Quando si guarda alla modernità come al tempo che ha valorizzato la dimensione terrena dell’uomo, si attribuisce naturalmente una grande importanza alla pluralità dei livelli dell’esperienza umana: dalla scienza alla politica, dalla coscienza alle altre manifestazioni della soggettività. Sono manifestazioni distinte ma non separabili, che attendono di essere continuamente composte armonicamente su un piano che le comprenda tutte. Invece, come ha notato Michele Lenoci, la tendenza attuale preferisce separarle o contrapporle, separare cioè o contrapporre la dimensione soggettiva ad altre dimensioni soggettive e alla dimensione religiosa e trascendente. Lo sforzo di costituire un’unità sistematica razionale ha condotto a un’immagine unilaterale dell’uomo, per la quale la ragione è l’unico metro, non un aspetto della sua realtà. A ciò ha contribuito, nel Novecento, lo sviluppo della ricerca scientifica nei campi fisico e biologico, psicologico e sociale[1].
Su questo sfondo generalissimo si può collocare l’opera di Jürgen Habermas, già allievo di Theodor W. Adorno e principale autore della seconda generazione della Scuola di Francoforte. Diversamente dal suo maestro, ha unito gli studi filosofici e sociologici con un vasto impegno politico durante gli anni Sessanta nei movimenti di contestazione. Ha indagato particolarmente i fondamenti teorici delle scienze sociali, la configurazione dell’attuale società capitalistica e la problematica della razionalità nel mondo contemporaneo. Sogliono distinguersi, nell’evoluzione del suo pensiero, due periodi. Il primo ha visto l’approfondimento della fondazione dialettica della teoria critica, il secondo lo studio dei limiti di tale fondazione e di una teoria dell’evoluzione sociale e dell’agire comunicativo che rivaluta i princìpi del pensiero ermeneutico e pragmatistico, della filosofia analitico-linguistica e della sociologia classica[2].
Di lui analizziamo qui il breve saggio Fede e sapere, che riprende il discorso da lui tenuto il 14 ottobre 2001 in occasione del conferimento del Friedenspreis des Deutschen Buchhandels. Scritto dopo l’11 settembre 2001, tocca un argomento che lo stesso Autore formula così: «Che cosa pretende dai cittadini di uno Stato democratico costituzionale (sia dai credenti sia dai non credenti) la secolarizzazione portata avanti dalle società postsecolari?»[3]. L’11 settembre è stato uno spartiacque. A fronte delle «ortodossie irrigidite», bisogna ricordarsi della «dialettica incompiuta nella nostra stessa secolarizzazione occidentale» per evitare una guerra tra culture diverse. «Il terrorismo esprime anche lo scontro — drammaticamente afasico — tra mondi che dovrebbero cercare di sviluppare un linguaggio comune al di là della muta violenza degli attentati e dei missili. Di fronte a una globalizzazione che si impone attraverso
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