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Myanmar al voto. La pace è ancora lontana?

Redazione

22 Gennaio 2026

Rifugiate Rohingya nei campi di Cox's Bazar, in Bangladesh. (Foto: UN Women)

Il 25 gennaio, in Myanmar è previsto l’ultimo turno della consultazione elettorale indetta dalla giunta militare per eleggere il Parlamento nazionale bicamerale, in un Paese segnato da quasi cinque anni di guerra civile, scoppiata dopo il colpo di Stato del 1° febbraio 2021. Un percorso articolato – quello del voto – che ha visto ben tre fasi distinte: il primo turno si è tenuto il 28 dicembre 2024 in un centinaio di comuni; il secondo, l’11 gennaio, in altrettanti comuni in 12 stati; e ora, l’ultimo turno fissato proprio in questi giorni. Un voto boicottato sia dal Governo civile di unità nazionale (in esilio e legato alle forze della resistenza), sia dalle organizzazioni armate etniche, storicamente presenti in Myanmar, spiega l’Agenzia Fides, mentre sono in corso combattimenti in più di un terzo del Paese[1].

«Queste elezioni si sono svolte in un contesto di conflitto continuo e profonda frammentazione politica – raccontano alcune fonti raggiunte da La Civiltà Cattolica -. Il Myanmar continua a vivere una situazione di insicurezza diffusa, sfollamenti su larga scala e severe restrizioni dello spazio civico e politico a seguito del colpo di Stato militare del 2021. Le ostilità interessano parti significative del Paese e compromettono governance di base e protezione dei civili». La decisione di condurre le elezioni in tre fasi distinte, infatti, sembra sia stata presa perché «molte zone sono insicure o inaccessibili». Una frammentazione che «solleva serie preoccupazioni circa l’inclusività, la rappresentatività e la misura in cui il processo può riflettere la volontà della popolazione nel suo complesso».

I dati raccolti dall’Agenzia Fides parlano di un’affluenza del 70% degli elettori al primo turno, con il 90% dei consensi raccolto dallo Union Solidarity and Development Party (USDP), nelle cui liste militano funzionari pubblici e personalità politiche del regime. «La gente si reca alle urne da un lato per timore di subire ritorsioni, se non lo fa; e, d’altro canto, perché spera in qualcosa di nuovo, che sblocchi lo stallo in cui la nazione è precipitata», ha raccontato John Aung Htoi, sacerdote della diocesi di Myitkyina, città nello stato Kachin, una delle città dove i cittadini possono votare, all’Agenzia Fides. «Anche nella storia passata del Myanmar – ricorda il sacerdote – i militari hanno agito secondo lo stesso schema, passando gradualmente il potere a un governo civile, ma tenendo saldo il controllo della nazione».

Nonostante l’affluenza, non mancano le preoccupazioni sul futuro del paese, a causa di un processo elettorale «orchestrato per dare un’immagine di legittimità al regime militare piuttosto che riflettere la volontà autentica del popolo», spiegano le fonti raggiunte da La Civiltà Cattolica. «La maggior parte dei principali partiti di opposizione è stata sciolta o è stato impedito loro di partecipare. Molti leader politici rimangono detenuti o in esilio, mentre sono state introdotte leggi e regolamenti che criminalizzano i diritti politici fondamentali e la libertà di espressione. I cittadini, gli attivisti politici e la società civile continuano a subire arresti e vessazioni per aver messo in discussione il processo elettorale. Nel loro insieme, queste condizioni minano i requisiti essenziali di elezioni libere, eque e credibili. L’impostazione e lo svolgimento di questo processo suggeriscono uno sforzo deliberato per proiettare un’immagine di normalità politica all’esterno, piuttosto che per promuovere la pace, l’inclusione o la transizione democratica».

A pagare il prezzo più alto di questa crisi, sono ancora una volta le persone più vulnerabili, ovvero le popolazioni sfollate, compresi gli sfollati interni e coloro che sono stati costretti a fuggire oltre confine. «Milioni di persone sono state sfollate a causa del conflitto in corso, dei bombardamenti aerei e delle ripetute operazioni militari – spiegano le fonti contattate da La Civiltà Cattolica -. Molti vivono in insediamenti informali o rifugi temporanei con accesso limitato alla protezione, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e ai mezzi di sussistenza. Per gli sfollati, queste elezioni sono in gran parte scollegate dalla loro realtà quotidiana. La maggior parte di loro è di fatto esclusa dal processo. Di conseguenza, una parte significativa della popolazione non ha voce in capitolo in un processo che rivendica la legittimità nazionale, rafforzando i modelli di emarginazione ed esclusione».

Oltre agli sfollati, il conflitto sta avendo un impatto anche a livello infrastrutturale. Secondo alcune organizzazioni civili attive nel Paese, come Independent Investigative Mechanism for Myanmar, Centre for Information Resilience e Myanmar Witness, dal 2021 più di 400 strutture sanitarie – ospedali, cliniche, dispensari – sono state distrutte o rese inagibili, mentre oltre 240 scuole sono state colpite dai bombardamenti o trasformate in basi militari. Oltre 200 tra monasteri buddhisti, moschee, chiese e altri siti sacri sono stati danneggiati, saccheggiati o rasi al suolo negli ultimi quattro anni. Inoltre, secondo l’Onu, le coltivazioni di oppio nel paese sono salite del 17% nell’ultimo anno, raggiungendo 53.100 ettari, il livello più alto dal 2015[2]. Senza contare il fenomeno delle scam cities, dove migliaia di persone vengono trafficate, detenute e costrette a lavorare nei call center del cybercrime[3].

Mentre in molti – dentro e fuori i confini del Myanmar – attendono una risposta decisa da parte della comunità internazionale in merito all’esito del voto, risuonano ancora le parole di papa Francesco, che rivolgendosi ad un gesuita del Myanmar, durante i colloqui con i gesuiti dell’Indonesia, nel suo viaggio apostolico compiuto a inizio settembre 2024, aveva detto: «In Myanmar oggi non si può stare in silenzio: bisogna fare qualcosa! Il futuro del tuo Paese deve essere la pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di tutti, sul rispetto di un ordine democratico che consenta a ciascuno di dare il suo contributo al bene comune»[4].


[1] Elezioni in un paese in guerra: «C’è la speranza di un cambiamento e di aprire un dialogo nazionale”, dice un sacerdote, Agenzia Fides. https://www.fides.org/it/news/77228-ASIA_MYANMAR_Elezioni_in_un_paese_in_guerra_C_e_la_speranza_di_un_cambiamento_e_di_aprire_un_dialogo_nazionale_dice_un_sacerdote

[2] Myanmar. Nuovo attacco aereo, 18 morti e 20 feriti, Vatican News. https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-12/myanmar-asia-guerra-morti-cina-russia.html

[3] I centri truffa nel sud-est asiatico: una nuova forma di schiavitù, La Civiltà Cattolica, Quaderno 4200. https://www.laciviltacattolica.it/articolo/i-centri-truffa-nel-sud-est-asiatico-una-nuova-forma-di-schiavitu/

[4] «Avanti con prudenza coraggiosa». I colloqui di papa Francesco con i gesuiti dell’Indonesia, Timor-Leste e Singapore, La Civiltà Cattolica, Quaderno 4183. https://www.laciviltacattolica.it/articolo/avanti-con-prudenza-coraggiosa/

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22 Gennaio 2026


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