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Con il decreto del 5 giugno 1944, dopo la liberazione di Roma dall’occupazione nazista, Vittorio Emanuele III istituì formalmente la «luogotenenza del Regno» in favore di suo figlio Umberto, principe di Piemonte, e rinunciò «irrevocabilmente» ai suoi poteri sovrani, secondo gli accordi da lui precedentemente stipulati a Ravello con gli Alleati. Egli però non abdicò (lo avrebbe fatto soltanto nel maggio del 1946) come molti, anche tra i più convinti sostenitori della monarchia, gli consigliarono di fare, per salvare la Corona, fortemente compromessa con il regime fascista. Il principe Umberto iniziò il 6 giugno 1944 il suo periodo di luogotenenza, che durò appena due anni. Prima di lasciare l’Italia meridionale, diede l’incarico al maresciallo Badoglio di formare un nuovo Governo, in cui entrassero a far parte i rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) romano. Essi però si dichiararono contrari a entrare in un Gabinetto presieduto da Badoglio, a motivo del suo passato fascista, e proposero che la presidenza del Consiglio fosse affidata a I. Bonomi, capo del CLN. Umberto accettò: fu così creato un Governo di coalizione nazionale, nel quale erano rappresentati tutti i partiti politici che partecipavano alla Resistenza. Dopo la liberazione dell’Italia settentrionale e l’uccisione di Mussolini si formò, nel giugno del 1945, con tutti i sei partiti rappresentati nel CLN, un nuovo Governo presieduto da F. Parri, del partito d’Azione, che era stato il capo dei partigiani del nord Italia e che durò soltanto pochi mesi. Nel dicembre dello stesso anno l’incarico fu affidato al democristiano A. De Gasperi. Il Governo di coalizione da lui presieduto, nonostante i difficili problemi economici e sociali che dovette affrontare, riuscì a guidare il Paese verso la ripresa economica e a riordinarne le istituzioni democratiche.
Nella primavera del 1946 avvennero fatti molto importanti, che avrebbero segnato in modo decisivo la storia politico-istituzionale dell’Italia contemporanea. In questo periodo furono indette le prime elezioni amministrative, e i maggiori partiti politici tennero i loro primi Congressi nazionali del dopoguerra. Il corpo elettorale fu chiamato a pronunciarsi sulla questione istituzionale e ad eleggere l’Assemblea Costituente, incaricata di scrivere una nuova Carta costituzionale, in sostituzione del vecchio Statuto albertino, fino ad allora ancora in vigore[1].
Elezioni amministrative
Le prime elezioni amministrative del dopoguerra furono indette con il decreto luogotenenziale del 7 gennaio 1946. Furono soprattutto i partiti moderati, forti del sostegno degli Stati Uniti, a volere che tali elezioni si svolgessero entro breve tempo, in ogni caso prima di quelle politiche generali, nonostante le difficoltà di ordine sociale ed economico nelle quali viveva ancora il Paese, provato da una dura crisi alimentare e gravato dalle enormi difficoltà della ricostruzione, dopo tre lunghi anni di guerra e due di penosissima guerra civile e di occupazione nemica, che lo avevano prostrato economicamente e moralmente. Tali elezioni rappresentarono per i partiti politici un valido banco di prova sull’orientamento dell’elettorato in vista delle future competizioni elettorali. La legge prevedeva che esse si svolgessero in cinque domeniche successive tra marzo e aprile (10, 17, 24, 31 marzo e 7 aprile), in modo che, prima delle elezioni generali, la maggior parte dei Comuni (cioè 5.675 su 7.300) avessero un’amministrazione locale espressa dal voto popolare. Negli altri Comuni invece si sarebbe votato dopo le elezioni politiche. Nei Comuni con più di 20.000 abitanti si votò con il sistema proporzionale; negli altri con quello maggioritario. Per la prima domenica elettorale furono designati 424 Comuni. E subito, scriveva La Civiltà Cattolica, «cominciò la ridda delle cifre, che poi continuò anche nelle susseguenti elezioni, ognuno dei partiti in gara attribuendosi vittorie, dagli altri negate o diminuite di numero e di importanza»[2].
I partiti di sinistra, che nel nord del Paese godevano di una solida organizzazione e di un’efficace distribuzione sul territorio delle loro attivissime sezioni, pensavano di guadagnare nelle amministrative la maggioranza dei Comuni, a partire dalle grandi città del nord dove la lotta antinazista e antifascista era stata molto forte e dove i reparti partigiani più attivi erano costituiti in prevalenza da elementi di sinistra. Una vittoria della sinistra nei maggiori Comuni del nord — essi pensavano — avrebbe influito positivamente sul voto delle altre regioni d’Italia. In tal modo si sarebbero poste le premesse per la vittoria delle sinistre nelle elezioni generali, che sarebbero avvenute poco tempo dopo, e si sarebbe avuta nel referendum la sconfitta della monarchia.
I dirigenti del partito democristiano da parte loro non si lasciarono intimorire dalla propaganda della sinistra e guardarono con un certo ottimismo alle elezioni amministrative: essi erano del parere che, nonostante disponessero di mezzi economici più limitati rispetto ai partiti della sinistra e fossero meno organizzati di loro a livello locale, avrebbero avuto la meglio sui loro oppositori politici, guadagnando la maggioranza dei Comuni sul piano nazionale. Tale ottimismo risulta dalle informazioni date dall’on. Tupini, uno dei capi della Democrazia Cristiana, al Nunzio in Italia, perché le trasmettesse alla Segreteria di Stato vaticana: «L’Onorevole — scriveva mons. Borgongini Duca — si è mostrato piuttosto ottimista non notando fatti nuovi che possano destare preoccupazioni e se non vi saranno atti di violenza, ha continuato, mi pare che si possa essere certi sul risultato delle votazioni a favore dei benpensanti […]. Certo, noi democristiani ci troviamo sprovvisti di mezzi, a differenza dei comunisti che ricevono abbondantemente da Mosca e possono quindi intensificare la loro propaganda: noi non abbiamo denaro né autovetture. Comunque stiamo adoperandoci per fare del nostro meglio»[3]. Ma per ottenere un buon risultato elettorale, continuava Tupini, era necessario che tutto il clero si attivasse — nonostante i condizionamenti posti dalla legge elettorale per impedire che esso svolgesse attività di propaganda politica — in favore del voto democristiano, non direttamente però, ma inculcando nei fedeli i princìpi fondamentali dell’etica cattolica in materia di impegno politico.
Le votazioni scaglionate in diverse date diedero origine, come si è detto, a una vera e propria guerra delle cifre. Furono messe in circolazione notizie tendenziose, si proclamarono vittorie presunte e si dichiararono altrettante presunte sconfitte: di questo stato di confusione si avvantaggiarono soprattutto i partiti della sinistra, i quali speravano nel cosiddetto «effetto imitativo» o a valanga del voto popolare. Di fatto i primi risultati della prima domenica elettorale di marzo sembravano dare ragione alla sinistra, e questo fatto disorientò non poco i capi democristiani e gettò nello sconcerto la Santa Sede. Il direttore della Civiltà Cattolica, p. Martegani, ricevuto in udienza la mattina dell’11 marzo, cioè l’indomani delle elezioni, racconta che Pio XII «era alquanto impressionato per le prime voci di vittoria dei partiti di sinistra, rilevando il pericolo delle alleanze dei partiti comunista e socialista. Egli ha deplorato l’opera nefasta che Nenni va compiendo contro la Chiesa, nonostante che le debba la salvezza nel periodo clandestino».
Il conteggio dei voti fatto presso l’Ufficio di Statistica del Ministero dell’Interno dava però risultati diversi da quelli messi in circolazione dai giornali di partito. Con il lento trascorrere delle «domeniche elettorali» risultava sempre più chiaro che la DC si stava aggiudicando la maggioranza dei Comuni: le liste capeggiate dai democristiani da soli (1.955 Comuni), infatti, superarono di gran lunga quelle dei socialisti e dei comunisti, restando in leggera minoranza soltanto rispetto al numero totale dei Comuni guadagnati dai due partiti di sinistra considerati insieme (2.263 Comuni). Tale risultato fu accolto in Vaticano con grande soddisfazione, anche perché esso sembrava preludere ad altre ben più importanti e impegnative vittorie che si speravano per il bene della società e della Chiesa nei futuri appuntamenti elettorali: «Il Santo Padre — si legge nel diario delle consulte della Civiltà Cattolica — era abbastanza tranquillo per i risultati delle elezioni amministrative, che sono stati migliori di quel che si poteva prevedere. Egli notava con soddisfazione l’esistenza di una buona corrente di destra, che nelle elezioni politiche avrebbe permesso alla DC di non limitarsi all’opposizione di fronte ai soli partiti di sinistra e di esercitare la sua tradizionale funzione di centro»[4].
Verso l’Assemblea Costituente e il «referendum»
Le elezioni per l’Assemblea Costituente — le prime elezioni generali del dopoguerra — e la procedura per lo svolgimento del referendum istituzionale, regolati dai decreti luogotenenziali del 10 e del 16 marzo 1946, anche se tese a ricostituire la compagine istituzionale e giuridica dello Stato, ebbero un carattere prettamente politico: i partiti (soppressi nel 1926 da Mussolini), ricostituitisi già all’indomani della caduta del fascismo, ritornarono ad essere i protagonisti della vita politica nazionale e si preparavano a raccogliere i frutti del loro impegno a favore della democrazia e delle libertà civili. Soprattutto i partiti di massa, che avevano partecipato attivamente al movimento di liberazione, si aspettavano di riguadagnare il proprio elettorato del periodo prefascista e semmai di ampliarlo e di assumere quindi la guida politica del Paese; invece i cosiddetti partiti di opinione sapevano che la loro funzione sulla nuova scena politica sarebbe stata limitata, ma significativa nel sostenere eventuali maggioranze di governo.
La nuova «legge elettorale» fissava per il 2 giugno la data dei due distinti appuntamenti elettorali: un referendum popolare per definire il problema istituzionale e l’elezione, su base partitico-proporzionale, di un’Assemblea Costituente che avrebbe dovuto scrivere e approvare una nuova Carta costituzionale. Le due votazioni si sarebbero svolte a suffragio universale e per la prima volta il diritto al voto fu esteso anche alle donne. L’iter di formazione dei decreti luogotenenziali del marzo 1946 fu però tutt’altro che tranquillo. Spesso infatti i partiti, chiamati a discuterne i contenuti in sede di Consulta nazionale — un organo politico con poteri soltanto consultivi — anteponevano i propri interessi particolari a quelli generali e nazionali, e qualche volta questo fatto rischiò persino di mettere in crisi il Governo e di bloccare il programma di rinnovamento istituzionale. I temi maggiormente dibattuti in essa erano due: quello concernente l’obbligatorietà del voto e quello, certamente più importante e impegnativo, sull’indizione di un referendum popolare per definire il problema istituzionale. La sinistra infatti, rifacendosi al decreto Bonomi, riteneva che questa competenza spettasse di diritto all’Assemblea Costituente. In verità essa temeva che il voto popolare, «manovrato dai conservatori e dai preti», si esprimesse a favore della monarchia; la DC, i liberali e altri partiti di centro ritenevano al contrario più opportuno che su questa importante questione si pronunciasse il corpo elettorale.
I cattolici, a differenza della sinistra, erano favorevoli, oltre che all’indizione di un referendum per definire il problema istituzionale, anche all’obbligatorietà del voto politico. In tal modo essi pensavano di costringere alcune fasce dell’elettorato tradizionalmente legato alla Chiesa, come per esempio le donne, a esercitare il «dovere» del voto. I due problemi controversi, con la buona volontà di tutti, trovarono presto una soluzione: per quanto riguarda l’obbligatorietà del voto, si decise che essa fosse accompagnata soltanto da sanzioni di natura morale, non fiscale. Circa poi il problema dei referendum, i partiti di sinistra accettarono che si indicesse quello istituzionale, ma non quello riguardante i poteri della Costituente, come veniva chiesto da alcuni esponenti liberali. Così il Governo iniziò a fine febbraio a preparare lo schema di decreto sul referendum e sui poteri della Costituente, che fu trasmesso alla Consulta.
Un’altra questione discussa dalla Consulta prima e dal Governo poi fu quella riguardante il dettato dell’art. 66 dello schema di decreto sulle elezioni generali, che comminava pene gravi (multe e reclusione fino a 3 anni) al ministro di culto che con «allocuzioni e discorsi in luoghi destinati al culto o in riunioni di carattere religioso o con promesse o minacce spirituali» attentasse alla libertà di voto dei fedeli. Tale disposizione in realtà riproduceva alla lettera l’articolo 74 del decreto luogotenenziale che disciplinava le elezioni amministrative; essa conteneva però anche quelle parti che in quella norma erano state successivamente emendate dal Governo. Tale articolo fu duramente criticato in sede di Consulta dai rappresentanti della DC, mentre al contrario fu difeso da tutti gli altri partiti. L’on. Merlin, democristiano, disse che tale disposizione offendeva senza giusto motivo una categoria determinata di cittadini, che vi venivano indicati come sospetti di attentare alla libertà del voto, per i quali al contrario «non ha ragion d’essere questa specifica e squalificante presunzione». Esso appariva, inoltre, del tutto superfluo, essendovene un altro di carattere più generale, che comminava sanzioni a tutti coloro che avessero attentato alla libertà di voto, e che quindi di per sé includerebbe il dispositivo dell’articolo 66. Oltre che superfluo, continuava Merlin, esso sarebbe anche inutile, perché di difficile applicazione pratica, a meno che non si pensi «di sguinzagliare poliziotti o stenografi presso tutti i pulpiti o sale parrocchiali, per non dire nei confessionali»[5].
I Congressi nazionali dei maggiori partiti italiani
Una volta terminato l’iter di formazione, almeno nella sua parte sostanziale, del decreto luogotenenziale in materia di elezioni generali, i partiti si prepararono alla lotta elettorale mettendo a punto ciascuno il proprio programma politico e organizzando la tattica elettorale che reputavano più efficace. Da essi gli elettori si aspettavano indicazioni precise sia sulla materia istituzionale, e quindi sulla scelta da operare tra monarchia e repubblica, sia sulle alleanze politiche che essi intendevano costituire nell’immediato (come, ad esempio, la fusione tra socialisti e comunisti) o ad elezioni avvenute (come, ad esempio, tra socialisti e democristiani in funzione anticomunista). I partiti si espressero su questi temi o attraverso proclami, pubblicati nei giornali di partito, oppure convocando congressi nazionali, appositamente riuniti a tale scopo. Nel mese di aprile si tennero due importanti congressi nazionali di partito: quello socialista e quello democristiano. Il Congresso nazionale del partito d’Azione si era svolto, invece, nel mese di febbraio; mentre quello del partito comunista era iniziato il 29 dicembre del 1945 e si era concluso nella prima settimana del gennaio 1946.
In esso il segretario politico Palmiro Togliatti aveva proposto ai socialisti un «patto di unità nell’azione» nella prospettiva della creazione nell’immediato futuro di un partito unico della sinistra (fusione), e ai democratici cristiani un patto politico per la pacificazione nazionale. Anche in materia religiosa il Congresso si era mosso su un piano di apertura e di dialogo nei confronti della Chiesa. «Il discorso programmatico del segretario politico Togliatti — scriveva il Nunzio in Italia alla Segretaria di Stato — ha impressionato per la sua, sto per dire, moderazione»[6]. Egli infatti assicurò che il partito intendeva rispettare la libertà di coscienza, di culto e di propaganda religiosa. Criticò alcune interpretazioni, prettamente strumentali sul piano politico, che sotto il fascismo si erano fatte del Concordato tra Italia e Santa Sede e assicurò che i comunisti non avrebbero rimesso in discussione il Trattato del Laterano. «Noi consideriamo — disse Togliatti — la soluzione data alla questione romana come qualcosa di definitivo e che ha chiuso e liquidato per sempre un problema»[7]. In materia economica disse che il partito avrebbe difeso la piccola e media industria, dando così l’idea che il comunismo italiano fosse diverso da quello russo e che avrebbe rispettato le peculiarità dell’ordinamento democratico vigente in Italia. Il Congresso inoltre si dichiarò per la scelta repubblicana e contro l’obbligatorietà del voto.
Il Congresso socialista si aprì a Firenze l’11 aprile 1946. Già dalle prime relazioni si rivelò l’insanabile frattura che esisteva all’interno di esso sulla proposta comunista di fusione tra i due grandi partiti della sinistra: una fazione cosiddetta fusionista, capeggiata da Lizzadri, spingeva perché il partito si fondesse con i comunisti, come aveva chiesto Togliatti; l’altra al contrario, capeggiata da Saragat, vedeva in tale progetto un attentato alla libertà e all’autonomia del partito. Essa notava, fra l’altro, che su molti problemi, sia economici sia politico-sociali, tra socialisti e comunisti non c’era accordo, e che questi ultimi erano troppo succubi della Russia di Stalin. Anche la parte più moderata del partito si reputava, però, erede della tradizione marxista, come risulta dalla relazione di maggioranza. Questa si espresse favorevolmente anche sul problema religioso, affermando nella mozione di base che nessuna contraddizione esisteva fra appartenenza al partito socialista e professione di una fede religiosa. Il segretario generale del partito nella sua relazione disse, inoltre, che i socialisti non intendevano in nessun modo mettere in discussione i Patti del Laterano, né tanto meno chiedere una revisione unilaterale del Concordato. Esso, al contrario, desiderava che i due poteri (Stato e Chiesa) fossero separati e ciascuno nel proprio ambito sovrani.
Podcast | INTELLIGENZE ARTIFICIALI E PERSONA UMANA
La nostra epoca sarà ricordata come quella della nascita delle intelligenze artificiali. Quella che stiamo vivendo non è altro che la fase iniziale di una rivoluzione informatica e tecnologica che ha lanciato l’intelligenza delle macchine. Qual è l’impatto sociale di queste nuove tecnologie e quali sono i rischi? A queste domande è dedicata una serie in 4 episodi di Ipertèsti, il podcast de La Civiltà Cattolica.
Il Congresso della DC si aprì a Roma nell’ultima settimana di aprile e durò 6 giorni. Nella relazione introduttiva il segretario politico, A. De Gasperi, fece il punto sulla situazione del partito, indicandone anche «alcune manchevolezze» e fissando il suo programma di azione politica per il futuro. Il discorso di De Gasperi si caratterizzò, oltre che per il suo vigoroso realismo, anche per il suo forte accento anticomunista. Egli non trattò nella sua relazione, e neppure negli altri interventi che fece al Congresso, delle urgenti questioni istituzionali all’ordine del giorno. Questo difficile compito fu assunto da altri due oratori democristiani: Gonella, che trattò del progetto democristiano per la nuova Costituzione, e Piccioni, che parlò invece, con sufficiente moderazione, della questione istituzionale. La relazione di Gonella fu molto applaudita dall’assemblea, la quale chiese pure all’unanimità che venisse interamente pubblicata e divulgata tra gli aderenti al partito. «Le libertà costituzionali — si legge nella relazione — devono avere ispirazione cristiana. Noi non vogliamo una Costituzione di partito o di confessione, ma la Costituzione del popolo italiano. Ma il popolo italiano è un popolo cristiano, e quindi nel nostro Paese i princìpi generali della politica e del diritto pubblico devono essere conformi all’etica cristiana. Il cristianesimo non è solo il fondamento, ma pure la cava di pietre per costruire il nuovo edificio». La relazione di Gonella e le sue dotte argomentazioni furono aspramente criticate dai partiti sia di sinistra sia di destra; in essa vedevano annidato il «germe del confessionalismo», nemico mortale dello Stato laico e delle sue prerogative. Tale relazione in realtà non convinse completamente neppure De Gasperi, che così si espresse su questo punto col Nunzio: «Il discorso di Gonella è stata una magnifica esposizione della Costituzione. Se dovessi fare un appunto, è proprio questo: egli è stato troppo teologo. Questo assolutamente parlando non è un difetto, ma sul terreno tattico della lotta con gli avversari può dar luogo a contraccolpi inaspettati».
Riguardo al problema istituzionale, di cui parlò Piccioni, si prospettarono in congresso tre soluzioni: la monarchica, la repubblicana, la neutrale o astensionista, che rimetteva la decisione finale al responso popolare. Il dibattito fu lungo e vivacissimo e non senza qualche intemperanza, che provocò un vigoroso richiamo da parte di De Gasperi contro coloro che si opponevano, rumoreggiando, agli oratori che sostenevano la tesi monarchica. Il partito sembrava spaccarsi su questo problema. Ma in realtà esso ne metteva a nudo un altro ancora più difficile e dirompente: cioè la divisione geopolitica e culturale che esisteva all’interno del partito e che in sede congressuale si era espressa con tutta la sua forza, tra un Sud, prevalentemente monarchico e a tendenza conservatrice, e un Nord repubblicano e tendenzialmente progressista.
Prima di prendere una decisione definitiva in una materia così scottante e soprattutto così controversa, si decise di fare una sorta di referendum interno al partito. Il risultato diede, come era prevedibile, la vittoria alla scelta repubblicana (740.000 voti contro 254.000). Tale decisione fu dolorosa per molti democristiani, ma in quel momento specifico essa si imponeva come quella più opportuna e necessaria. Essa fu accolta con qualche riserva dagli ambienti conservatori del partito e fu utilizzata strumentalmente da alcuni monarchici per attaccare la DC. La Civiltà Cattolica, per suggerimento della Segreteria di Stato, cercò di dare un’interpretazione per così dire estensiva della decisione adottata dal Congresso democristiano, che nella relazione definitiva aveva voluto in ogni caso fare salvo il principio della libertà di coscienza dell’elettore: «È bene e giusto chiarire — scriveva la nostra rivista — che tra Democrazia Cristiana e monarchia non vi è opposizione: si può mantenere fede all’una e all’altra; si può con una scheda preferire la monarchia alla repubblica, e nell’altra scheda votare la lista democristiana, e dare la preferenza, se si vuole, ai candidati monarchici che si trovano nella stessa lista. Frattanto non bisogna dimenticare che non sarà la forma della monarchia o della repubblica che potrà assicurarci una costituzione cristiana, ma un solido partito che abbia una tale maggioranza da imporsi a tutte le altre formazioni politiche»[8].
Pio XII e De Gasperi davanti alla questione istituzionale
Come si preparò il mondo cattolico all’appuntamento elettorale del 2 giugno 1946? Quali furono gli orientamenti, o i suggerimenti, che la Santa Sede ritenne opportuno dare ai fedeli italiani in un momento così importante per la vita politica della nazione? Lo stato d’animo che i cattolici vissero in quei mesi di preparazione al voto, con le loro paure e incertezze, ma anche con i loro progetti e speranze, ci è descritto in una serie di colloqui privati, che si svolsero tra aprile e maggio tra De Gasperi e il Nunzio in Italia, incaricato di informare Pio XII sull’andamento dei fatti politici nazionali. Il Nunzio chiese al Segretario politico della DC le sue previsioni circa il voto sulla questione istituzionale. Egli rispose: «La parte meridionale d’Italia darà il voto in favore della monarchia nella proporzione del 70% sopra una popolazione di 18 milioni; invece nel resto d’Italia la proporzione sarà del 70% per la repubblica su 22 milioni, quindi questa avrà la maggioranza. Comunque mi consta, riservatamente, dai ministri esteri che il re sta cercando il Paese dove rifugiarsi. Ciononostante l’entourage di Casa Reale sta prendendo un tono altezzoso come per esempio nella questione dell’amnistia. Questo tono fa venir voglia di diventar repubblicani anche chi non lo è». Aggiunse poi che era dispiaciuto che il vicariato di Roma, abbandonando la sua tradizionale riservatezza, avesse dato ordine «di votare la monarchia, temo anche che dica addirittura di non votare la DC, il che sarebbe un disastro». Il Nunzio rispose di non essere informato di questo e che il Papa aveva dato istruzioni precise, secondo le quali sarebbe obbligo di coscienza «votare i candidati che danno garanzia sicura di essere favorevoli alla Chiesa», mentre lascerebbe libertà di voto in ordine alla questione istituzionale. De Gasperi chiese poi al Nunzio come pensava si sarebbe orientato il clero nelle votazioni del 2 giugno; questi rispose: «Il clero è monarchico e teme la repubblica rossa. Il Santo Padre e i vescovi non si sono ufficialmente pronunciati, ma in realtà il clero è per la monarchia. V. E. ha posto bene il problema alla Basilica di Massenzio: non si tratta di scegliere tra due regimi in parità, ma di abbandonare un regime esistente che ha fatto la sua prova e accoglierne un altro che non si è ancora provato»[9].
Pio XII si era espresso pubblicamente in materia di voto politico in due occasioni: il 20 aprile nel discorso alla gioventù maschile di Azione Cattolica, e il 12 maggio nel discorso alle giovani romane. In quest’ultima occasione in particolare egli ricordò ai cattolici il «sacro dovere» di partecipare al voto, che per il credente implicava «il dovere di non dare il suffragio che a quei candidati […] i quali offrano non promesse vaghe ed ambigue, ma sicure garanzie che rispetteranno i diritti di Dio e della Religione»[10]. L’ora è grave, ammoniva il Papa; siate dunque consapevoli della vostra responsabilità! Anche l’Azione Cattolica pubblicò un documento nel quale si esponeva, facendo riferimento a contenuti precisi — quelli cioè che avrebbero dovuto ispirare in senso cristiano la nuova Costituzione — il pensiero del Papa.
Una certa vulgata storica, comune alla storiografia sia di sinistra sia di destra, contrappone la posizione assunta in quei mesi da De Gasperi a quella di Pio XII; il primo è definito (come tutti i leader dei partiti che facevano parte del CLN) come paladino del repubblicanesimo, il secondo invece come paladino del conservatorismo istituzionale, difensore a oltranza della causa monarchica e dei regimi autoritari. Dalla documentazione inedita che abbiamo consultato risulta che tale schematismo storico è errato e che il giudizio storico sul leader democristiano e su Papa Pacelli, su questo punto, dev’essere sensibilmente rivisto.
Va detto anzitutto che De Gasperi non era contrario in linea di principio alla monarchia, anzi pare che egli in astratto ritenesse tale forma di Stato più adatta alla situazione politica italiana. La sua scelta repubblicana (che fu anche quella del suo partito) fu determinata per lo più da motivi di realismo politico; e in ciò si coglie, a nostro avviso, la grandezza dell’uomo politico, il quale, mettendo da parte le sue preferenze personali, seppe operare scelte che in quel momento giudicava necessarie e opportune nell’interesse della nazione, anzitutto, e poi del suo partito. Ciò risulta chiaramente da alcune confessioni che egli fece a fine aprile a mons. Borgongini Duca, il quale riporta in un dispaccio diretto alla Segreteria di Stato la sua conversazione con De Gasperi. Alla domanda del Nunzio su quale sarebbe stato l’atteggiamento del partito nei confronti della monarchia, egli rispose: «Io volentieri lascerei le cose come sono. Però vedo la situazione. Il nostro referendum interno del partito mi dà 60% per la repubblica […]. Oggi possiamo calcolare che il blocco social-comunista avrà nelle elezioni politiche il 43% dei voti; aggiunga a quei, il voto dei repubblicani e di quella parte di democratici cristiani che non vuole la monarchia, ed ella comprenderà che la Costituente avrà una netta maggioranza repubblicana. Consideri poi che la monarchia non fa nulla. Possibile che le manchino i mezzi per la propaganda? Questa si è limitata a creare qualche giornale (per giunta mal diretto) nella capitale e non ha fatto altro […]. Stando così le cose, il partito democristiano non può far credere che accetta la repubblica con rassegnazione, quasi a forza, come già vanno dicendo i nostri avversari. Ciò sarebbe un errore assai grave, perché la costituzione si farebbe senza di noi e contro di noi. Mentre se il partito aderisce alla repubblica prima delle elezioni, noi saremo ascoltati nella costituente e ciò sarà un bene per la nazione»[11]. De Gasperi riferì poi che qualche giorno prima aveva parlato di queste cose al principe Umberto, e che questi gli aveva detto che il bene della Patria doveva essere anteposto ad ogni altra questione. Come cattolico, concluse il presidente, «esaminate queste varie circostanze mi trovo convinto in coscienza, che un tale atteggiamento è il più favorevole alla Chiesa. Se invece il congresso assumesse una linea di tattica neutrale nella questione istituzionale, si comprometterebbero interessi vitali della religione e della nazione».
Per il Papa e per la Santa Sede il problema della scelta istituzionale era secondario rispetto a quello delle elezioni politiche per la creazione dell’Assemblea Costituente. Egli in diverse occasioni aveva invitato i cattolici a impegnarsi a fondo nella lotta politica, perché nella nuova Costituente la componente cattolica fosse ben rappresentata e perché la nuova Carta giuridico-istituzionale dello Stato non prescindesse dai valori della tradizione cristiana. Egli giudicò con disappunto il fatto che il Congresso democristiano si fosse spaccato, mettendo a repentaglio la stessa unità del partito, nella discussione sulla questione istituzionale, che il Papa riteneva non rilevante in ordine alla costruzione di uno Stato autenticamente cristiano. Anzi parlando col direttore della Civiltà Cattolica disse di non essere contrario a una forma repubblicana di Stato, e che in base all’esperienza fatta durante la sua lunga permanenza in Germania, rilevava che anche i regimi repubblicani, quando sono sostenuti da un forte partito cattolico, possono egualmente garantire la libertà della Chiesa. «La maggioranza repubblicana ricordava al Santo Padre — si legge nel diario delle consulte — il passaggio che si ebbe in Germania alla fine dell’altra guerra, che permise alla Chiesa di stipulare soddisfacenti Concordati, dopo, talvolta difficili, ma sempre corrette trattative con i rappresentanti del Centro. Egli si augurava che altrettanto forse può avvenire in Italia, se il referendum dovesse dare risultati in senso repubblicano»[12].
Pio XII era molto preoccupato per i continui attacchi contro la DC, che provenivano dagli ambienti monarchici e conservatori, nonché da una parte del mondo cattolico e dello stesso clero, a motivo della scelta repubblicana. Egli temeva che tale divisione potesse indebolire il voto politico democristiano e quindi penalizzare la presenza cattolica in seno all’Assemblea Costituente. Su questo punto è preziosa la testimonianza del p. Martegani: «Il Santo Padre — si legge nel diario —, rifacendosi al disorientamento prodotto dalla dichiarazione repubblicana del congresso democristiano, ha ribadito la necessità di conservare l’unità delle forze cattoliche, per assicurare una costituzione veramente cristiana, che interessa molto più della questione istituzionale».
Con ciò non intendiamo affermare che Pio XII avesse simpatie repubblicane; intendiamo dire soltanto che egli, a differenza di quanto ritiene la maggior parte degli storici, non fu ostile, come invece era stato il suo Predecessore, alla forma di Stato repubblicana, soprattutto in presenza di un grande partito di cattolici, e che anzi seppe vedere in essa un’istituzione capace di garantire la tutela degli interessi religiosi. In questa materia egli dimostrò di avere una cultura e una sensibilità moderna e di saper accogliere nuove forme di organizzazione dello Stato, senza considerarle, come alcuni cattolici ritenevano, «novità pericolose» o contrarie alla tradizione della Chiesa. Per Pio XII, insomma, il male maggiore non consisteva nel fatto che dalle urne elettorali potesse uscire un responso favorevole alla repubblica, ma che da esse potesse venir fuori una schiacciante maggioranza socialcomunista, capace di orientare per gli anni futuri i destini politico-istituzionali dell’Italia. Così però non avvenne; le urne al contrario confermarono la vittoria dei cattolici, e grosso modo si ripeterono i risultati ottenuti dai partiti nelle elezioni amministrative. Questa vittoria fu merito dell’intelligente politica di De Gasperi. La scelta a favore della repubblica (anziché per la monarchia come voleva una parte del partito) assicurò alla DC un posto e un ruolo di primo piano nell’Assemblea Costituente e nella nuova Italia che aveva scelto (sebbene non con una forte maggioranza) di essere repubblicana.
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[1] Questi fatti sono qui ricostruiti sulla base di una documentazione inedita di parte ecclesiastica: si tratta cioè dei dispacci inviati dal nunzio in Italia, mons. F. Borgongini Duca, alla Segreteria di Stato, da cui risulta come i cattolici italiani e la stessa autorità ecclesiastica vissero questi momenti cruciali della storia nazionale e quali speranze e timori ne accompagnarono lo sviluppo.
[2] «Cronaca Contemporanea», in Civ. Catt. 1946 I 72.
[3] ARCHIVIO DELLA CIVILTÀ CATTOLICA (ACC), Fondo non ordinato. Il documento è datato 8 febbraio 1946.
[4] In un rapporto del 30 marzo 1946 inviato dal Nunzio in Italia alla Segreteria di Stato sono riportati i giudizi espressi dal Presidente del Consiglio sulla situazione politica italiana e sulle sue prospettive future: «Questa mattina ho avuto un colloquio con S. E. il ministro De Gasperi. Lo scopo di tale colloquio era per me di appurare le impressioni e le sue previsioni dopo la seconda domenica elettorale. Alla mia domanda: “Come vanno le elezioni?” egli mi ha risposto prima chiudendo la bocca e masticando male, poi mi disse: “I democristiani sono il partito più forte; però è certamente inferiore alla coalizione degli altri. Né ci possiamo coalizzare con alcun partito di destra, perché alla nostra destra ogni partito è franato, quindi siamo rimasti soli contro le sinistre”. Gli ho domandato se era vero che il successo delle sinistre nelle campagne, mentre nei centri abitati prevalgono gli elementi democristiani, era dovuto al fatto che il suo partito non aveva lavorato la campagna. Mi ha risposto: “Questo si dice, ma non è vero: abbiamo lavorato città e campagna, le città hanno corrisposto, le campagne invece no, specialmente nelle vallate del Po […]. Né hanno avuto scrupoli di coscienza, perché i comunisti hanno strombazzato ai quattro venti che essi lasciano la religione libera e che in Polonia i russi hanno socializzato tutte le terre, ma non quelle della Chiesa. Alla mia domanda quale sarà l’aspetto della nuova Camera, mi ha risposto: “Quella stessa che è in Francia: cattolici con una maggioranza di sinistra. Tuttavia in Italia la distanza numerica tra cattolici e sinistra sarà minore”. Quindi mi ha aggiunto: “Questa situazione mi piace poco, preferirei di avere un altro partito al mio fianco, sia pure con un numero minore di seggi per i democristiani; piuttosto che essere soltanto noi a far sempre l’opposizione”. L’opposizione di un grande partito di massa come il nostro è pericolosa — perché a seconda delle varie questioni che si trovano sul tappeto — potremmo perdere volta a volta aderenti. Lo ho interrogato infine circa la Costituente e quindi sul tipo che potrà avere la futura costituzione. Non mi ha nascosto le sue preoccupazioni perché con la maggioranza di sinistra che si profila, sia pure con una compatta ed elevata minoranza — ma sempre minoranza — democristiana, è facile immaginare che vi sarà uno slittamento da destra a sinistra sul tipo di costituzione che verrà stabilita»: ACC, Fondo non ordinato.
[5] La Segreteria di Stato vaticana, mentre il progetto di legge era in formazione, fece di tutto, attraverso la mediazione del Nunzio, per tentare di eliminare o almeno emendare l’articolo in questione, che considerava offensivo nei confronti del clero italiano e lesivo della libertà della Chiesa. Le rimostranze presentate dai rappresentanti democristiani in sede di Consulta, nonché le numerose proteste pervenute al Governo da parte di vescovi e di associazioni cattoliche contro il dettato dell’art. 66, sortirono alla fine il loro effetto. L’articolo fu infatti emendato e fu soppressa quella parte prevista appositamente per il clero. Nella prima parte esso risultava così formulato: «Il pubblico ufficiale, l’incaricato a un pubblico servizio, l’esercente di un servizio di pubblica utilità, il ministro di un qualsiasi culto, chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, si adoperi […]». Questa nuova formulazione — che fu poi estesa anche alla legge che disciplinava le elezioni amministrative — soltanto in parte soddisfece l’autorità ecclesiastica. Infatti, secondo questa, se da un lato il legislatore aveva eliminato la grave discriminazione precedentemente prevista dall’art. 66 nei confronti del clero, dall’altro non mostrava di comprendere la specificità del ministero sacerdotale rispetto all’esercizio di un pubblico potere, mettendo sullo stesso piano le funzioni del ministro di culto cattolico con quelle esercitate dal pubblico ufficiale. La nuova norma insomma, scrisse il 3 marzo L’Osservatore Romano, pone sullo stesso piano «chi si impone a guida della coscienza altrui senz’essere all’uopo desiderato e riconosciuto; e chi — come il sacerdote per il fedele — è liberamente scelto, riconosciuto, desiderato; chi comunque agirebbe per un interesse politico proprio di parte e chi agirebbe a difesa di una causa qual è quella della religione, che supera e persino può contrastare ad interessi individuali e di partito».
[6] ACC, Fondo non ordinato. Il documento è datato 25 aprile 1946.
[7] In l’Unità, 30 dicembre 1945.
[8] «Il Congresso nazionale della Democrazia Cristiana», in Civ. Catt. 1946 II 337.
[9] ACC, Fondo non ordinato. Il documento è datato 21 maggio 1946.
[10] «Allocuzione di S. S. Pio XII alle giovani di Roma sui doveri dell’ora presente», in Civ. Catt. 1946 II 171.
[11] ACC, Fondo non ordinato. Il documento è datato 25 aprile 1946.
[12] ACC, Diario delle consulte, 29 aprile 1946.