Ottant’anni fa, l’11 febbraio 1929, tra lo Stato italiano e la Santa Sede venivano firmati i Patti Lateranensi, i quali comprendevano un Trattato internazionale, che riconosceva lo Stato della Città del Vaticano, per assicurare al Pontefice nell’esercizio delle sue alte funzioni quell’indipendenza e autonomia dalle autorità secolari che la legge italiana delle Guarentigie del 1871 non era in grado di garantire, e un Concordato, attraverso il quale si regolavano i rapporti tra Stato e Chiesa in Italia. Inoltre, tra i due ordinamenti sovrani venivano riallacciati regolari rapporti diplomatici, interrotti nel lontano 1855, dopo le leggi di secolarizzazione promulgate dallo Stato piemontese.
In questo articolo non esamineremo i problemi concernenti la stipulazione di tali Patti, di cui esiste un’abbondante e ricca letteratura storica (e le cui fonti sono ormai disponibili agli studiosi), ma le vicende che prepararono e indirizzarono nel senso voluto dalla Santa Sede, sul piano sia dei princìpi sia della materia, la successiva Conciliazione[1]. Momenti significativi di tale lungo e faticoso percorso furono certamente gli studi e i progetti di parte governativa sulla nuova regolamentazione della disciplina ecclesiastica, di cui abbiamo parlato in un altro articolo[2], e il progetto «conciliatorista», fatto «circolare» informalmente negli ambienti interessati alla questione, e non senza un implicito assenso delle autorità vaticane, dal senatore cattolico Carlo Santucci. Nonostante tali lodevoli tentativi di parte governativa e cattolica, l’atteggiamento della Santa Sede e, in particolare, del «granitico» Pio XI in tale delicata materia fu di aperto rifiuto dell’impostazione di fondo del problema, affrontato secondo la vecchia tradizione liberale, in forza della quale soltanto lo Stato era considerato ordinamento originario e sovrano (la «Chiesa è nello Stato», si diceva), per cui spettava soltanto ad esso regolamentare unilateralmente la materia di diritto ecclesiastico, o dare, a modo suo, soluzione all’annosa e difficile «questione romana», vera spina nel fianco dello Stato risorgimentale-unitario, in quanto — considerate le reiterate «proteste» dei Pontefici a tale riguardo — indeboliva l’autorità e l’immagine dell’Italia sul piano internazionale.
Il progetto del senatore Santucci
Nei primi mesi del 1925 il senatore C. Santucci, amico personale del cardinale P. Gasparri, Segretario di Stato vaticano, e molto vicino agli ambienti della Curia romana, sapendo che il Governo Mussolini sembrava interessato a risolvere una volta per tutte la questione romana e ad instaurare rapporti amichevoli con la Santa Sede, «volle redigere — si legge in una lettera del senatore all’amico Serralunga — uno schema di progetto come
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