I pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo (Lc 2,16-21).
L’anno vecchio è terminato e inizia l’anno nuovo. C’è una particolarità che unisce e rende solenni i due fatti: due incontri particolari. L’anno vecchio termina con il Natale, che celebriamo nell’ultima settimana, la 52ma; il nuovo anno invece inizia dedicato a Maria, Madre di Dio. Con il Natale abbiamo ricevuto il dono più grande che il Padre ci ha fatto, il suo Figlio Gesù, che si fa uomo per noi e pianta la sua tenda in mezzo alla nostra povera umanità. Con l’anno che incomincia la Chiesa invoca su tutti gli uomini la protezione della Madonna, madre di Gesù e madre nostra.
Le letture della Liturgia di oggi raccolgono insieme tre benedizioni. La prima è la benedizione di Dio Padre, tratta da uno dei testi più antichi dell’Antico Testamento: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,23.27). È la formula che Dio dà a Mosè perché il sommo sacerdote benedica i figli di Israele: la benedizione è la fonte di ogni bene, la benevolenza che si esprime nel volto splendente del Padre verso i suoi figli. E la pace, lo shalom, indica non solo l’assenza di conflitti o di guerre, ma la relazione con Dio, e include la prosperità, la serenità, la tranquillità, l’armonia, la bellezza e la gioia delle relazioni fraterne.
Il Vangelo è lo stesso del giorno di Natale, ci riporta a Betlemme ma pone l’accento sulla maternità di Maria e sul nome dato al bambino: «Gesù». È proprio il nome che l’angelo aveva annunciato a Maria e significa «Dio che salva». È la benedizione che viene a noi in Gesù, la nostra salvezza, la misericordia divina per tutti, la sua protezione, la sua grazia. E Gesù, il dono di Dio per eccellenza, è insieme dono di Maria, frutto della sua maternità, della sua fede, del suo «sì» detto all’angelo, della sua disponibilità ad accettare il volere di Dio, per lei stessa e per noi tutti. Senza Maria, saremmo stati ugualmente salvati? Forse sì, ma di fatto la mediazione ci viene da Maria, dalla sua generosità, dal suo amore.
La lettura dai Galati ci parla del Natale secondo san Paolo, che è avvenuto nella pienezza del tempo. Il tempo scorreva vuoto, prima di Gesù, e c’era un’attesa che si doveva compiere. La nascita del Messia dà compimento alla storia: prima il tempo era vuoto, ora si è «riempito» (è il significato del verbo greco pleróo), ha un senso nuovo, è tempo di salvezza, tempo definitivo della storia; è la stretta finale che ci proietta alla Parusia, l’incontro definitivo con il Signore.
Gesù, «nato da donna, nato sotto la Legge», è venuto «per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5). E così ha donato nei nostri cuori «lo Spirito, il quale grida: “Abbà! Padre!». Chiamare Dio col nome affettuoso di «Abbà» (il nostro «papà») è comunione di gioia filiale, di fiducia esultante, di coscienza della nostra liberazione, avvenuta in Cristo «nato da donna», perché Dio «ha bisogno» di una madre per salvarci!
All’inizio del nuovo anno la liturgia della Messa ci dona un senso nuovo di letizia, di pace, di speranza, con la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito, per l’intercessione di Maria, madre di Gesù e madre nostra. L’anno nuovo, nel segno della giornata della pace, sia shalom al mondo intero, al mondo sofferente e in guerra, al mondo che ha bisogno di Dio, che anela alla sua gioia!
Buon anno nuovo! p. Giancarlo