IL FRATERNO INCONTRO ECUMENICO TRA IL PAPA E IL PATRIARCA ORTODOSSO RUMENO

Quaderno 3657

pag. 274 - 283

Anno 2002

Volume IV

2 novembre 2002

Qualcosa di nuovo ha aleggiato, la mattina di domenica 13 ottobre, tra le volte della basilica di San Pietro: il ripetuto abbraccio di pace tra Giovanni Paolo II e il patriarca ortodosso rumeno Teoctist. In quella mattina — come ha rilevato Andrea Riccardi — «si respirava qualcosa di profondo nel quadro della solenne liturgia eucaristica presieduta dal Papa con la partecipazione del Patriarca rumeno: era la passione per l’unità dei cristiani. Due capi di Chiese, due uomini che hanno vissuto una parte considerevole dei drammi del Novecento, hanno riflettuto su quanto sia importante l’unità dei cristiani per l’umanità. Il travaglio dell’umanità del secolo passato, i ricordi delle guerre mondiali, i problemi della ricostruzione dell’Europa, quelli della secolarizzazione sono temi affiorati nei discorsi di entrambi». Le loro parole e i loro gesti «hanno espresso la solidarietà con cui da Roma cattolica e da Bucarest ortodossa si guarda al futuro del cristianesimo» (Oss. Rom., 14-15 ottobre 2002, 1). I ripetuti applausi con i quali i fedeli hanno sottolineato il susseguirsi di gesti, di parole e di abbracci tra il Papa e il Patriarca hanno ravvivato in molti il ricordo di quella passione per l’unità espressa spontaneamente dalla folla di Bucarest: «Unitate! Unitate!», gridò la gente al termine della visita di Giovanni Paolo II in Romania, visita definita da lui stesso, al rientro a Roma, «un evento di portata storica»1.

La settimana «romana» del Patriarca ortodosso di Romania

Dal 7 al 13 ottobre scorsi, il patriarca Teoctist, accompagnato dal suo seguito (tre metropoliti, un arcivescovo e vari esponenti della Chiesa ortodossa di Romania), ha fatto visita ufficiale al Papa e alla Chiesa di Roma. Per tutta la settimana è stato ospite del Santo Padre in Vaticano nella Domus Sanctae Marthae. Per l’anziano Patriarca, che porta abbastanza bene i suoi 87 anni, il soggiorno romano ha costituito un’immersione nelle radici culturali e storiche del suo Paese, il quale, a maggioranza ortodossa, è però in larga parte di tradizione latina quanto alla cultura e quanto alla lingua. Con questo soggiorno romano e con i ripetuti incontri personali con Giovanni Paolo II, il Patriarca ha restituito la visita che il Papa aveva compiuto in Romania nel maggio del 1999. Già allora, fatto significativo nel difficile processo del cammino ecumenico tra cristiani della cattolicità e dell’ortodossia, essi avevano pregato insieme, ripetutamente, e si erano scambiati gesti e parole di pace e di riconciliazione. A Roma, gli incontri personali tra il  Pontefice e il Patriarca sono stati tre: il primo, dopo l’arrivo all’aeroporto di Fiumicino, lunedì 7 ottobre, in piazza San Pietro; il secondo, nella biblioteca privata del Papa con lo scambio di doni e di discorsi seguiti dalla firma di una Dichiarazione comune, e quindi il pranzo col Patriarca ospite del Santo Padre (mattina di sabato 12 ottobre); il terzo, domenica 13 ottobre, nella Basilica Vaticana con la presenza del Patriarca alla celebrazione eucaristica presieduta da Giovanni Paolo II.

Tale incontro, atto conclusivo della settimana di Teoctist a Roma, è stato particolarmente ricco di gesti ecumenici: all’ingresso della Basilica, dove il Papa ha accolto il Patriarca, si sono scambiati un primo abbraccio di pace; poi entrambi hanno benedetto i fedeli col libro dei Vangeli; entrambi, prima il Patriarca, poi il Santo Padre, hanno tenuto l’omelia durante la liturgia della Parola; insieme hanno recitato il Simbolo della fede niceno-costantinopolitano; si sono ancora scambiati un fraterno abbraccio di pace prima della comunione eucaristica, alla quale il Patriarca ovviamente non ha partecipato; infine, ancora insieme hanno impartito la benedizione finale e insieme, al termine del rito, hanno compiuto la processione lungo la navata centrale della Basilica, ricevendo l’omaggio plaudente dei fedeli, visibilmente commossi per quel «pellegrinaggio di comunione», quasi impensabile soltanto alcuni anni or sono. Questa celebrazione eucaristica è stata la più viva espressione della volontà di entrambe le Chiese di cercare una comunione piena e visibile, superando pregiudizi e incomprensioni del passato, purificando anche il linguaggio con cui i cristiani parlano gli uni degli altri. Tale partecipazione attiva del Patriarca in San Pietro sigilla il riconoscimento reciproco tra le due Chiese di avere in comune sacramenti, successione apostolica, sacerdozio ed Eucaristia. Ancora una volta si è potuto constatare che ciò che unisce cattolici e ortodossi rumeni è molto di più di quanto storicamente li ha divisi.

Nella stessa settimana (7-13 ottobre) il patriarca Teoctist ha avuto, a Roma, molti altri incontri sia con diverse realtà del mondo cattolico sia con autorità italiane. Ricordiamo in particolare le due celebrazioni, svoltesi rispettivamente nella patriarcale basilica lateranense e nella chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina. Nel primo pomeriggio di venerdì 11 ottobre, il Patriarca è stato accolto nella cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, dal cardinale vicario Camillo Ruini, il quale gli ha fatto dono di una reliquia di san Silvestro da destinare a una parrocchia ortodossa a Bucarest. Il giorno dopo (pomeriggio di sabato 12 ottobre), nella chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, il patriarca Teoctist — unitamente al card. Walter Kasper, al card. Ruini e al card. Francis E. George, arcivescovo di Chicago e del titolo presbiterale della stessa chiesa — ha presieduto la celebrazione ecumenica in memoria dei testimoni della fede cristiana nel XX secolo. Tale incontro si è posto in continuità con l’evento giubilare del 7 maggio 2000, al Colosseo, quando Giovanni Paolo II aveva presieduto la «Commemorazione dei Testimoni della Fede del XX secolo» alla presenza di numerosi rappresentanti delle Chiese ortodosse e delle altre Chiese e Comunità ecclesiali (cfr Civ. Catt. 2000 II 598-607). «I martiri — ha detto il patriarca Teoctist parlando  nella chiesa di San Bartolomeo, destinata ad essere “memoriale dei testimoni della fede del XX secolo” — sono luci di risurrezione, maestri di vita cristiana e uomini di preghiera»; ringraziando poi Giovanni Paolo II per la sua opera ecumenica, ha concluso affermando: «Poiché le nostre Chiese sono piene di testimonianze e di santità dei martiri di tutti i secoli, noi servi di Cristo dobbiamo cercare sempre più l’aiuto dei santi per poter sentire sempre più in tutta la nostra opera pastorale e missionaria la luce della Croce e della Risurrezione di Cristo come luce dell’unità della sua Chiesa».

Dopo la visita alla Basilica Lateranense (11 ottobre), il Patriarca si è trasferito al Pontificio Istituto Orientale, affidato ai padri gesuiti. In questa sede universitaria egli ha presieduto l’atto accademico in suo onore, ascoltando la riflessione del rettore dell’Istituto, p. Héctor Vall Vilardell, sulle «Implicazioni ecumeniche della formazione al Pontificio Istituto Orientale», e la conferenza accademica del decano della Facoltà di Scienze Ecclesiastiche Orientali p. Cesare Giraudo sul tema «L’epiclesi eucaristica ponte tra Oriente e Occidente». Quindi è seguita l’allocuzione del Patriarca. Durante il suo soggiorno romano egli ha visitato altre sedi culturali e universitarie. Un evento di rilievo è stato anche l’incontro del Patriarca con la comunità ortodossa rumena di Roma presso l’abbazia cistercense delle Tre Fontane e nell’attigua chiesa della Scala Coeli, concessa in uso alla stessa comunità dai monaci delle Tre Fontane per le celebrazioni liturgiche della domenica. Quasi un intero pomeriggio il Patriarca lo ha trascorso con i giovani della Comunità di Sant’Egidio, pregando nella basilica di Santa Maria in Trastevere e poi partecipando a una cena in suo onore. Ricordiamo infine che il Patriarca, quasi a metà del suo soggiorno romano (mercoledì 9 ottobre), ha incontrato il presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, nel palazzo del Quirinale, e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Un grande evento ecumenico

Possiamo rilevare la particolare importanza ecumenica della visita del Patriarca ortodosso rumeno al Santo Padre e alla Chiesa di Roma con le parole, espresse già alla vigilia, dal presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, card. W. Kasper: «Questa visita è un grande evento e ha un grande significato soprattutto nell’attuale situazione», situazione — aggiungiamo noi — che si è fatta particolarmente delicata nel rapporto tra Mosca e Roma con l’espulsione, senza motivo plausibile, di vari sacerdoti cattolici dalla Federazione Russa, col rifiuto del visto d’ingresso persino a un vescovo cattolico che già viveva e operava da anni in Russia. Ricordando che la visita del Papa in Romania «ha lasciato un ottimo ricordo nel Santo Padre», il card. Kasper aggiungeva: «Penso che questo sia un evento molto significativo nell’attuale contesto dei rapporti con tutte le Chiese ortodosse e avrà un’importanza enorme […]. Noi vogliamo fare dei passi decisivi verso l’unità, un’unità che non sia assorbimento, ma che rispetti la pluralità delle tradizioni liturgiche, spirituali, disciplinari e così via»2.

Al futuro già iniziato e «già illuminato dalla grazia di Dio» ha guardato Giovanni Paolo II nel ricevere il patriarca Teoctist, e presentandolo alle centinaia di migliaia di fedeli che gremivano piazza San Pietro in occasione dell’udienza riservata ai pellegrini convenuti per la canonizzazione di Josemaría Escrivá de Balaguer, avvenuta il giorno prima. Sin da questo primo incontro il Papa ha ripreso subito i fili del dialogo diretto tra Roma e Bucarest, indicato come strumento indispensabile anche per risolvere problemi ancora aperti tra le due Chiese.

«Beatitudine e caro Fratello — così il Santo Padre ha salutato l’illustre Ospite in lingua rumena —, Lei compie questa visita animato dai miei stessi sentimenti e dalle mie stesse aspettative. Il ritrovarci presso la tomba dei Santi Apostoli Pietro e Paolo è segno della nostra comune volontà di superare gli ostacoli, che ancora impediscono il ristabilimento della piena comunione tra noi». Poi proseguendo in lingua italiana, il Papa ha detto: «Anche l’attuale visita è un atto purificante delle nostre memorie di divisione, di confronto spesso acceso, di azioni e parole, che hanno condotto a dolorose separazioni. Il futuro, tuttavia, non è un tunnel buio e ignoto. Esso è già illuminato dalla grazia di Dio; su di esso, la luce vivificante dello Spirito già getta un riflesso consolante». Quindi Giovanni Paolo II, rinnovando la sua passione per l’unità visibile dei cristiani, ha auspicato: «Possano questi giorni alimentare il nostro dialogo, nutrire le nostre speranze, renderci più consapevoli di ciò che ci unisce, delle nostre comuni radici di fede, del nostro patrimonio liturgico, dei Santi e dei Testimoni che abbiamo in comune. Voglia il Signore farci sperimentare ancora una volta quanto è bello e dolce invocarlo insieme» (Oss. Rom., 7-8 ottobre 2002, 9).

Poi il patriarca Teoctist, parlando in lingua rumena, ha rivolto il suo saluto al Papa. Dopo aver ricordato il loro «incontro indimenticabile a Bucarest» di tre anni prima e «quella gioia spirituale che ci ha portato tantissimi frutti», egli esprimeva il desiderio di poter ora continuare a Roma «quei momenti di alto livello spirituale». Infine, ringraziando Giovanni Paolo II per l’invito e per le sue calorose parole di benvenuto, il Patriarca ha espresso i suoi sentimenti di amore e di apprezzamento al Papa e al popolo romano, manifestando anche la convinzione che si debba lavorare con più responsabilità per l’unità piena di tutti i discepoli di Cristo.

Sabato 12 ottobre — il giorno dopo la ricorrenza del 40° anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, indetto da Giovanni XXIII, oggi beato, e commemorato da Giovanni Paolo II nella Sala Clementina e da lui additato come «una sicura bussola per i credenti del terzo millennio» — c’è stato il secondo incontro tra il Santo Padre e il Patriarca ortodosso. Esso si è svolto, come abbiamo già accennato, nella biblioteca privata del Palazzo Apostolico. Prima della firma della Dichiarazione comune, il Papa si è rivolto al Patriarca con queste parole: «L’accolgo con viva gioia in questo nostro incontro, che ci permette nuovamente di salutarci l’un l’altro con sentimenti di carità (cfr 1 Pt 14), prima di ritrovarci insieme davanti al Signore, domani, durante la Liturgia eucaristica in San Pietro. L’odierno incontro ci consente uno scambio più diretto e personale, e dà forma concreta a una promessa: continuare insieme, come abbiamo fatto in questi giorni, a pascere il gregge che Dio ci ha affidato, facendoci modelli del gregge (cfr 1 Pt 5,2-3), affinché esso ci segua con docilità lungo la via difficile, ma tanto ricca di gioia, dell’unità e della comunione (cfr Ut unum sint, n. 2)».

Quindi, come seguendo l’indicazione della «bussola» del Concilio, al quale aveva partecipato come giovane arcivescovo di Cracovia, Giovanni Paolo II ha tracciato in certo senso l’itinerario delle grandi tappe del cammino ecumenico negli ultimi 40 anni della Chiesa; ha fatto anche una grande sintesi dell’apertura ecumenica della cattolicità: «Nelle discussioni di quell’assise conciliare intorno al mistero della Chiesa, fu inevitabile constatare con dolore la divisione che perdurava da quasi un millennio tra le venerabili Chiese Orientali e Roma, così come affiorò chiaramente che i tanti secoli di incomprensioni e malintesi dall’una e dall’altra parte avevano provocato ingiustizie e un vuoto d’amore. Papa Giovanni XXIII, già nell’espletamento dei suoi incarichi di Delegato Apostolico a Sofia e a Costantinopoli, aveva gettato le basi di una più profonda comprensione e di un maggiore rispetto reciproci». In particolare, ha aggiunto il Pontefice, «il Concilio riscoprì che la ricca tradizione spirituale, liturgica, disciplinare e teologica delle Chiese d’Oriente appartiene al patrimonio comune della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica (cfr Unitatis redintegratio, n. 16); esso sottolineò, inoltre, la necessità di conservare nei confronti di tali Chiese quelle fraterne relazioni che ci devono essere tra le Chiese locali, come tra Chiese sorelle» (ivi, 14).

Il Santo Padre ha ricordato il «gesto altamente significativo», compiuto contemporaneamente a Roma nella basilica di San Pietro e a Costantinopoli, quando «furono cancellate dalla memoria della Chiesa le reciproche condanne del 1054. Tra il mio predecessore, Papa Paolo VI, e il Patriarca Ecumenico Athenagoras era già avvenuto a quell’epoca un incontro memorabile, ed era iniziato tra loro un importante scambio epistolare, che porta a giusto titolo il nome di Tomos Agapis. Da allora, la nostra comunione, e penso di poter dire la nostra amicizia, si è approfondita grazie a un reciproco scambio di visite e di messaggi. Con gioia ricordo la prima visita che Vostra Beatitudine ha compiuto a Roma nel 1989, e il mio viaggio a Bucarest nel 1999. Con il trascorrere del tempo, il proficuo scambio tra le nostre Chiese è avvenuto anche ad altri livelli: tra vescovi, teologi, sacerdoti, religiosi e studenti. Nel 1980 hanno preso avvio i lavori di una Commissione Mista Internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme, ed essa ha potuto elaborare e pubblicare vari documenti». Difficoltà e tensioni insorte lungo il cammino comune a cattolici e ortodossi, soprattutto dopo la caduta del comunismo nell’Europa dell’Est (1989-90), «possono essere superate — ha sottolineato Giovanni Paolo II — in uno spirito di giustizia e di amore. La pace della Chiesa è un bene talmente grande, che ognuno deve essere pronto a compiere sacrifici per la sua realizzazione. Noi siamo pienamente fiduciosi che Ella, Beatitudine, saprà perorare la causa della pace con intelligenza, sapienza ed amore».

Ponendo poi l’interrogativo: «come proseguire?», il Papa si è dichiarato certo che, anche nel futuro, si dovrà continuare sulla via comune del dialogo della verità e dell’amore: «L’obiettivo è quello di giungere, alla luce del sublime modello della Santa Trinità, a un’unità che non comporti né assorbimento né fusione (cfr Slavorum Apostoli, n. 27), ma che rispetti la legittima differenza tra le diverse tradizioni, che sono parte integrante della ricchezza della Chiesa. Abbiamo dei princìpi di comportamento, che sono stati formulati in testi comuni e che, per la Chiesa cattolica, sono tuttora validi. Siamo anche noi preoccupati di fronte al proselitismo di nuove comunità o movimenti religiosi, non storicamente radicati, che invadono paesi e regioni dove sono presenti le Chiese tradizionali e dove da secoli viene proclamato l’annuncio del Vangelo. Anche la Chiesa cattolica fa la triste esperienza di tutto ciò in diverse parti del mondo».

Proseguendo, il Santo Padre ha enucleato alcuni significativi princìpi ecclesiologici per il futuro rapporto tra le Chiese: «La Chiesa cattolica riconosce la missione che le Chiese ortodosse sono chiamate a svolgere nei Paesi dove sono radicate da secoli. Essa non desidera fare altro che aiutare e collaborare a questa missione, e poter svolgere il suo compito pastorale nei confronti dei suoi fedeli e di coloro che ad essa si rivolgono liberamente. […] Tuttavia, se dovessero insorgere problemi o incomprensioni, è necessario affrontarli mediante un dialogo fraterno e franco, ricercando soluzioni che possano impegnare reciprocamente le due parti. La Chiesa cattolica è sempre aperta a questo dialogo per dare insieme una testimonianza cristiana sempre più convincente».

Il Papa si è posto anche un altro quesito di rilevanza ecumenica, ossia «se le nostre relazioni siano diventate sufficientemente profonde e mature da permetterci, con la grazia di Dio, di dare ad esse una salda struttura istituzionale, in modo da trovare anche forme stabili di comunicazione e di scambio regolare e reciproco di informazioni con ciascuna Chiesa ortodossa, e a livello della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa nel suo insieme. Sarei grato se tale questione potesse essere oggetto di seria riflessione nel corso dei dialoghi futuri, e se si potessero suggerire soluzioni costruttive in tal senso». Ha infine affermato: «Siamo consapevoli di essere soltanto deboli strumenti nelle mani di Dio. Solo lo Spirito di Dio può donarci la piena comunione» (Oss. Rom., 13 ottobre 2002, 6).

Parlando in francese, come aveva fatto Giovanni Paolo II, il patriarca Teoctist nel suo discorso ha fatto una sintesi della situazione della Chiesa in Romania, liberata dal «giogo comunista». Oltre a mettere in luce i problemi sociali derivanti dalla povertà e connessi con la globalizzazione (la crescita allarmante delle persone che vivono sotto la soglia della povertà), egli ha richiamato l’attenzione anche su problemi ecclesiali presenti in Romania e relativi a una specie di «competizione» nell’ambito religioso, tra cristiani: «Senza tener conto delle esigenze delle Chiese locali […] gruppi di sedicenti evangelizzatori hanno assalito i nostri fedeli, considerando questi territori come dei “vuoti” spirituali o come “terre di missione” (terrae missionis) in cui il Vangelo non era stato annunciato; naturalmente, tali atteggiamenti hanno provocato in noi molte frustrazioni e sofferenze. La speranza di ricevere un aiuto dalle Chiese dei Paesi liberi, nell’intento di dare nuovo vigore all’opera missionaria e di rafforzare le Chiese locali di questi territori, si è rapidamente trasformata in delusione, confusione, diffidenza e atteggiamenti sporadicamente antiecumenici». Il Patriarca, dal canto suo, si è dichiarato pienamente favorevole a continuare gli sforzi di dialogo ecumenico bilaterale e multilaterale, per realizzare la volontà di Cristo affinché i cristiani «siano una cosa sola». Ha poi rivendicato come «un fondamento profondamente ecclesiologico» il principio del «territorio canonico» appartenente alla Chiesa locale, espressione della cattolicità (sobornicit ii) della Chiesa universale (ivi).

La Dichiarazione comune del Papa e del Patriarca ortodosso rumeno

«Nella gioia profonda del ritrovarci insieme nella città di Roma, presso la tomba dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, ci scambiamo l’abbraccio di pace di fronte a Colui che veglia sulla sua Chiesa e guida i nostri passi, e meditiamo ancora una volta queste parole che l’evangelista Giovanni ci ha tramandato e che sono l’accorata preghiera di Cristo alla vigilia della sua Passione.

«1) Questo nostro incontro si pone come continuazione dell’abbraccio che ci siamo scambiati a Bucarest nel mese di maggio del 1999, mentre risuona ancora nel nostro cuore l’appello accorato: “Unitate, unitate! Unità, unità!”, levatosi spontaneamente davanti a noi, in tale occasione, da una grande folla di fedeli. Esso faceva eco alla preghiera di nostro Signore “affinché tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21). L’odierna circostanza rafforza il nostro impegno di pregare e operare per giungere alla piena unità visibile di tutti i discepoli di Cristo. Il nostro scopo e il nostro desiderio ardente è la comunione piena, che non è assorbimento, ma comunione nella verità e nell’amore. È un cammino irreversibile, che non ha alternative: è la via della Chiesa.

«2) Segnate ancora dal triste periodo storico durante il quale si è negato il Nome e la Signoria del Redentore, le comunità cristiane in Romania non di rado trovano ancora oggi difficoltà a superare gli effetti negativi che quegli anni hanno prodotto sull’esercizio della fraternità e della condivisione e sulla ricerca della comunione. Il nostro incontro deve essere considerato un esempio: i fratelli devono ritrovarsi per rappacificarsi, per riflettere insieme, per scoprire i modi di giungere a intese, per esporre e spiegare le ragioni degli uni e degli altri. Esortiamo, dunque, coloro che sono chiamati a vivere fianco a fianco nella medesima terra rumena, a trovare soluzioni di giustizia e di carità. Occorre superare, mediante il dialogo sincero, i conflitti, i malintesi ed i sospetti sorti nel passato, affinché i cristiani in Romania, in questo periodo decisivo della loro storia, possano essere testimoni di pace e di riconciliazione.

«3) Il nostro rapporto deve riflettere la comunione vera e profonda in Cristo che esiste già tra noi, anche se ancora non è piena. Riconosciamo, infatti, con gioia che condividiamo la tradizione della Chiesa indivisa, centrata sul mistero dell’Eucaristia, di cui sono testimoni i santi che noi abbiamo in comune nei nostri calendari. D’altra parte i numerosi testimoni della fede al tempo dell’oppressione e della persecuzione del secolo scorso, che hanno mostrato la loro fedeltà a Cristo, sono un seme di speranza nelle difficoltà di oggi.

«Per alimentare la ricerca della piena comunione, anche nelle divergenze dottrinali che tuttora permangono, occorre trovare strumenti concreti, instaurando consultazioni regolari, nella convinzione che nessuna situazione difficile è destinata a rimanere irrimediabilmente tale, e che grazie all’atteggiamento di ascolto e di dialogo e allo scambio regolare di informazioni possono essere individuate soluzioni soddisfacenti per appianare le frizioni e giungere a un’equa soluzione di problemi pratici. Occorre rafforzare questo processo perché la piena verità della fede divenga patrimonio comune, condiviso dagli uni e dagli altri e capace di suscitare una convivenza veramente pacifica, radicata e fondata nella carità.

«Sappiamo bene come regolarci nello stabilire gli orientamenti che devono guidare l’opera di evangelizzazione, tanto necessaria dopo il periodo buio dell’ateismo di Stato. Siamo d’accordo nel riconoscere la tradizione religiosa e culturale di ogni popolo, ma anche la libertà religiosa. L’evangelizzazione non può essere basata su uno spirito di competitività, ma sul rispetto reciproco e sulla cooperazione, che riconoscono a ciascuno la libertà di vivere secondo le proprie convinzioni, nel rispetto della propria appartenenza religiosa.

«4) Nello sviluppo dei nostri contatti, dalle Conferenze Panortodosse e dal Concilio Vaticano II in poi, siamo stati testimoni di un promettente ravvicinamento tra Oriente e Occidente, fondato sulla preghiera, sul dialogo nella carità e nella verità, così denso di momenti di profonda comunione. Per questo vediamo con preoccupazione le difficoltà che attraversa attualmente la Commissione Mista Internazionale di Dialogo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa e, in occasione di questo nostro incontro, desideriamo formulare l’auspicio che non si tralasci alcuna iniziativa per riattivare il dialogo teologico e per rilanciare l’attività della Commissione. Abbiamo il dovere di farlo, poiché il dialogo teologico renderà più forte l’affermazione della nostra condivisa volontà di comunione di fronte all’attuale stato di divisione.

«5) La Chiesa non è una realtà rinchiusa su se stessa: essa è inviata al mondo ed è aperta al mondo. Le nuove possibilità che si creano in un’Europa già unita, e che sta estendendo i suoi confini per abbracciare i popoli e le culture della parte centro-orientale del Continente, costituiscono una sfida che i cristiani d’Oriente e d’Occidente devono raccogliere insieme. Più essi saranno uniti nella loro testimonianza all’unico Signore, più essi contribuiranno a dare voce, consistenza e spazio all’anima cristiana dell’Europa: alla santità della vita, alla dignità e ai diritti fondamentali della persona umana, alla giustizia e alla solidarietà, alla pace, alla riconciliazione, ai valori della famiglia, alla tutela del creato. L’Europa intera ha bisogno della ricca cultura forgiata dal Cristianesimo. La Chiesa ortodossa di Romania, centro di contatto e di scambio tra le feconde tradizioni slave e bizantine dell’Oriente, e la Chiesa di Roma che evoca, nella sua componente latina, la voce occidentale dell’unica Chiesa di Cristo, devono contribuire insieme a un compito che caratterizza il terzo millennio. Secondo un’espressione tradizionale e tanto bella, le Chiese particolari amano designarsi quali Chiese sorelle. Aprirsi a questa dimensione significa collaborare per restituire all’Europa il suo ethos più profondo e il suo volto veramente umano. Con queste prospettive e con questi propositi, insieme ci affidiamo al Signore implorandoLo di renderci degni di edificare il Corpo di Cristo, “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13)» (Oss. Rom., 13 ottobre 2002, 1).

Meglio di qualunque parola di commento il testo della Dichiarazione comune — redatta in francese e aperta con la citazione di Gv 17,22-23 (la preghiera di Gesù al Padre perché i suoi discepoli siano «una cosa sola»), — esprime la volontà di proseguire in modo irreversibile sul cammino della piena unione tra la Chiesa di Roma e la Chiesa ortodossa romena, indicando espressamente prospettive e propositi per quel futuro di unione già iniziato.

1 Cfr G. MARCHESI, «La prima visita del Papa a un Paese ortodosso. (Romania, 7-9 maggio 1999)», in Civ. Catt. 1999 III 286-295.

2 RADIO VATICANA, Radiogiornale, 6 ottobre 2002.