«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro! [Uscite per l’incontro con lui]”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora». (Mt 25,1-13)
«Ecco lo sposo, uscite per l’incontro con lui»: a una prima lettura la parabola non può non meravigliare. Strano lo sposo che arriva a mezzanotte, quando tutti dormono, e dormono anche le ragazze che lo dovrebbero accompagnare alla sposa. Strane le nozze in cui non appare nessuna sposa, e nemmeno gli invitati, ma solo il corteo dello sposo. Strano anche l’invito delle sagge alle stolte di andare a comprare l’olio di notte: è proprio il tempo in cui tutto è chiuso, soprattutto i negozi. E pure inopportuna è la loro risposta: andate a comprarvi l’olio, perché non venga a mancare a noi e a voi. Non potrebbero essere «più caritatevoli» e condividere il loro olio?
Questa e le due parabole seguenti, quella dei talenti (Mt 25,27) e la scena del giudizio finale (ivi, 40), non sono racconti o favole o metafore, ma «provocazioni»: ci pongono un problema, e non forniscono la risposta… A noi il compito di darla: e non si può non dare, poiché riguarda il futuro e la nostra salvezza. Qui il problema è costituito dal misterioso sposo che può venire quando vuole: di giorno o di notte. E bisogna essere pronti ad accoglierlo, con le fiaccole accese per la festa (il greco ha «fiaccole», che fanno più luce, e hanno alla base una piccola boccia da cui assorbono l’olio e perciò occorre rifornirle). Va da sé che lo sposo è il Signore, e chi l’attende siamo noi.
Ecco la domanda che pone la parabola: siamo invitati a vegliare, ad essere pronti per ciò che riguarda il nostro futuro, poiché siamo in attesa dell’incontro con il Signore e quando viene occorre avere la fiaccola accesa. Ma la veglia non riguarda solo un appuntamento futuro, tocca anche il nostro presente. Lo sposo che viene vuole renderci responsabili nel momento presente che stiamo vivendo. È l’unico tempo che ci è dato per vivere e per prepararci all’incontro, è l’attesa in cui dobbiamo tenere viva la nostra fiaccola con l’olio, e lo dobbiamo fare con sapienza (Prima lettura: Sap 6,12-16).
Ma che cosa è l’olio che alimenta la fiaccola? L’olio nella Bibbia è un dono di Dio che serve non solo per il cibo, ma anche per ungere (chrisma) nella consacrazione. Il Messia è detto l’«unto», cioè christos, consacrato. Quindi l’olio è segno di consacrazione e di appartenenza al Signore: simboleggia il l’impegno che uno pone nell’ascolto della Parola, nell’accoglienza della fede, nel servizio agli altri. L’impegno va testimoniato, ma non si può dare ad altri. Il «no» delle ragazze è una vera impossibilità, non un atto di egoismo. Dare l’olio alle altre ragazze poteva significare rimanere tutti al buio e far fallire lo splendore del corteo nuziale.
In greco c’è anche un’assonanza da non perdere: l’olio si dice élaion e richiama éleos,che è la misericordia, il perdono, la compassione per chi soffre, l’aiuto a chi incontro per via e mi interpella. La misericordia va vissuta, testimoniata, ma non si può donare ad altri. È l’atteggiamento interiore di chi è attento e aperto nei confronti del prossimo, e non ha paura a mettersi in discussione (si veda il Samaritano della parabola di Lc 10,29-35). È il modo per tenere viva la luce per il Signore.
Questo rivela anche il rischio del credente: se bisogna essere sempre pronti perché non sappiamo l’ora dell’incontro, c’è tuttavia il pericolo di assopirsi per stanchezza, perché distratti e interessati ad altro, perché abbarbicati alle nostre povere cose. In tal modo non attendiamo il Signore, né siamo pronti per il suo arrivo. Di qui l’esortazione ad essere vigilanti, a curare la preghiera, ad essere attenti a ciò che capita nella vita, a saper valutare i segni dei tempi, insomma ad essere pronti e luminosi perché è certo che il Signore verrà.
Papa Leone XIV:«La pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli. […] La preghiera può sembrare debole di fronte alle potenze del mondo, ma è la forza umile dei credenti» «proprio in questi tempi di cultura della potenza».