GIUNI RUSSO: UNA VITA IN MUSICA

Quaderno 3915-3916

pag. 283 - 295

Anno 2013

3 Agosto 2013
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Giuni Russo appartiene a quelle cantanti, come Alice o Antonella Ruggero, che hanno saputo realmente identificare la propria vita con l’arte: la musica, espressione dello spirito dell’artista, ha pervaso ogni attimo della sua esistenza e ha richiesto totale dedizione per essere intuita, colta e plasmata.

La vita della cantante è stata contraddistinta da un continuo viaggiare sempre sul crinale, tra sentieri solitari, caratterizzati da incomprensioni e contrasti con discografici, che non hanno capito il suo desiderio di ricerca musicale che oltrepassava il successo mediatico. Il suo canto ha saputo esplorare le differenti dimensioni della bellezza e della sofferenza, come se fossero compagni di pari dignità e di uguale rispetto, anzi sembra che nel dolore ella abbia trovato quella «goccia di splendore» a cui ha sempre anelato.

I primi tempi dell’attività musicale

Giuni Russo nasce a Palermo nel 1951, da famiglia numerosa, penultima di dieci figli, e vive di mare e di pesca, essendo suo padre pescatore. Sin da bambina si contraddistingue per una voce fuori dal comune, stupenda e intima, che lei coltiva prendendo lezioni di canto: studia il repertorio partenopeo attraverso successi come «I’ te vurria vasà». Le lezioni di canto le permetteranno di cogliere la bellezza della canzone popolare, ma anche di confrontarsi con la musica colta, verso la quale manterrà sempre un sentimento di rispetto e di curiosità.

Giuni comincia a farsi conoscere nella città di Palermo e a partecipare a diverse manifestazioni canore, come «Castrocaro», in cui si posiziona al primo posto. Grazie a questa vittoria, avrà la possibilità di uscire dai confini della Sicilia e farsi conoscere in tutta Italia. Sull’onda del successo, partecipa anche al Festival di Sanremo, ma le attese e le speranze si infrangono per l’esito negativo del concorso canoro.

La sua vocalità tuttavia non passa inosservata; molti addetti ai lavori riconoscono la particolarità della sua voce e le propongono la partecipazione a manifestazioni estive, quali «Festival-Bar», il «Cantagiro» e «Un disco per l’estate». Pur riscuotendo buoni giudizi, Giuni non riesce tuttavia a «sfondare» nel mercato musicale.

Il riconoscimento di una voce così particolare, potente e ampia — una domanda a cui lei dovette rispondere spesso era quante ottave avesse la sua voce — e nello stesso tempo il non riuscire a entrare a pieno titolo nel mercato discografico conducono la cantante a mettere in discussione la propria scelta di vivere di musica.

Nel periodo in cui vive a Milano, capitale della musica e degli studi discografici, Giuni conosce Antonietta Sisini, che all’epoca suonava con una band nei locali, con la quale stringe un inseparabile sodalizio che durerà tutta una vita. Insieme condivideranno la scrittura delle canzoni, i successi, le delusioni, le tournées, la ricerca esistenziale, la malattia e il ricordo.

Presso lo studio di registrazione di Alberto Radius, chitarrista che aveva suonato insieme alla PFM, alla Formula 3, Giuni conosce Franco Battiato, con cui stringe un’amicizia profonda, fatta di rispetto, collaborazione, assonanza di intenti e ricerche musicali. Sigillo di questo periodo di collaborazione è l’album «Energie», nel quale sono contenute canzoni importanti come «Lettera al Governatore della Libia», «Il Sole di Austerlitz» e «Una vipera sarò». L’intervento di Battiato in questi brani si vede in modo particolare nella costruzione delle melodie, nella ricerca lessicale, che ben si amalgama con la voce di Giuni, e in alcuni aspetti degli arrangiamenti musicali.

Sempre in collaborazione con il cantautore catanese, nasce la celebre «Un’estate al mare», che diventerà la colonna sonora dell’estate del 1982: un brano in apparenza gioioso e scanzonato, con un ritmo ballabile e un ritornello orecchiabile, ma il cui testo rispecchia situazioni di vita fragili e misere, in cui eros e thanatos si confrontano, mentre una paura di affogare fa da controcanto all’estate, tempo di feste e di divertimenti.

Grazie al grande successo di questo brano, la fama di Giuni comincia a diffondersi per la penisola; e anche il successivo album, intitolato semplicemente «Vox», che contiene un altro brano di successo, «Sere d’agosto», sarà apprezzato dal pubblico e presentato nell’edizione del «Festival-Bar». L’album successivo, «Mediterranea», è scritto interamente a quattro mani con Antonietta Sisini, e prevede una lunga tournée, che attraverserà tutta l’Italia e che contribuirà a far conoscere al pubblico l’intensa vocalità di Giuni Russo.

Grazie a questi successi, sembra che la cantante palermitana abbia trovato finalmente un orizzonte musicale definito, all’interno del quale possa esprimersi. Tuttavia il suo animo ribelle non la spinge a soffermarsi sul momento presente, ma la inclina a intraprendere altri percorsi musicali, quasi comprenda che la musica non può essere legata a un codice preciso, a canoni definiti e statici.

La ricerca musicale come espressione dello spirito

Anche all’apice del successo, Giuni non dimentica mai che la musica è costante ricerca, è inquietudine, movimento continuo: ciò che è raggiunto, o meglio inciso, è soltanto un passaggio che serve per volare più in alto e altrove. Questa impostazione mentale però fatica a essere compresa nell’ambito lavorativo, e cominciano i tanti diverbi con i vari produttori e le case discografiche, che preferiscono ingabbiare l’artista in uno stile preciso, riconoscibile al primo ascolto. Seguono periodi non facili di incomprensioni, alimentate da leggende perfide sul carattere della musicista, scontrosa e arrogante, e un conseguente ostracismo che diventerà pane quotidiano.

Antonietta e Giuni non desistono dall’intento di portare la musica leggera su altri lidi, e pensano di poter nuovamente riprendere il loro cammino da Roma, cercando di elaborare provini musicali che vadano su linee compositive innovative. Nel 1986 intraprendono un viaggio in Terra Santa, che costituirà una svolta esistenziale nella vita delle due artiste. Visitano la fortezza di Masada, le zone del Mar Morto, Gerusalemme, il Santo Sepolcro. È un viaggio che diventa un passaggio, un attraversamento silenzioso, durante il quale l’artista capirà il senso del cadere e della sofferenza per la musica stessa. La sua ricerca musicale diventerà espressione dello spirito, sempre più intima, e nello stesso tempo sempre più incompresa all’esterno.

Questa chiarezza di intenti maturerà nel tempo, come deduciamo da un altro suo successo di questo periodo: il brano «Alghero», dal ritmo scanzonato e frivolo, che diventerà la colonna sonora dell’estate; e qualche anno dopo Giuni è sulle vette delle classifiche con la canzone «Adrenalina», cantata in duetto con Donatella Rettore. Questi brani di grande successo non sono i suoi preferiti, come possiamo evincere da una confidenza fatta da lei a Franco Battiato: «Lo so che non fanno parte della mia linea di ricerca, ma devi capire che ci sono stata costretta»[1].

Il suo animo comincia a condurla per altri sentieri, e così si interessa della musica popolare ottocentesca, delle romanze e delle arie da camera. Si dedica completamente a un ascolto dettagliato, a una ricerca filologica delle partiture e delle interpretazioni, passando dalle grandi interpreti, come Montserrat Caballé e Maria Callas, e prendendo lezioni di canto da Lia Guarini, che è stato un punto di riferimento per tutti coloro che volevano apprendere i segreti del canto.

Giuni e Antonietta non intendono pubblicare un lavoro retrò, dal gusto antico, ma tentare un esperimento molto complesso: rileggere con sonorità moderne, grazie alla competenza del musicista Alessandro Nidi, musiche scritte nell’Ottocento. L’idea sottesa è il delicato connubio tra antico e moderno, la contaminazione di stili, la sperimentazione musicale, forse l’accostamento ardito.

Il lavoro ha un percorso travagliato, ma, grazie ancora una volta all’intervento di Franco Battiato, viene pubblicato con il curioso titolo «A casa di Ida Rubinstein», nome di una mecenate, vissuta nella Parigi della Belle Époque, dalla vita contraddittoria, ma dalla grande passione per l’arte e la musica, la cui casa era frequentata sempre da grandi artisti. Come spesso accade per i cantanti di musica leggera che, quando provano a cimentarsi in ambiti «alti e altri», fanno fatica a essere compresi e accettati, questo lavoro passa piuttosto sotto silenzio rispetto ai grandi successi estivi di Giuni. Tuttavia vengono organizzati numerosi concerti in luoghi significativi della cultura italiana, come il Palazzo Reale e la Villa Reale di Monza, durante i quali Giuni viene accompagnata dall’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano.

Tanto la cantante coltiva la passione per la ricerca musicale, quanto il medesimo atteggiamento viene rivolto verso lo spirito, con appassionanti letture di mistici come san Giovanni delle Croce, santa Teresa d’Avila e sant’Ignazio di Loyola. In questa sua ricerca dell’anima, Giuni ha occasione di fare, presso una casa di spiritualità delle Suore del Cenacolo di Milano, gli Esercizi spirituali, che la condurranno ad aderire in maniera intima e appassionata alla spiritualità carmelitana.

La vita della cantante è determinata da un coinvolgimento totalizzante; musica e vita divengono dimensioni che si abbracciano, come si evince dal suo desiderio di far coincidere la profondità spirituale e l’analisi dei testi biblici. Di questo periodo è l’intimo canto «La sposa», liberamente ispirato all’elogio della sapienza del Siracide; e «La sua figura», delicato brano ispirato a san Giovanni della Croce; come pure la canzone «Moro perché non moro», concepita, durante la Quaresima, nella chiesa di Valledoria in Sardegna.

La sensibilità, l’onestà e la professionalità della cantante si rivelano proprio durante l’elaborazione di quest’ultimo brano. Quasi temendo di non essere all’altezza di cimentarsi con un testo mistico, Giuni chiede di essere ricevuta per un confronto dalle Carmelitane Scalze che risiedono a Milano. Questo episodio sarà l’occasione di un’intensa relazione di amicizia, di rispetto e di crescita della cantante, che per il resto della sua vita considererà il convento delle suore Carmelitane come un faro nella notte.

Cantare la vita attraverso la musica

Nel 1999, dopo alcuni accertamenti medici, le viene diagnosticato un tumore, che, nonostante la gravità, non diventerà mai per lei motivo di ripiegamento su se stessa, ma, al contrario, motivo per assaporare quella vita-in-musica sempre più desiderata e amata. Giuni partecipa alla rassegna musicale «La Musica dei Cieli», con cantanti e musicisti provenienti da diverse parti del mondo, che si confrontano con la musica sacra di diverse religioni. Questa nuova direzione musicale, che è la più autentica nell’ultima fase della vita della cantante, viene registrata nel cd «Signorina Romeo», in cui trovano spazio canzoni quali «Il Carmelo di Echt» (ispirata alla figura di Edith Stein), «Nomadi» e «Vieni» (liberamente tratta dal poema del mistico sufi Jelaluddin Rumi).

Nel 2003 Giuni decide di presentare al Festival di Sanremo una canzone che era stata già scartata dalla giuria nel 1997, «Morirò d’amore», ma che questa volta viene accettata immediatamente. Sul palco dell’Ariston, con coraggio e determinazione, canta senza nascondere i segni della malattia, mostrando nel volto una serenità frutto di un rapporto immediato con lo spirito e una voce che è ancora al culmine della sua presenza.

La sua ultima fatica musicale è rivolta alla musica napoletana, attraverso un commento sonoro per un progetto di un film muto degli anni Venti, ritrovato negli Stati Uniti, per la regia di Roberto Leone Roberti (padre di Sergio Leone). Si tratta di classici della canzone partenopea, come «Torna a Surriento», «Marechiare», «O sole mio», «Santa Lucia luntana», «Serenatella a mare», «Fenesta che lucive», che Giuni fa suoi con facilità e immediatezza. Lei stessa dichiara: «Sono brani appartenenti a una tradizione non siciliana, che in realtà non avrei dovuto conoscere, ma era come se li avessi già dentro di me e, a mano a mano che guardavo il documentario, riaffioravano naturalmente. Alcuni di essi erano canzoni che avevo ascoltato da mia madre quando ero piccola».

Sono canzoni del Sud, intrise di gioia per la vita, ma anche venate di nostalgia e tristezza per una condizione di incompiutezza o di lontananza, che incontrano l’indole della cantante: i testi e le toccanti melodie rispecchiano quel coraggio di un cantare la vita attraverso la musica, accettando il rischio di affrontare le burrasche e i naufragi, ma avendo la speranza di approdare a un porto sicuro e protetto.

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 2004, Giuni Russo muore a Milano e, come suo intimo desiderio, viene accolta nel convento delle Carmelitane Scalze di Milano, luogo dove aveva scoperto l’importanza della Parola e del silenzio.

Un percorso musicale

«Amavo la ricerca vocale», dice Giuni Russo ad Amanda Lear in un’intervista[2], e questo suo pensiero è il filo rosso che ci permette di cogliere più profondamente la sua sensibilità. Per tutta la vita ella ha inseguito un sogno musicale, mutevole, non lineare, spesso inafferrabile, che l’ha condotta a percorrere strade facili e immediate, così come sentieri impervi e ripidi, che non lasciavano spazio al respiro, procurando vertigine e dubbio.

Per intuire la figura di Giuni Russo, anima fragile e decisa al tempo stesso, non si può prescindere dal suo ampio percorso discografico, che, pur rimanendo all’interno della cosiddetta musica pop, ha saputo esplorare differenti generi musicali.

«Un’estate al mare», scritta nel 1982 con la collaborazione di Franco Battiato, è forse la canzone che più l’ha resa nota al grande pubblico. Presenta un testo ambiguo, che gioca sulla contrapposizione tra le strofe amare (Per le strade mercenarie del sesso / che procurano fantastiche illusioni) e un ritornello scanzonato, estremamente orecchiabile (Un’estate al mare voglia di remare / fare il bagno al largo per vedere gli ombrelloni). Parimenti la musica contrappone le strofe, in cui prevalgono i sintetizzatori dai timbri suadenti, con parti vocali che insistono sulle note gravi, quasi monotone, al ritornello che sboccia mediante una melodia ariosa, spensierata, divertente e ironica, con arrangiamenti della più tipica della «disco dance» anni Ottanta.

Dalle caratteristiche di questa canzone, che Giuni canterà sempre durante i suoi concerti, ma dalla quale prenderà nel tempo un certo distacco, si possono intravvedere due aspetti che coesisteranno nella vita stessa della cantante: una vena introspettiva, che la condurrà a soluzioni inattese, non scontate, esistenziali, e una vena più spensierata e giocosa. Questa dualità, che spinge l’artista a percorrere soluzioni musicali estreme, è sottolineata anche dall’immagine di copertina dell’album «Energie», pubblicato nel 1981, con brani firmati insieme a Franco Battiato: la figura a mezzo di busto di Giuni Russo compare duplicata alle spalle di lei stessa.

È un album emblematico, di tentata rottura con la musica pop, intriso di coraggiose sperimentazioni vocali, che vedono la cantante cimentarsi in fraseggi e vocalizzi delicati, dolci, dagli ampi legati («L’addio»), come pure impegnarsi in effetti vocali aspri, spingersi fino a raggiungere note altissime, fino a perdersi nell’infinito, o sfociare in grida («Una vipera sarò»). È un lavoro che riflette molto l’indole complessa della cantante, che non intende essere ingabbiata in un genere musicale preciso, quello pop, verso cui le case discografiche la spingevano. Come era partita da Palermo per andare a Milano e poi affezionarsi alla Sardegna, in un continuo spostamento, così anche musicalmente Giuni ricerca, sperimenta, estremizza, spostandosi su terreni ampi e differenti, che non appartengono alle regole della musica leggera.

L’album «Vox» (1983) costituisce un ulteriore passo verso un allontanamento dalla musica pop più commerciale, andando a esplorare, oltre alle varianti vocali, le possibilità musicali della lingua stessa. È un album incentrato sulla potenzialità sonora della parola, più che sul contenuto e sul valore dei testi. In esso troviamo la canzone «L’oracolo di Delfi», incentrata su espressioni greche accostate a quelle italiane; e «Post moderno», un sincretico testo italo-inglese. Anche da un punto di vista melodico, il cogliere un modo innovativo di cantare si fa pressante, quasi un voler fuggire ad ogni costo dai canoni della canzone, per cui le canzoni sono impregnate di molteplicità di registri vocali, salti di ottava improvvisi, cantato e parlato, vocalizzi lirici.

La canzone «Mediterranea», contenuta nell’omonimo album pubblicato nel 1984, è un inno alle proprie radici, una dichiarazione di amore per il paesaggio marittimo che la cantante custodirà sempre nel cuore. La città natale Palermo, e successivamente la Sardegna, saranno i luoghi dove lei troverà sempre rifugio nei tanti momenti delicati della sua vita.

«Mediterranea passione» canta, proprio nella canzone che diviene un intimo percepire il respiro del mare all’interno della propria vita, un desiderio di infinito contenuto nell’orizzonte marittimo: E l’alba mi sveglierà / mediterranea e sola / mentre mi pettino / il primo sole è mio / e le lampare vanno a dormire / il sole mi scalderà. La canzone è espressione di un sentire non comune, che può essere compreso soltanto da chi ha vissuto in una città di porto e di mare. Qui l’alba e il primo sole, che segnano il termine dell’attività peschereccia, hanno una connotazione esistenziale, rimandando allo scandire del tempo e del respiro.

In un’intervista, Giuni esprime così il suo rapporto con il mare: «Il ricordo più bello di quando ero bambina è quello di mio padre […], che mi ha lasciato come eredità il mare. Avevamo questa casa a Ustica, una casa di pescatori. Il ricordo più bello è quando lui e gli amici andavano a pescare e tornavano dal mare, e l’alba incendiava la nostra casa. Ho questa immagine di me alla finestra e il vociferare dei pescatori, il silenzio dell’alba e questo sole che incendiava la casa e il mio cuore»[3].

Il canto diviene come un’onda che nel moto della canzone sa ergersi, infrangersi e ritirarsi: Ma portami via da qui / per le strade che sai, / verso la notte. / Non mi abbandonare al mio silenzio / e portami via da qui / per le strade che sai. È quasi una preghiera, che sarà spesso presente nella vita di Giuni: un desiderio di non fermarsi, che rimanda a un oltre, che è connubio di coscienza e divinità, silenzio e presenza.

Il mare diventa anche occasione di canzoni estive, a volte dai testi piuttosto frivoli («Alghero», «Occhiali colorati», «Con te»), in cui si sognano gli amori della vita sulla spiaggia, i colori dell’estate, la gioia del momento. Sono canzoni estive, inconsistenti da un punto di vista lirico, ma mai scontate da un punto di vista vocale. Giuni infatti canta con la stessa professionalità canzoni dedicate al grande ascolto e canzoni più intimistiche, come se la musica andasse oltre la qualità del brano musicale.

Nel suo incessante e personalissimo viaggio musicale la cantante ritorna e recupera anche le sue radici di donna del Sud, come si può osservare nella composizione di Gaetano Donizetti «Me voglio fa’ ’na casa», contenuta nell’album «A casa di Ida Rubinstein» (1988), cercando di esplorare le possibilità sonore del dialetto e delle cadenze tipiche della canzone partenopea. Lo stesso è per «Fenesta che lucive», di Vincenzo Bellini, cantata con un’interpretazione dalle forti tinte chiaro-scure, e nella cui vocalità risuona una malinconia ricolma di una cultura sorta tra il mare e le sue tradizioni.

Il fatto che Giuni abbia aspettato molto tempo per incidere una canzone con testi in dialetto sembra dovuto a un timore reverenziale nei confronti di una tradizione musicale. L’album «A Casa di Ida Rubinstein» e l’album «Napoli che canta» (2004) segnano l’arrendersi a un desiderio che lei coltivava nel suo intimo, ma che faticava a portare alla luce.

L’album «Se fossi più simpatica sarei meno antipatica» (1994) sembra un lavoro di cesura, in cui Giuni presenta canzoni — ad eccezione del brano orecchiabile che dà il nome all’album — di carattere evocativo, che lasciano spazio a interpretazioni di profonda spiritualità. Si acuisce il desiderio di una vita pervasa di un amore totalizzante, umano e nello stesso tempo divino, rappacificante e contrastante, come si intuisce dal testo del brano «Il vento folle»: Ho piantato un giardino / di pensieri e sentimenti in piena terra agitati dal vento / dal vento di un desiderio / che non vuole, non vuole darsi per vinto. […] Un respiro come un’onda del mare / e la pienezza dell’amore che mi assale ed io foglia nel vento. In questo brano il canto, con un andamento non lineare, con spostamenti di accento e legati, diventa come vento che aleggia sulla partitura musicale.

Ancor più intenso è il brano «La sua figura», ispirato al cantico «Dove mai ti celasti» di san Giovanni della Croce, che la cantante porterà sempre nel suo cuore. È un canto in cui tenerezza, misericordia, fragilità e lacrime sono gli strumenti per eccellenza e creano una sinfonia talmente intima che soltanto la sua voce è in grado di assecondare: L’estate appassisce silenziosa / foglie dorate gocciolano giù / apro le braccia al suo declinare stanco / e lascia la tua luce in me / stelle cadenti incrociano i pensieri / i desideri scivolano giù / mettimi come segno sul tuo cuore / ho bisogno di te.

È un testo stupendo che nei versi E lascia la tua luce in me e Mettimi come segno sul tuo cuore dichiara apertamente quel desiderio infinito di un Dio che è luce e nello stesso tempo presenza concreta nella relazione umana. Così pure il ritornello Sai che la sofferenza d’amore non si cura / se non con la presenza della sua figura, in cui la voce e la musica accentuano e si soffermano sui termini «sofferenza» e «presenza», partecipa di questo anelito interiore a trovare una amore che plachi il continuo errare della vita.

La canzone «La sposa» è liberamente tratta dal libro del Siracide (24,1-21). Attraverso armonie dal sapore mediorientale e immagini desunte dal testo biblico — Sei cresciuta come un cedro del Libano / come un cipresso sui monti dell’Ermon / come un ulivo maestoso in pianura — viene creato un paesaggio sonoro, entro cui poter leggere il proprio io più intimo. Ne nasce un dialogo personale, mistico per l’amore e per il timore di non comprendere fino in fondo l’esistenza stessa: Dimmi anima mia dimmi dove si nasconde / dov’è l’acqua che disseterà me / dimmi anima mia il segreto dell’amante / il segreto che ti lega a me; e ancora: Dimmi anima mia come nascere dal niente / se non ho che te resta con me / dimmi anima mia il segreto dell’amante / dell’amante che resta con me.

La conversione musicale

La ricerca di un senso ultimo affiora gradualmente nella vita di Giuni: è l’altra faccia della medaglia della ricerca musicale, che da sempre, potremmo dire, «tormenta» la cantante. L’esistenza si abbraccia alla musica, così come il tralcio alla vite, divenendo esperienza di una vita nello spirito che viene cantata a piena voce. Con una scelta coraggiosa, e all’epoca forse poco apprezzata da chi si ostinava a identificare la cantante con l’autrice di «Un’estate al mare», Giuni comincia una conversione musicale, oltre che un approfondimento della vita nello spirito.

Sembra ricercare la radicalità dell’elemento musicale e vocale, come possiamo notare nel brano «O vos omnes», contenuto nell’album «Signorina Romeo». L’arrangiamento musicale, costituito principalmente da un tappeto di tastiera, lascia vibrare l’intensità dell’interpretazione, tutta incentrata sulla musicalità delle parole e dei vocalizzi della cantante, che si confrontano soltanto con il violino, che ne prolunga il canto. Il canto comincia a diventare preghiera, a sgorgare dal cuore, a librarsi sulla musica che l’accompagna. È la strada di Giuni, legata alla terra, ma con un intenso sguardo al divino.

Così pure nel brano «Nada te turbe» la linea melodica si impreziosisce di grappoli di note, scale ascendenti, figure retoriche musicali che sprigionano la potenza della parola, la quale, quasi come un mantra, risuona sempre più profondamente nell’animo. Il canto così diventa richiesta, preghiera, lode, ma anche dubbio, lacrime e desiderio, ovvero tutto ciò che caratterizza l’umano di fronte all’abisso della vita, colta nelle sue dimensioni più profonde.

Segno di questa passione viscerale per l’esistenza è la canzone «Morirò d’amore», quasi un testamento musicale, come fa capire Giuni stessa: «è una canzone che non ho scritto per me; è stata scritta da tre donne: da me, da Maria Antonietta Sisini e dalla Magelli. È una poesia di amore, senza pretese, con una parola altissima. Quando una donna canta “Morirò d’amore, morirò per te”, questo è amore altissimo. Pensate che io la canti per un uomo, per una mamma, per un figlio; io invece la canto per l’amore alto che è questa parola: morirò d’amore morirò per te, in te»[4].

È un brano che riesce a esprimere le qualità vocali della cantante palermitana, come la dolcezza e l’energia della sua voce, la sua capacità di interpretare con personalità ogni nota, ma soprattutto il saper comunicare l’importanza della parola musicata, di quel vissuto che rivive all’interno della parola cantata: Quelle parole che sai dirmi quando me ne voglio andare / vincono / morirò d’amore, morirò per te / socchiudo gli occhi e le tue mani mi accarezzano / Quelle parole urlate poi dall’eco rimandate / che dal cielo cantano / morirò d’amore, morirò per te.

La parola testimonia quel desiderio di accarezzare le alte vette della vita, così come possiamo notare dall’altezza raggiunta dalla voce di Giuni, ma, nello stesso tempo, anche l’impossibilità di mantenere questa dimensione, forse proprio per la fragilità della vita stessa. La voce della cantante sembra prendere una rincorsa per un balzo verso l’infinito: una rincorsa verso un vero e proprio abbraccio, come si ascolta dall’incedere dell’ultimo ritornello, sul finire del brano, in cui la parola diviene lirico vocalizzo.

Il brano tuttavia non termina con la melodia ripresa dagli archi, come ci si aspetterebbe: attraverso un’interruzione brusca, si ritorna al motivo introduttivo, fatto di elettronica, dalle sonorità aspre, dure, come se questo salto d’amore non avesse avuto la forza di essere sorretto completamente. Proprio in questo passaggio è presente uno degli aspetti più profondi della vita della cantante: l’essersi saputa librare in cieli ampi, esplorando, attraverso la musica, le varie dimensioni dell’amore, della tenerezza, della bellezza, della fede, vissute attraverso la fragilità di un abbraccio esistenziale ricolmo di passione e di umanità.

La vita di Giuni Russo è stata caratterizzata dal lasciare gli ormeggi, quando era ancora molto giovane, per partire verso il largo, cercando di seguire la direzione che dettava il suo cuore. Nell’ultima parte della sua carriera la cantante sembra comprendere quale sia la sua personale strada musicale, intuire quale sia la direzione dettata dal suo animo: gradualmente abbandona la sperimentazione di stili e si concentra su una musica più intimistica e spirituale. È un cammino di abbandono dei tanti orpelli che la musica degli anni Ottanta possedeva: non vengono più utilizzati in maniera invasiva gli arrangiamenti che privilegiavano l’uso degli effetti, allora innovativi, dell’elettronica, come pure vengono abbandonati l’uso accentuato del ritmo della batteria e il dispiegamento di suoni prodotti dai sintetizzatori. I testi delle canzoni sono incentrati sulla potenza espressiva della parola o, più precisamente, della parola-cantata: il suono della parola, attraverso l’interpretazione vocale, sprigiona il senso di un vissuto complesso e concorre a evocare nell’ascoltatore la bellezza e il mistero di una esistenza che si cela dentro il testo.

***

[1]. Bianca Pitzorno, Giuni Russo. Da un’estate al mare al Carmelo, Milano, Bompiani, 2009.

[2]. http://www.youtube.com/watch?c=8GTx51MDqA

[3]. Intervista contenuta nel dvd allegato alla pubblicazione di Bianca Pitzorno, Giuni Russo. Da un’estate al mare al Carmelo, cit., 2009.

[4]. Intervista con Mara Venier a «Domenica In» nel 2003, dopo il Festival di Sanremo.

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