(Unsplash/Melanie Wasser)

LA PAURA

Un sentimento potente e sempre attuale

Quaderno 3887

pag. 438 - 450

Anno 2012

Volume II

2 Giugno 2012
Voiced by Amazon Polly

Dal punto di vista psicologico la paura è legata alla percezione di un pericolo reale, concreto e puntuale; anche se appartiene alla sfera emotiva, essa rimane sempre frutto di una valutazione a proposito di quanto sta accadendo, compiendo una previsione sul possibile andamento delle cose. La paura può manifestarsi in relazione ad animali o ambienti particolari (fobia), diventare diffusa fino a perdere il controllo, impoverendo la sua componente valutativa (panico); può essere conseguenza di una acuta sofferenza interiore (ansia), o uno stato durevole e profondo della persona (angoscia).

Questo sentimento si trova alla base delle più svariate motivazioni del comportamento umano, e può manifestarsi in ogni possibile scelta, ma soprattutto nelle non scelte. Essa può anche essere considerata come il motore essenziale degli affetti, delle relazioni, della storia, come del diritto, dell’economia e degli ultimi ritrovati dell’elettronica: gli antifurti, i metal detectors, i satelliti artificiali, le porte blindate, le cineprese, sempre più presenti nelle nostre città, trovano nella paura la loro ragion d’essere.

Uno strano paradosso

Le attuali società occidentali presentano a questo riguardo uno strano paradosso. Da un lato vi si nota una situazione di benessere senza precedenti, che consente di risolvere con facilità la maggior parte dei problemi legati alla sopravvivenza, offrendo a un sempre maggior numero di persone possibilità di istruzione e di cura. D’altra parte questa aumentata sicurezza presenta un costo molto alto: la proliferazione della paura. Per uno strano meccanismo psicologico, la ricerca eccessiva di sicurezza non elimina la paura, ma porta piuttosto a incentivarla (1).

La paura sembra essere la sensazione dominante delle nostre collettività, in cui società per assicurazioni sempre più numerose e variegate si sforzano di garantire l’esistenza in tutte le sue fasi. Il sociologico Bauman presenta la situazione in questi termini: «Siamo “oggettivamente” le persone più al sicuro nella storia dell’umanità. Come le statistiche dimostrano, i pericoli che minacciano di abbreviare la nostra vita sono più scarsi e lontani di quanto generalmente non lo fossero nel passato o non lo siano in altre parti del pianeta […]. Tutti gli indicatori oggettivi che si possono immaginare mostrano un aumento apparentemente inarrestabile della protezione di cui uomini e donne della parte “sviluppata” del pianeta godono su tutti e tre i fronti lungo i quali si combattono le battaglie in difesa della vita umana: rispettivamente contro le forze sprezzanti della natura, contro la debolezza congenita del nostro corpo e contro i pericoli che vengono da aggressioni di altre persone» (2).

Eppure, con tutto ciò, la paura aumenta; da questo punto di vista sembra di assistere su scala collettiva alla tipica dinamica del bambino viziato: quanto più è stato cresciuto nella bambagia, al riparo da ogni possibile fastidio grazie a genitori premurosi e iperprotettivi, tanto più manifesta una profonda sfiducia in se stesso, diventa triste, noioso, pieno di paure, insofferente a tutto.

Letta nell’attuale clima di grande recessione economica, la connessione tra paura e sicurezza rileva corsi e ricorsi interessanti. Freud lo fa notare nella sua celebre opera Il disagio della civiltà, la cui data di apparizione, il 1929, è significativa. Per Freud la moderna civiltà nasce da una forma di baratto, in cui l’uomo rinuncia a essere felice per poter essere sicuro, scambiando le proprie pulsioni, di per sé distruttive, con la sicurezza che la civiltà può fornire: «L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza» (3).

La ricerca eccessiva di sicurezza porta a una pericolosa oscillazione emotiva, dalla noia al panico, con preoccupanti ricadute a livello di impostazione di vita, specie in età giovanile, perché spegne l’entusiasmo, il desiderio, la voglia di vivere e di giocarsi rischiando per qualcosa di importante: «Contrariamente all’evidenza obiettiva, sono coloro che vivono in un agio mai conosciuto prima e che sono più coccolati e viziati di chiunque altro nella storia, a sentirsi più minacciati, insicuri, spaventati, più facili al panico e più attratti da qualsiasi cosa abbia a che fare con la sicurezza e l’incolumità, rispetto alla maggior parte delle altre società del passato e del presente» (4).

La società tecnologica è maggiormente preda della paura?

La stranezza rilevata dal binomio sicurezza-paura indica come scienza e tecnologia siano strutturalmente incapaci di fornire una risposta adeguata ai problemi più importanti dell’esistenza, rivelando un divario incolmabile: più aumentano le realizzazioni volte a garantire la sicurezza personale e collettiva, più aumentano le costellazioni simboliche e affettive legate alla paura.

Paura e ansia costituiscono infatti i messaggi non detti che giungono dalle porte blindate, dalle sofisticate modalità di segretezza bancaria, dalle scorte armate e dalle guardie del corpo, dalle telecamere, dai posti di blocco… Questo tipo di situazioni porta al diffondersi sempre più capillare della paura-panico, che a sua volta spinge a fuggire dalla vita reale. Molte protezioni implicano molti potenziali pericoli, sempre sul punto di prevalere: «Essere protetti significa (nella percezione sociale) anche essere minacciati» (5).

La paura sembra così prosperare proprio quando si fa della sicurezza il criterio supremo del vivere, cercando in tal modo di evitare i rischi piuttosto che fronteggiarli. E poiché questo sentimento si alimenta di suggestione e immaginazione, esso trova il suo terreno ideale proprio in chi, non dovendo affrontare quotidianamente pericoli reali, finisce per diventare prigioniero dell’immaginario, di ciò che non capita, ma potrebbe capitare: il pericolo è sempre all’erta, pronto a manifestarsi (6). Tutto questo alla fine, più che allontanare la paura, la ricorda ad ogni istante, e da salutare campanello di allarme verso un pericolo concreto finisce per trasformarsi in panico ingiustificato: «“Paura” è il nome che diamo alla nostra incertezza, alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla» (7).

La paura, quando regna indiscriminata, comporta altre spiacevoli conseguenze, come la tristezza, la depressione, l’incapacità cronica di godere della propria vita, perché ossessionati da un male che non esiste, ma che potrebbe sempre manifestarsi: «Uno studio realizzato dai ricercatori dell’University College di Londra ha dimostrato che chi ha paura di subire atti criminali corre un rischio doppio di ammalarsi di depressione […]; la paura può indurre anche una riduzione di alcune funzioni fisiche nella qualità della vita, e una minore propensione alle relazioni sociali […]. Ridurre questa paura, probabilmente, può contribuire a migliorare la salute psichica di molte persone» (8).

La dimensione culturale della paura

La forza della paura, come si notava, nasce dal fatto che essa attinge all’immaginazione e ai messaggi culturali che giungono dalla società e dalle sue rappresentazioni culturali. Per questo si tratta di un sentimento potenzialmente infinito, in grado di influenzare potentemente la modalità di conoscenza, di valutazione e soprattutto di azione, fino ad esiti terribili. Come ebbe a osservare il presidente degli Stati Uniti, F. D. Roosevelt: «Gli uomini non sono prigionieri del fato, ma solo della propria mente».

Tutto ciò è stato ben compreso dalle dittature di tutti i tempi. Se si riesce a instillare la paura nella popolazione, la si ha in pugno, essa obbedirà docilmente ai comandi dei suoi governanti: «Si fa tutto con parole e immagini. Per citare un vecchio detto: ne uccide più la lingua che la spada […]. Una volta create la paura pubblica e la minaccia incombente del nemico, le persone ragionevoli si comportano irrazionalmente, le persone autonome si comportano in modo stupidamente conformista e le persone pacifiche si comportano come guerrieri. Le drammatiche immagini del nemico che compaiono su manifesti, alla televisione, sulle copertine delle riviste, nei film e su Internet si stampano nei recessi del sistema limbico, il cervello primordiale, insieme con le potenti emozioni della paura e dell’odio» (9).

Un esperimento compiuto alcuni anni fa da A. Bandura conferma la verità di questa affermazione: alcuni volontari dovevano esaminare gruppi differenti di studenti, scelti a caso, riportando le loro valutazioni al termine delle prestazioni effettuate. Ciò che risultava interessante è che le valutazioni offerte variavano sensibilmente se, prima di vedere le persone, i volontari venivano a conoscere in modo apparentemente casuale commenti negativi sugli appartenenti ai gruppi, finendo per considerarli come potenziali nemici da avversare e temere: «Senza rendervi conto che anche questo fa parte dell’esperimento, sentite “accidentalmente” l’assistente lamentarsi all’interfono con il responsabile dell’esperimento, dicendo che gli altri studenti “sembrano degli animali”» (10).

In tal modo la paura suscitata portava a un’accresciuta ostilità, condizionando pesantemente il pensiero e il comportamento del volontario, prima ancora di essere entrato in contatto con coloro che doveva valutare: «Immaginarli come “animali” estingue in voi ogni eventuale senso di compassione […]. Quel singolo termine descrittivo modifica la vostra immagine mentale di quelle altre persone. Vi allontana dall’idea di simpatici studenti universitari che devono essere più simili a voi che diversi da voi. Quel nuovo modo di vedere ha un forte impatto sul vostro comportamento» (11).

Elementi del tutto simili sembrano purtroppo ritrovarsi alla base delle stragi più efferate della storia, di cui l’olocausto rappresenta solo uno degli esempi più eclatanti. Lo studio di Zimbardo ritrova esattamente i medesimi meccanismi improntati alla paura, che portano ad accentuare la tendenza a considerare in modo disumano e stereotipato l’appartenente ad altri gruppi etnici, culturali e sociali, dipingendolo come un «mostro» o un «insetto nocivo», e dunque da eliminare.

Chiunque può diventare preda di questi meccanismi, come la cronaca e la perizia psichiatrica hanno purtroppo dimostrato studiando le stragi e i genocidi che si sono succeduti numerosi nel corso dell’ultimo secolo: «Vorrei che vi poneste continuamente la domanda: “Anch’io?”, mentre incontriamo varie forme di male. Esamineremo il genocidio in Ruanda, il suicidio e l’assassinio di massa dei membri del Peoples Temple nella giungla della Guyana, il massacro di My Lai in Vietnam, gli orrori dei campi di concentramento nazisti, la tortura praticata nel mondo dalla polizia militare e civile […]. Infine vedremo come alcuni elementi comuni a tutte queste forme di male ricorrano anche negli abusi perpetrati su detenuti civili nel carcere di Abu Ghraib in Irak» (12). Coloro che avevano compiuto tali atrocità erano persone del tutto «normali», integrate e istruite, ma che avevano profondamente interiorizzato un’ideologia impregnata di paura e rancore.

La paura come meccanismo di controllo e di profitto

La crescita esponenziale della paura nella nostra società presenta certamente anche indubbi vantaggi per alcuni gruppi e corporazioni, che vedono in essa sostanzialmente la possibilità di un grande business, una fonte inesauribile di ricchezza dal punto di vista politico-economico. Sulla paura prosperano infatti le società di assicurazione e i loro sempre più sofisticati e diversificati accessori, che possono tuttavia diventare anche potenti meccanismi di controllo sociale e di manipolazione delle masse.

Pensiamo a come le fonti di informazione facciano della paura uno dei canali commerciali che maggiormente consente di «vendere» le notizie (come è recentemente accaduto a proposito della presunta pericolosità di alcune malattie), mostrandosi come un prodotto della cultura cosiddetta postmoderna, della globalizzazione. Risulta ugualmente significativo l’aumento di proposte culturali in cui predominano l’horror, il mostruoso (che nell’editoria diventa con facilità circuito dei bestsellers più redditizi). L’uomo teme la paura, ma sembra nello stesso tempo esserne attratto, incuriosito dalle sue possibili rappresentazioni: «Così la paura, che mai aveva abbandonato la cultura e l’immaginario collettivo del mondo moderno occidentale, viene sempre più spettacolarizzata e rappresentata come il ritorno del terrore e la fine del mondo fraterno e cosmopolita» (13).

Il consumismo è una maniera altrettanto redditizia di contrastare la paura. Alla radice dell’accumulo dei beni c’è la paura di restarne senza, di padroneggiare l’incertezza del futuro (un meccanismo che è alla base del vizio dell’avarizia): «Il poter partecipare all’euforia consumista è la nuova strategia per demonizzare le nevrosi collettive e per esorcizzare i pericoli e le insicurezze che incombono su una società in continua trasformazione e perenne crisi di identità» (14).

Un semplice accenno all’essere passati da un allarme «arancione» ad uno «rosso» da parte dei media, senza fornire alcuna spiegazione circa il possibile significato, né tantomeno la giustificazione della sua gravità, diventa tuttavia sufficiente per scatenare il panico nella popolazione.

Il regista M. Moore, presentando il suo film Fahrenheit 9/11, individuava nella paura il meccanismo regolatore della società statunitense: «Questo film è la continuazione dell’idea che sta alla base di Bowling for Columbine. Là avevo esplorato la manifestazione personale della paura, avevo raccontato come le persone possono essere ingannate dalle immagini televisive e intimidite dalle armi. In questo film invece ho scelto di raccontare la paura collettiva, l’isteria di massa che il potere riesce a creare per distrarre l’opinione pubblica dai veri temi. Come ha scritto George Orwell nel suo romanzo 1984, il leader di un popolo deve tenerlo in uno stato di paura costante facendogli credere che in qualunque momento potrebbe essere attaccato, così rinuncerà alla libertà per poter vivere. Gli americani hanno fatto questo negli ultimi due anni e mezzo» (15).

In Italia la situazione non si presenta molto diversa. Una delle forme di paura più utilizzate da parte di chi governa è nei confronti di chi viene ritenuto «diverso», come, ad esempio, gli immigrati, distogliendo in tal modo l’attenzione della gente da altri problemi ben più gravi, concreti e scomodi. È quanto accaduto nel corso delle ultime campagne elettorali, in cui il tema della sicurezza e della protezione ha finito per oscurare i reali problemi del Paese: «L’ultima rilevazione del Censis, pubblicata nel luglio scorso [2007], mette in evidenza che in Italia le principali preoccupazioni riguardano la casa e il lavoro. Tutto il resto, paura dello straniero, sicurezza, degrado urbano, resta indietro di parecchi punti. Eppure i media continuano a perpetuare il mantra della sicurezza come se fosse l’unico argomento che interessa» (16). Si riscontra in tal modo il medesimo paradosso: paura e pericoli effettivamente presenti procedono su binari opposti.

La paura come catalizzatore psichico

Anche sul versante psicologico e psichiatrico si nota la medesima tendenza fin qui rilevata, soprattutto in occasione di fatti legati alla cronaca nera, specie se di dominio pubblico. È anche a motivo della pressione emotiva della paura che psicologi e psichiatri sono con facilità portati, sulle pagine dei quotidiani o in salotti televisivi, a classificare le persone come «disturbate», «folli», o perfino come degli autentici «mostri», senza portare alcuna diagnosi in merito, che richiederebbe invece una conoscenza accurata del contesto educativo, sociale e culturale in cui questi individui hanno maturato, spesso nel corso di molti anni, tali propositi.

A dispetto di tutto ciò, molte «etichette» vengono con facilità messe in campo in queste occasioni, principalmente per difendersi dalla paura sottostante: «Nell’epoca attuale, si rischia di utilizzare le classificazioni per rassicurare giudici, mass-media e opinione pubblica circa il fatto che, finché ci saranno psichiatri, la gente potrà fare affidamento sulla loro capacità di discriminare i “sani” dai “matti”. Pertanto, chi mette in atto emozioni e passioni attraverso condotte conformi può stare tranquillo. Chi passa all’atto con modalità difformi, violente, delinquenziali, invece, ha la celletta psicopatologica in cui essere collocato e con cui essere etichettato, a conforto e serenità di tutta quell’altra umanità che — agendo, sentendo e pensando in maniera “integrata” — potrà sostenere di non dover condividere nulla con il “mostro”. Gli psichiatri, con il loro furore classificatorio, stanno diventando i garanti di questi pregiudizi, quando con tanto zelo si accaniscono nel tentativo di spiegare e di ricondurre i comportamenti umani “difformi” — e non solo quelli più efferati, disturbanti, non comprensibili e sgradevoli — nell’ambito della psicopatologia» (17).

La paura di Dio

La paura diffusa diventa un potente ostacolo anche nei confronti della dimensione religiosa dell’esistenza.

Secoli di predicazione, in cui spesso ha prevalso più la minaccia del castigo che la misericordia, hanno purtroppo condotto molti fedeli ad avere un atteggiamento nei confronti di Dio ispirato soprattutto alla collera e alla paura della punizione.

Anche un luogo teologico così importante della predicazione e della vita cristiana come la morte in croce di Gesù è stato letto con le categorie della vendetta, di una giustizia «retributiva» intesa in termini meramente fiscali (18). Il tema della legalità e della giustizia soddisfattoria, applicato alla teologia e alla predicazione, rischia di focalizzarsi unicamente sul peccato e sui suoi conseguenti castighi.

In tal modo il senso religioso finisce per ridursi a superstizione, magia, calcolo utilitario, disperando alla fine della stessa possibilità della salvezza, una salvezza che presenta certamente le caratteristiche del dono, ma che rimane nello stesso tempo alla propria portata.

Lo storico francese J. Delumeau terminava in modo piuttosto sconsolato il suo ampio studio sull’idea di colpa e peccato trasmesse dalla catechesi e predicazione dell’epoca moderna: «Una paura troppo forte e un linguaggio tendente a insinuare il senso di colpa troppo ossessivo possono paralizzare, avvilire, sfibrare. La nostra indagine ha incontrato più e più volte, sia presso i cattolici che i protestanti, la tentazione allo scoraggiamento (soprattutto al momento della morte) che ha colto tante anime alle quali si era parlato più di peccato che di perdono […]. Non si maneggia senza rischi e senza pericoli l’arma della paura. Un’insistenza troppo accentuata sulla morte e sul macabro, sui supplizi dell’aldilà, sulle confessioni e le comunioni malfatte poteva risultare pericolosa per l’equilibrio psichico di certi ascoltatori» (19).

Le conseguenze di questa maniera di presentare il mistero di Dio saranno enormi; una predicazione pressoché identificata con la paura e il castigo condurrà al rifiuto della proposta religiosa e alla progressiva scristianizzazione dell’Europa. Sempre più filosofi, intellettuali e uomini di cultura considereranno la religione cristiana, e quindi la religione tout court, come fonte di disperazione e di ossessioni nemiche della vita, come direbbe Nietzsche.

E tuttavia, anche la ricerca di una sicurezza assoluta in campo religioso porta a derive non meno gravi e pericolose; leggi e precetti possono essere adempiuti come garanzia di essere a posto con Dio e con la propria coscienza, senza interrogarsi in profondità sul senso del proprio agire. Questo atteggiamento si nota, ad esempio, in sede di confessione sacramentale, là dove la persona sembra incapace di riconoscere qualcosa di cui rimproverarsi, e dunque di cui essere perdonata, trincerandosi dietro il fatidico ritornello: «Padre, cosa debbo dirle? Rubare non ho rubato, ammazzare non ho ammazzato… sono a posto con Dio». La tendenza a ridurre la relazione con Dio a un livello puramente legale costituisce anch’essa una forma di difesa di fronte alla paura sottostante, non soltanto delle proprie fragilità e debolezze, ma soprattutto nei confronti di un incontro spiazzante e imprevedibile con il mistero di Dio: «La psicologia clinica e la psicoterapia ci dicono che la religione ha un solo grande nemico, un nemico molto potente, che non è l’egoismo o l’aggressività, ma la paura. L’effetto principale della paura è costruire una barricata contro la potenza dell’amore e della fede in Dio. Per Gesù la paura e la sfiducia in Dio erano i grandi nemici per l’uomo; basta ricordare l’episodio della tempesta placata, in cui egli rimprovera i discepoli non di poca virtù, ma di essere paurosi, per accorgersi quanto il suo insegnamento, dal punto di vista psicologico, ha voluto allontanare l’uomo proprio dalla paura» (20).

La paura di vivere: l’incapacità di prendere decisioni

Questa visione della vita finisce per smarrire la dimensione di progettualità, componente di rischio, certamente, ma anche di appetibilità, di desiderio di spendersi per qualcosa che vale; tutto ciò ha pesanti ripercussioni in altri ambiti della dimensione religiosa, come ad esempio la scelta vocazionale.

Il drastico calo dei matrimoni è spesso legato a una grande insicurezza e paura del futuro, di non farcela a mantenere gli impegni presi. In questo senso le convivenze sembrano essere uno specchio del nostro tempo; esse sono, come è stato osservato, «le figlie dell’ansia, della paura condivisa da uomini e donne che anche il proprio matrimonio finisca a pezzi come quello dei genitori o degli amici» (21). Questa paura finisce per diventare una profezia che si autoavvera; è noto dal punto di vista psicologico quanto la paura che un evento si realizzi contribuisca paradossalmente al suo realizzarsi (22). In ogni caso viene minata la capacità di godere della propria vita, di giocarsi per essa, di essere grati per ciò che si ha e si è.

Quando ci si illude di voler avere ogni cosa sotto il proprio controllo, si dimentica la dimensione del rischio presente in ogni scelta importante, minando pesantemente la stima di sé, mediante appunto l’avvertita paura di non farcela. Per questo non ci si avventura in grandi scelte, perché la paura di fallire è più forte del desiderio di giocarsi per qualcosa di bello e di grande. Da qui la paralisi nei confronti di scelte che impegnino in modo definitivo, scelte che d’altra parte aiutano a vivere esperienze di stabilità, uscendo dall’incertezza: «Pensando di poter tenere tutto sotto controllo, l’uomo moderno è cresciuto con il culto — o forse meglio, con l’illusione ossessiva — della propria sicurezza. Intrecciandosi con l’individualismo edonista postmoderno, questo processo sta producendo soggetti fragili, capaci di accettare solamente il rischio legato alle proprie decisioni, ma del tutto insofferenti per i rischi che essi devono sopportare per responsabilità altrui» (23).

L’eccesso di possibilità, senza un criterio di valutazione, non aiuta, ma rischia di soffocare la decisione: il progresso tecnologico, economico e sociale, pur sfornando strumentazioni sofisticate e multifunzionali capaci di giungere a livelli di possibilità mai visti prima, non sembra con ciò in grado di sconfiggere la paura, finendo piuttosto per generarne altre, ben più minacciose e implacabili.

Si realizza così quanto aveva preannunziato Kafka nel racconto La tana: un animale, roso dalla paura di essere aggredito, si dedica con tutte le sue forze alla realizzazione di un rifugio inattaccabile. Eppure, quanto più vi lavora, tanto più cresce la sua ansia, si insinuano dubbi e obiezioni circa la tenuta delle pareti, la solidità degli sbarramenti, le possibili modalità di entrata del nemico. Alla fine, esasperato, abbandona tutto ed esce all’aria aperta, preferendo un nemico visibile a uno invisibile (24).

«Non abbiate paura!»

La paura rimane dunque invincibile finché ci si limita a considerarla dall’esterno, come un segnale di allarme di fronte a un nemico visibile o nascosto, sempre pronto a colpire.

Si tratta piuttosto, come la riflessione degli antichi aveva colto con chiarezza, di riconsiderare la dimensione interiore del pericolo, per lo più smarrito nella nostra epoca. Il nemico infatti, come aveva compreso la tradizione filosofica e spirituale, si trova non fuori, ma dentro di noi, ed è in quella sede che va riconosciuto, affrontato e vinto.

Per questo soltanto un cammino religioso e spirituale è in grado di rassicurare il nostro cuore pauroso, perché ricorda che la storia, la vita di ciascuno non è preda del caso o del prepotente di turno, ma si trova saldamente nelle mani di Dio, che ci invita a riporre la nostra fiducia in Lui, e dunque a non temere.

Questo invito a non avere paura, poiché ogni potere viene dal Padre, rivela un’immagine di Lui all’insegna della tenerezza e dell’affetto; per questo, al timore degli uomini e degli eventi, Gesù sostituisce il più veritiero timore di Dio. Si tratta di un timore che, lungi dall’angosciare, pacifica il cuore (25). Non è un caso che questo passo sia l’unico, in tutti i Vangeli sinottici, in cui Gesù chiama i suoi discepoli amici: «C’è in questa parola la garanzia dell’amore personale del Signore che li accompagnerà fino nella morte. Quindi, non temete! Il potere degli uccisori è limitato: la morte che gli uomini possono infliggere non tocca la vita umana nella sua realtà più profonda» (26).

La paura si vince decidendosi per qualcosa che vale, animati dal desiderio di una vita piena, degna di essere vissuta. La paura può essere placata solo rispondendo all’unica voce capace di rassicurare il cuore (27).

***

(1) Come osserva a questo proposito Radcliffe: «Sotto molti aspetti, viviamo in un mondo molto più sicuro dei nostri antenati. Almeno in Occidente, siamo più protetti da malattie, violenza e povertà. E tuttavia abbiamo paura. Siamo ansiosi riguardo a pericoli che abbiamo creato noi: disastro ecologico, BSE, energia nucleare, piante geneticamente modificate. Sono stato in Paesi in Africa dove le persone sopportano pericoli terribili ogni giorno con calma e fiducia, mentre in Occidente il più vago accenno di rischio produce il panico» (T. Radcliffe, Il punto focale del cristianesimo. Che cosa significa essere cristiani?, Cinisello Balsamo [Mi], San Paolo, 2008, 111).

(2) Z. Bauman, Paura liquida, Bari – Roma, Laterza, 2008, 161.

(3) S. Freud, “Il disagio della civiltà”, in Id., Opere, X, Torino, Bollati Boringhieri, 1978, 602.

(4) Z. Bauman, Paura liquida, cit., 162.

(5) R. Castel, L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, Torino, Einaudi, 2004, 5.

(6) Che la sicurezza sia un’utopia irraggiungibile dal punto di vista economico, sociale, ma soprattutto psicologico, è ben mostrato da un recente libro di Sofsky. Egli scrive fra l’altro: «Benché la durata della vita e i consumi di massa abbiano toccato livelli storicamente senza precedenti, dilaga un po’ ovunque una singolare inquietudine, addirittura l’isteria […]. Il voler bandire completamente tutti i pericoli è solo l’altra faccia dell’allarmismo. Non appena il bisogno di sicurezza prende il sopravvento, gli oneri della prova vengono semplicemente rovesciati […]. Si attribuisce a priori una minaccia a ogni novità fino a quando la sua innocuità non sia stata definitivamente dimostrata […]. Benché non sia neppure possibile verificare se il rischio effettivamente sussista, l’agitazione è grande. Perché nulla appare più minaccioso dell’incertezza» (W. Sofsky, Rischio e sicurezza, Torino, Einaudi, 2005, 29 s).

(7) Z. Bauman, Paura liquida, cit., 4; corsivo nel testo.

(8) M. Barberi, «Paure (in)controllate», in Mente e cervello 6 (2008) n. 45, 33.

(9) Ph. Zimbardo, L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?, Milano, Raffaello Cortina, 2008, 13. Cfr S. Keen, Faces of the Enemy. Reflections on the Hostile Imagination, New York, Harper & Row, 2004.

(10) Ph. Zimbardo, L’effetto Lucifero…, cit., 23. Cfr A. Bandura – B. Underwood – M. E. Fromson, «Disinhibition of aggression through diffusion of responsibility and dehumanization of victims», in Journal of Research in Personality 9 (1975) 253-269.

(11) Ph. Zimbardo, L’effetto Lucifero…, cit., 23 s.

(12) Ivi, 5 s.

(13) P. Boschini, «Dall’insicurezza al terrore? Per una fenomenologia sociale della paura», in Rivista di teologia dell’evangelizzazione 14 (2010) n. 28, 332; cfr anche M. Augé, Non luoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera, 1993, 32; A. Giddens, Le conseguenze della modernità, Bologna, il Mulino, 1994, 16.

(14) P. Boschini, «Per un’antropologia della paura. Abbozzo di riflessione filosofica», in Rivista di teologia dell’evangelizzazione 13 (2009) n. 26, 507.

(15) «Moore, “Questo film sarà uno choc per gli americani”», http://trovacinema.repubblica.it/film/fahrenheit-911/271336, 17 maggio 2004. Il precedente film, Bowling for Columbine, riconosceva come la paura collettiva fosse alla radice dell’incredibile numero di omicidi negli USA – 11.000 all’anno, trenta volte superiore a qualunque altro Paese. A questo proposito Moore riportava un dato significativo circa il carattere immaginifico della paura: nel corso dell’anno 1999, nonostante una diminuzione dei crimini del 20%, le notizie trasmesse dai media negli Stati Uniti a proposito di aggressioni armate e omicidi erano aumentate del 600%. La paura rimane il messaggio culturale di fondo che accompagna il cittadino statunitense nel corso di tutta la sua giornata.

(16) M. Barberi, «Paure (in)controllate», cit., 30.

(17) U. Fornari, Monomania omicida. Origine ed evoluzione storica del reato d’impeto, Torino, Centro Scientifico Editore, 1997, 224.

(18) Cfr gli esempi, tratti dalla predicazione e dalla pubblicistica degli ultimi secoli, riportati da B. Sesboüé, «Un lugubre florilegio», in Id., Gesù Cristo l’unico mediatore, vol. 1, Milano, Paoline, 1991, 74-92.

(19) J. Delumeau, Il peccato e la paura. L’idea di colpa in Occidente dal XIII al XVIII secolo, Bologna, il Mulino, 1987, 1005.

(20) P. Ionata, «I guai del perfezionismo religioso», in Città Nuova (1990) n. 2, 44.

(21) M. Barbagli, Provando e riprovando. Matrimonio, famiglia e divorzio in Italia e in altri Paesi occidentali, Bologna, il Mulino, 1990, 33.

(22) Cfr R. Merton, «La profezia che si autoadempie», in Id., Teoria e struttura sociale. 2: Studi sulla struttura sociale e culturale, Bologna, il Mulino, 2000.

(23) P. Boschini, «Dall’insicurezza al terrore?», cit., 336 s; cfr S. Belardinelli, Contro la paura. L’Occidente, le radici cristiane e la sfida del relativismo, Roma, Liberal, 2005, 34.38.75-78.

(24) Cfr F. Kafka, «La tana», in Id., Tutti i racconti, vol. II, Milano, Mondadori, 1984, 224-255.

(25) «Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete avere paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!» (Lc 12,4-7).

(26) G. Rossé, Il vangelo di Luca, Roma, Città Nuova, 1995, 482.

(27) Questo aspetto della problematica, considerata la sua importanza, verrà trattato in un prossimo articolo.

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