinal Ratzinger: «Forse che la vecchia prassi data per scontata e che ho conosciuto prima del Concilio, quella di vedere in foro interno con il proprio confessore la possibilità di ricevere i sacramenti a condizione di non creare scandalo, è sempre valida?». La sua risposta fu molto chiara, come le affermazioni di Papa Francesco: non esiste una norma generale che possa coprire tutti i casi particolari. Tanto è chiara la norma generale, quanto è chiaro che essa non può coprire tutti i casi in modo esaustivo.

Pertanto, la dinamica dell’integrazione adesso approfondita da Francesco era già presente nella «Familiaris consortio»…

Francesco ha proseguito in questa direzione facendo un passo in avanti rispetto a Giovanni Paolo II. L’evoluzione presente nell’Esortazione è principalmente la presa di coscienza di un’evoluzione oggettiva, quella dei condizionamenti propri delle nostre società. È un più ampio inserimento nel discernimento degli elementi che sopprimono o attenuano l’imputabilità e nel discernimento di un cammino oggettivamente significativo verso la pienezza del Vangelo. Anche se questo non è ancora l’ideale oggettivo, tale non-colpevolezza accompagnata da piccoli passi verso ciò a cui siamo chiamati non è poco allo sguardo del Buon Pastore. Siamo al cuore stesso della vita cristiana. Questo processo dinamico ha oggettivamente un valore significante che conviene prendere in considerazione in un discernimento permeato di misericordia, quando si tratta di porsi la questione dell’aiuto sacramentale della Chiesa.

Il Papa afferma che «in certi casi», quando ci si trova in una situazione oggettiva di peccato — ma senza essere soggettivamente colpevoli o senza esserlo interamente —, è possibile vivere nella grazia di Dio, amare e potere ugualmente crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a questo scopo l’aiuto della Chiesa, compreso quello dei sacramenti e anche dell’Eucaristia, che «non è un premio destinato ai perfetti, ma un rimedio generoso e un alimento per i deboli». Come integrare questa affermazione all’interno della dottrina classica della Chiesa? C’è una rottura con ciò che è stato affermato in passato?

Tenendo sempre in conto il punto di vista del documento, mi sembra fondamentale nello svolgimento dell’ Amoris laetitia che — in qualunque categoria astratta possiamo essere classificati — siamo tutti chiamati a mendicare la misericordia per desiderare la conversione: «Non sono degno di partecipare alla tua mensa…». Se Papa Francesco ha trattato solo in nota l’aiuto dei sacramenti «in alcuni casi» di situazioni irregolari, questo avviene nonostante il problema, per quanto importante, sia mal posto quando lo si ipostatizza, e nonostante si voglia trattarlo attraverso un discorso generale e non attraverso il discernimento singolare del corpo di Cristo, al quale noi siamo tutti e ciascuno debitori. Con molta perspicacia, Papa Francesco ci chiede di meditare 1 Cor 11,17-34 (AL 185). È il passaggio principale in cui parla della comunione eucaristica. Un modo di spostare il problema, collocandolo là dove san Paolo lo pone, e un modo sottile di indicare un’altra ermeneutica per rispondere alle questioni ricorrenti. Occorre entrare nella dimensione concreta della vita per «discernere il corpo», mendicando misericordia. È possibile che colui che è in regola manchi di discernimento e mangi il proprio giudizio. È possibile che, in certi casi, colui che è in una situazione oggettiva di peccato possa ricevere l’aiuto dei sacramenti. Noi accediamo ai sacramenti in una condizione di mendicità, come il pubblicano in fondo al tempio, che non osa alzare gli occhi. Il Papa ci invita a non guardare soltanto le condizioni esteriori, che hanno la loro importanza, ma a domandarci se abbiamo questa sete di perdono misericordioso, allo scopo di rispondere meglio al dinamismo santificatore della grazia. Il passaggio tra la regola generale e i «certi casi» non si può fare solo attraverso considerazioni di situazioni formali. È possibile dunque che, in certi casi, colui che è in una situazione oggettiva di peccato possa ricevere l’aiuto dei sacramenti.

Che cosa vuol dire «in certi casi»? Qualcuno si chiede perché non farne una sorta di inventario per spiegare ciò che significa…

Perché altrimenti il rischio è quello di cadere nella casistica astratta e, cosa più grave, creiamo — anche attraverso una norma d’eccezione — un diritto a ricevere l’Eucaristia in situazione oggettiva di peccato. Qui mi sembra che il Papa ci metta di fronte all’obbligo, per amore della verità, di discernere i casi singoli in foro interno come in foro esterno.

Mi faccia capire: qui Francesco parla di una «situazione oggettiva di peccato». Quindi, ovviamente non si riferisce a coloro che hanno ricevuto una dichiarazione di nullità del primo matrimonio e si sono risposati, né a coloro che riescono a soddisfare l’esigenza di vivere come «fratello e sorella». Per quanto ci sia una situazione irregolare, essi infatti non vivono in una situazione oggettiva di peccato. Il Pontefice qui si riferisce dunque a coloro che non riescono a realizzare oggettivamente la nostra concezione del matrimonio, a trasformare il loro modo di vita secondo quella esigenza. È corretto?

Sì, certamente! Nella sua grande esperienza di accompagnamento spirituale, quando il Santo Padre parla delle «situazioni oggettive di peccato», non si accontenta dei casi di specie distinte nella Familiaris consortio, n. 84, ma si riferisce in modo più esteso a coloro «che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio» e la cui «coscienza dev’essere meglio coinvolta» «a partire dal riconoscimento del peso dei condizionamenti concreti» (AL 303).

La coscienza assume un ruolo fondamentale…

Certo, «questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo», ma «può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo» (AL 303).

Questo in effetti è molto importante. L’ «Amoris laetitia» infatti sottolinea non solo la capacità di comprendere la norma, ma anche il limite nella capacità di decidere diversamente, di prendere una nuova decisione, senza nuova colpa…

Il Santo Padre allarga lo sguardo. Lo fa a partire da una lunga e autentica tradizione di morale teorica e pratica sulla imputabilità del soggetto. Giovanni Paolo II non l’aveva presa direttamente in considerazione, senza tuttavia disconoscerla — infatti ha parlato della legge della gradualità — o escluderla. Francesco fa appello alla pratica della grande tradizione dei direttori spirituali, il cui ruolo è sempre stato di discernere tenendo conto al tempo stesso delle disposizioni interiori e delle possibilità reali di trasformare queste situazioni di vita con l’aiuto della grazia. Tra tutto o niente esiste il cammino della grazia e della crescita: «Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà» (Evangelii gaudium 44; AL 305).

Come si integra questa prospettiva di Francesco nella dottrina classica della Chiesa?

Forse si può cogliere un’analogia nell’«amministrazione dell’Eucaristia, in circostanze speciali, a singole persone appartenenti a Chiese o Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso, infatti, l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale per l’eterna salvezza di singoli fedeli, non di realizzare una intercomunione, impossibile fintanto che non siano appieno annodati i legami visibili della comunione ecclesiale» (Giovanni Paolo II, Ecclesia de eucharistia, n. 45). È ciò che indicava già il Concilio a proposito dei fratelli orientali oggettivamente separati dalla comunione cattolica e che domandano di ricevere l’Eucaristia con le disposizioni richieste (Orientalium Ecclesiarum [OE], n. 27). Abbiamo una tensione tra una separazione oggettiva e l’Eucaristia come sacramento della comunione ecclesiale. Eppure abbiamo trovato una via fondata sulla non imputabilità, la fede comune nei sacramenti, il bisogno spirituale e la nostra comune preoccupazione per l’unità. Non si risolve così il problema della comunione tra cattolici e i nostri fratelli separati, ma si riconosce che esistono situazioni in cui l’accesso alla comunione non è escluso. Non si tratta né di aprire una via navigabile nella struttura della Chiesa, né di privatizzare l’Eucaristia, ma, come ci ha detto Giovanni Paolo II, «di provvedere a un grave bisogno spirituale per la salvezza eterna». Si può circoscrivere qualcosa di analogo nel discernimento di «certi casi» della nota 351: la non-imputabilità, la fede nel sacramento del matrimonio, la ricerca dei cammini possibili per rispondere al progetto di Dio nella realtà di un processo oggettivamente significativo. Siamo in presenza di uno sviluppo per aggiunta di una verità complementare, come il «primato» formulato nel Concilio Vaticano I è stato incontestabilmente sviluppato con l’aggiunta della «collegialità» nel Vaticano II. L’ Amoris laetitia non sviluppa le esigenze oggettive del legame coniugale, già chiaramente formulate nella Familiaris consortio, ma apporta una considerazione complementare sugli attuali condizionamenti dei coniugi nell’esercizio della loro libertà.

Il linguaggio della misericordia incarna la verità della vita. La preoc­cupazione del Pontefice in questa Esortazione sull’amore familiare è di «ricontestualizzare» la dottrina al servizio della missione pastorale della Chiesa. Si potrebbe identificare un percorso, una sorta di staffetta tra i Pontefici: Giovanni Paolo II ha rinnovato il nostro ingresso nella speranza, una vera roccia. In maniera magistrale Benedetto XVI ci ha manifestato l’organicità della fede non solo attorno al corpo dottrinale astratto, ma alla persona di Gesù. Papa Francesco ci mostra la logica dell’Incarnazione: Dio è amore adesso, per ciascuno di noi, egli ci cerca, ci attira a lui grazie alla misericordia senza limiti che spinge la Chiesa ad aprire le sue porte. Come vede questo passaggio di testimone, Lei che lo ha vissuto personalmente?

Sono stato molto colpito dall’intervista del Papa emerito Benedetto con il p. Jacques Servais, pubblicata dall’Osservatore Romano subito prima della pubblicazione dell’ Amoris laetitia. Papa Benedetto vi riscontra una profonda continuità tra san Giovanni Paolo II e Papa Francesco nella lettura di questo autentico segno dei tempi che è la dimensione sempre più centrale della misericordia nella coscienza dei credenti. Giovanni Paolo II ha spalancato le porte a Cristo. Papa Benedetto ha rifondato l’organicità della fede nelle persona di Gesù. Papa Francesco ci spinge a varcare la soglia per uscire verso l’incontro con lui nelle nostre povertà. Tutti e tre, ognuno con il suo stile provvidenziale, mettono in opera questo processo di rinnovamento nella fedeltà che caratterizza il Concilio.

Quella intervista è illuminante a proposito della conversione pastorale a riguardo della dottrina…

Sì, è una preziosa illustrazione di questa continua conversione pastorale che deve conoscere l’esercizio della dottrina, per esprimere sempre la verità salvifica in una società che cambia, in un mondo nel quale gli uomini e le donne non si percepiscono più nello stesso modo di prima. È esattamente ciò che fa l’ Amoris laetitia. Benedetto XVI ci dice, ad esempio, che non si può più parlare di salvezza dei non credenti come prima: «Non c’è dubbio che in questo punto siamo di fronte a una profonda evoluzione del dogma… la scoperta del nuovo mondo all’inizio dell’era moderna ha cambiato in maniera radicale le prospettive…». Noi qui tocchiamo alcune delle questioni profonde che ruotano intorno all’«ermeneutica della riforma nella continuità». Per trasmettere la dottrina, approfondirla e presentarla in una maniera che corrisponda alle esigenze del nostro tempo, esiste tutto uno sforzo per contestualizzarla, distinguendo tra le verità contenute nel deposito della fede e il modo di enunciarle. Questo è particolarmente rilevante nel campo dell’antropologia e del rapporto della Chiesa con il mondo di oggi in cui, a prima vista, può apparire una certa discontinuità. Si possono trovare diversi esempi come il prestito con interesse, la libertà religiosa… in merito ai quali la Chiesa ha rivisitato e talvolta corretto alcune decisioni storiche per approfondire, attraverso questa apparente discontinuità, la verità che le è affidata. «È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi che consiste la natura della vera riforma», aveva detto Benedetto XVI.

«Evangelii gaudium», «Amoris laetitia»… sembra che Papa Francesco voglia insistere con forza sul tema della gioia. Secondo Lei, perché? Abbiamo bisogno oggi di parlare di gioia? Rischiamo di perderla? Perché la misericordia inquieta? Perché l’inclusione preoccupa? Quali paure suscitano in alcuni le parole del Papa? Può darci una spiegazione?

L’appello alla misericordia ci rimanda all’esigenza di uscire da noi stessi per fare misericordia e ottenere in cambio la misericordia del Padre. È la Chiesa in uscita della Evangelii gaudium. Questa uscita da se stessi fa paura. Dobbiamo uscire dalle nostre sicurezze precostituite per lasciarci riunire a Cristo. Papa Francesco ci prende per mano per metterci nella direzione giusta della testimonianza della fede: dimostrare un incontro che cambia la vita, un incontro d’amore che non può avvenire se non andando all’incontro con gli altri. La conversione pastorale cerca continuamente questa presenza di Dio all’opera oggi. Questa presenza provoca gioia, la gioia dell’amore. L’amore è esigente, ma non esiste gioia più grande dell’amore.

[1].      Cfr A. Spadaro, «Matrimonio e conversione pastorale. Intervista al cardinale Christoph Schönborn», in Civ. Catt. 2015 III 494-510.

[2].      Sono grato a Marc Larivé, amico comune, che ha facilitato questa conversazione. Larivé, che è a capo dell’editrice Parole et Silence, pubblicherà l’edizione completa di questa intervista, più ampia di quella che appare in queste pagine.

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