Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II fu proclamato re d’Italia «per la grazia di Dio e la volontà della Nazione»[1]. Il giorno dopo Pio IX pronunciava l’allocuzione, preparata già da tempo, Iamdudum cernimus con la quale affermava che il Papa non poteva in nessun modo consentire alla «vandalica spoliazione» del suo Stato, facendo con ciò riferimento alle annessioni delle Legazioni e dei territori recentemente «conquistati» delle Marche e dell’Umbria: «Essi vorrebbero — affermava il Pontefice — che dichiarassimo formalmente di cedere in libera proprietà degli usurpatori le province del Nostro Stato Pontificio […]; vorrebbero che questa Apostolica Sede sancisca che la cosa ingiustamente e violentemente rubata può tranquillamente e onestamente possedersi dall’iniquo aggressore; e così si stabilisca il falso principio che la fortunata ingiustizia del fatto non reca alcun danno alla santità del diritto»[2]. Con questa stessa allocuzione il Pontefice condannava in tono grave e concitato non soltanto le frequenti violazioni dei diritti della Chiesa, ma anche la «laicizzazione forzata» posta in essere dai nuovi occupanti, come la lotta intrapresa contro gli ordini religiosi, le opere pie, nonché contro i vescovi, spesso costretti ad abbandonare le loro diocesi. «Quante Diocesi in Italia — denunciava a tale riguardo Pio IX — sono, per frapposti impedimenti, orbate de’ loro Vescovi, plaudendo i patroni della moderna civiltà che lasciano tanti popoli cristiani senza pastori e s’impadroniscono dei loro beni per convertirli a mali usi! Quanti Vescovi in esilio! Quanti apostoli che parlano a nome non di Dio, ma di Satana»[3].
Il segretario di Stato, card. Giacomo Antonelli, subito dopo il voto delle Camere torinesi che attribuiva a Vittorio Emanuele II il titolo di re d’Italia, inviò una Nota di protesta ai rappresentanti delle potenze straniere accreditate presso il Papa. «Un re cattolico — recitava la Nota del 15 aprile 1861 — mettendo in non cale ogni principio religioso, calpestando ogni legge, dopo avere spogliato a poco a poco l’augusto Capo della Chiesa cattolica della più ampia e florida parte dei suoi possedimenti, assume oggidì il titolo di Re d’Italia. Con ciò egli vuole suggellare le già compiute sacrileghe usurpazioni, che il suo Governo ha già manifestato di condurre a compimento, alle spese del patrimonio di San Pietro»[4]. Affermava poi perentoriamente che mai il Papa avrebbe riconosciuto la legittimità di tale titolo, perché esso «lede la giustizia e la sacra proprietà della Chiesa». La Nota nei
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