Anche nell’Occidente odierno, che guarda con sufficienza le altre culture, permangono ancora vistose tracce di una misoginia che risale ai secoli passati e che trova supporto anche in tematiche e suggestioni bibliche, a partire dal libro della Genesi, fonte di disquisizioni sulla spinosa questione della creazione e del rapporto uomo-donna. In realtà, il Dio biblico ha la sua icona epifanica non nell’uomo, come vorrebbe la prima esegesi rabbinica, ripresa in seguito da san Paolo, e neanche nell’anima o nella spiritualità, come vorrebbe l’antica tradizione cristiana richiamandosi a Platone, ma nell’uomo insieme alla donna e nella loro feconda relazione d’amore, che li unisce nella reciprocità asimmetrica. È «l’uno-duale», pari nella dignità antropologica fondamentale ma differenziato nell’assetto psicofisico e spirituale, che Giovanni Paolo II spiegò nella Mulieris dignitatem (Md, 1987), e sul quale ha ulteriormente indagato un Convegno internazionale organizzato dal Pontificio Consiglio dei Laici[1].
Proprio per approfondire queste tematiche giunge a proposito il saggio di Andrea Milano, Donna e amore nella Bibbia[2], nel quale, alla luce della Genesi, cerca il filo d’oro rappresentato dal personalismo, feconda chiave interpretativa che attraversa la Sacra Scrittura e, fondendosi con la problematica dell’eros e dell’agape, ci permette di riconoscere le istanze più nobili del femminismo contemporaneo[3]. Il tutto passando da Eva a Maria, dal rapporto tra Gesù e le donne nel Vangelo agli scritti di san Paolo, dall’Apocalisse fino alle restrizioni del primo cristianesimo, nel tentativo di mantenere viva la «memoria pericolosa» dell’oppressione storica della donna e, al tempo stesso, con l’aiuto responsabile degli uomini, di «riappropriarsi della Bibbia come mezzo di combattimento per la propria riuscita umana e spirituale» (p. 26).
Alla ricerca del ruolo della donna
Il viaggio di A. Milano nel mondo femminile parte dal concetto di misoginia e dal suo dispiegarsi nella storia in forme e modi diversi, anche e specialmente attraverso l’interpretazione in chiave del tutto maschilista della Sacra Scrittura. Furono le femministe, negli anni Settanta del secolo scorso, a porre il problema dell’«androcentrismo» che, secondo il loro punto di vista, avrebbe dominato il campo storico, biblico e filosofico, alleandosi con quel dualismo antropologico, tipico della cultura occidentale — con la contrapposizione tra anima e corpo —, che fin dall’antichità avrebbe affondato le proprie radici nella struttura sociale, politica e culturale del patriarcato. Di qui un sistema in cui gli uomini sono stati legittimati a esercitare il potere soprattutto sulle donne, ma pure sui bambini, sugli schiavi
Contenuto riservato agli abbonati
Vuoi continuare a leggere questo contenuto?
Clicca quioppure
Acquista il quaderno cartaceoAbbonati
Per leggere questo contenuto devi essere abbonato a La Civiltà Cattolica. Scegli subito tra i nostri abbonamenti quello che fa al caso tuo.
Scegli l'abbonamento