INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SERGIO MATTARELLA

Quaderno 4002

pag. 541 - 559

Anno 2017

Volume I

cIl 16 febbraio 2017 il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha ricevuto presso il Palazzo del Quirinale il Collegio degli scrittori de «La Civiltà Cattolica», guidato dal direttore, in occasione della pubblicazione del fascicolo 4000 della rivista. Era presente all’incontro il Preposito generale della Compagnia di Gesù, oltre al rettore della comunità religiosa e al direttore emerito. In questa occasione i padri gesuiti hanno posto alcune domande al Presidente, realizzando una conversazione che qui trascriviamo integralmente.

L’incontro è stato preceduto da un indirizzo di saluto del Preposito generale della Compagnia di Gesù, p. Arturo Sosa, e quindi del direttore della rivista, p. Antonio Spadaro.

P. Arturo Sosa ha salutato il Presidente con queste parole:

Signor Presidente,
voglio ringraziarla a nome della Compagnia di Gesù e di questo Collegio degli scrittori de La Civiltà Cattolica per l’occasione che ci offre di poter dialogare con lei e quindi di poterla ascoltare su temi di grande interesse per tutti noi.

La Compagnia di Gesù ha ricevuto dai Romani Pontefici la missione di essere presente nel mondo del pensiero culturale, sociale, politico e teologico tramite un mezzo di comunicazione «classico», come lo è una rivista, in un mondo che sperimenta cambiamenti profondi in tutti gli ambiti, e specialmente proprio nel campo della comunicazione. Il quaderno 4000 de La Civiltà Cattolica è un segno notevole di un impegno che ha trasceso le singole persone, in quanto assunto come missione dal corpo universale della Compagnia di Gesù nelle persone dei suoi Superiori generali e dei membri del Collegio degli scrittori, che hanno perseguito gli obiettivi di questa opera apostolica lungo ben 167 anni consecutivi, nonostante le vicende che in quest’ultimo secolo e mezzo hanno sconvolto l’Italia e il mondo.

La recente Congregazione Generale 36a della Compagnia di Gesù ha ribadito l’impegno per noi di collaborare con tante altre persone di buona volontà e con organizzazioni e movimenti sociali di diverso tipo nell’opera di riconciliazione di un mondo ferito dall’ingiustizia e dalla disuguaglianza sociale. Esse sono causate da un sistema di produzione dei beni materiali necessari e di consumo che mette a rischio sia la vita di milioni di persone, famiglie e interi popoli condannati alla povertà, sia l’equilibrio ecologico della terra, creata da Dio perché ci sia la vita e la vita abbondante per tutti i suoi figli.

Signor Presidente, la Compagnia di Gesù è un corpo multiculturale che vuole diventare anche interculturale per mostrare il vero volto di Dio, Padre e Creatore. La interculturalità è possibile solo quando si costruiscono ponti tra i popoli e si favorisce il dialogo vero.

Ci preoccupa dunque la riapparizione di movimenti sciovinisti discriminanti, mascherati da difesa della nazionalità, e di atteggiamenti demagogici, erroneamente qualificati come «populisti», perché non prendono sul serio il popolo, il cittadino come centro della vita politica. Dietro lo sciovinismo e la demagogia si nascondono diversi tipi di personalismi politici che minacciano seriamente la democrazia e i processi d’integrazione regionali e mondiali.

Rafforzare i processi d’integrazione politica, economica e sociale è il modo di aprire e ingrandire gli spazi del dialogo, del riconoscimento della diversità come ricchezza umana e dell’apertura alla interculturalità come espressione dell’essere umano universale, contrapposta alla globalizzazione, che cancella le differenze e ci impoverisce in una falsa omogeneità.

La Civiltà Cattolica, come nome e come impegno, fa riferimento all’uomo in quanto tale rivelato in Cristo, radicato in ogni cultura e aperto allo scambio creativo.

Siamo dunque lieti di poter ascoltare ora quanto vorrà dirci a partire dalla sua vasta competenza giuridica e politica e dalla sua profonda esperienza umana e cristiana.

Il presidente Mattarella ha risposto:

La ringrazio molto. Avere lei qui, Padre Generale della Compagnia, e il Collegio degli scrittori, è davvero un grande piacere. Siete i benvenuti. È un’occasione anche per me particolarmente significativa e importante.

Ha preso quindi la parola il direttore della rivista, p. Antonio Spadaro:

Signor Presidente,

grazie di cuore per averci ricevuti. Ricordo ancora quando il 1°giugno scorso le chiesi personalmente di poter ricevere il Collegio degli scrittori. Ricordo anche la sua risposta e il modo in cui me l’ha data: un «sì» cordiale, profondo, segno di familiarità con la rivista.

Abbiamo controllato i nostri schedari: lei appare abbonato sin da quando abbiamo cominciato a raccoglierli, cioè dagli inizi degli anni Ottanta. Lei quindi conosce la rivista meglio di me, e non ha dunque bisogno di una presentazione del nostro lavoro. Posso solo dire che siamo un gruppo –come ci ha definiti il Papa nell’udienza che ci ha concesso pochi giorni fa – di «lavoratori». Francesco ha preferito usare questa espressione, coniata dal nostro fondatore, p. Carlo Maria Curci, il quale, l’ha preferita a quella di intellettuali o esperti o eruditi. E così noi ci sentiamo e vogliamo essere: lavoratori al servizio di questo Paese, lavoratori che costruiscono ponti. Il Papa ci ha detto con chiarezza – anzi, ce lo ha anche scritto in un chirografo che noi abbiamo pubblicato nella copertina rosso fuoco della rivista – che siamo chiamati a costruire ponti, quindi a essere una «rivista ponte, di frontiera e di discernimento».

Adesso voglio consegnarle a nome di tutti noi il numero 4000 della rivista. È un gesto simbolico che afferma la nostra volontà di essere al servizio di questo Paese.

La rivista nasce prima dell’Unità d’Italia, nel 1850, come rivista internazionale, perché l’Unità d’Italia non era stata ancora realizzata. Nel nostro archivio ho trovato un appunto di p. Roberto Tucci – poi creato cardinale da san Giovanni Paolo II –, il quale scriveva già molti anni fa che la rivista ha da sempre una vocazione internazionale. Ma già nel 1849, nel primo documento progettuale della rivista, si parlava del desiderio di una «universalità dei lettori».

A distanza di 156 anni dall’Unità del nostro Paese – e dopo tutte le tensioni che questa ha comportato e che la rivista ha registrato –, da quest’anno la nostra pubblicazione ridiventa internazionale, perché a partire dall’11 febbraio esce in cinque lingue: italiano, spagnolo, inglese, francese e coreano. L’Italia diventa un ponte: noi raccogliamo contributi e articoli di gesuiti da tutte le parti del mondo. Abbiamo, infatti, bisogno di scrittori che siano testimoni diretti o che vivano climi culturali, sociali e politici diversi dai nostri. Noi traduciamo i loro articoli in lingua italiana, ma pure li forniamo per la traduzione in altre lingue. Chiaramente questa dimensione plurilinguistica non lascerà immutata l’identità stessa della rivista, proprio perché, avendo lettori in altre lingue, le istanze di altri Paesi e culture entreranno a far parte del cuore stesso della rivista come mai prima.

Il nostro compito vuole essere umile, ma anche utile al servizio del mondo di oggi in cui ci sono tanti muri e pochi ponti. Questo davvero vogliamo essere: una rivista-ponte. Adesso vorremmo avviare con Lei una conversazione su alcuni temi che abbiamo scelto confrontandoci tra di noi.

* * *

Presidente, lei conosce «La Civiltà Cattolica» molto bene. Che ricordi ha della rivista? Quando e perché ha cominciato a leggerla? Considerando la sua esperienza, quale è il servizio che può rendere al Paese? Ha qualche consiglio da darci per il futuro?

Conoscevo la rivista, perché la leggeva mio padre. Dopo la laurea e il matrimonio sono andato a vivere a Palermo e ho cominciato a leggerla abitualmente, abbonandomi, per mantenere un contatto più diretto con il mondo ecclesiale e per continuare a essere, pur lontano da Roma, a conoscenza del dibattito sulla vita ecclesiale.

È difficile che un lettore non mantenga la continuità della lettura de La Civiltà Cattolica per la vastità dei temi che vengono trattati e approfonditi, dalla teologia alla storia, dalla cultura nelle sue varie manifestazioni alla vita della Chiesa.

In una stagione come questa in cui c’è il rischio di un’informazione breve e superficiale che tralascia l’approfondimento delle questioni, disporre di un contributo che, su una vasta gamma di argomenti, induce a riflettere, a coltivare lo spirito critico, ad approfondire, è importante per mantenere solido il tessuto culturale su cui fondare la vita del nostro Paese.

Quanto a suggerimenti, sinceramente non ho la presunzione di darne. Posso dire che continuare a contribuire alla formazione di un tessuto solido di cultura e a stimolare l’approfondimento delle questioni è compito prezioso, perché quella che viviamo – ripeto – è una stagione in cui vi è una spinta molto forte a ridurre la conoscenza delle questioni.

Nel suo messaggio di fine anno, lei ha sottolineato che «il nostro Paese è una comunità di vita». Il nostro Paese ha vissuto momenti in cui la comunità politica, e di vita, è emersa: per esempio, nella Costituente, nel periodo del contrasto al terrorismo, negli atti grandi di solidarietà che gli italiani generosamente sanno compiere. Quali sono oggi, nel tempo dei cosiddetti «legami liquidi», le condizioni per consolidare la società come «comunità di vita»?

Quella espressione nasce dalla convinzione che viviamo nel luogo e nel tempo che ci sono stati dati. Ciò non vuol dire avere chiusure territoriali o essere ignari del passato o indifferenti verso il futuro. Al contrario. Ma, nel luogo e nel tempo che si hanno, si vive insieme agli altri, e non rendersene conto significa, in realtà, amputare una parte, più che importante, fondamentale di se stessi. Quindi l’esigenza di avvertire il senso di comunità in cui si è collocati nel nostro Paese – come in tutti gli altri Paesi, come in qualunque ambiente più ampio o più piccolo – è una componente essenziale della vita.

Nel nostro Paese questa consapevolezza emerge in momenti significativi: la Costituente è stato uno di questi, e mi viene in mente l’espressione di Aldo Moro sulla Costituzione come «casa comune degli italiani». Anche nel rifiuto e nel contrasto nei confronti del terrorismo è emerso il senso di comunità. Esso emerge sempre nelle occasioni di calamità naturali, come negli ultimi mesi in occasione dei terremoti violenti che hanno devastato tanti luoghi del Centro Italia. Il problema è come far sì che questo senso di comunità venga vissuto nella normalità, quotidianamente, abitualmente, e non soltanto con dei picchi di manifestazione in occasione di emergenze.

In realtà il nostro Paese è migliore di come appare, è pieno di energie positive di tante persone che si impegnano, e non soltanto si preoccupano di ciò che si chiama (termine forse, per taluno, un po’ desueto) «bene comune», ma si fanno carico anche di chi è in difficoltà e delle esigenze degli altri. È vero che si assiste anche a manifestazioni e comportamenti di chiusura e di grettezza, però questo tessuto di convivenza consapevole è molto diffuso nel nostro Paese.

Credo che sia comunque necessario sollecitare costantemente a recuperare appieno nella normalità il senso della convivenza, del vivere insieme. Questo ha un risvolto particolare e non secondario nel rapporto tra cittadini e istituzioni, che sono il catalizzatore della vita comune. Viene registrata una frattura nel rapporto di considerazione, di fiducia tra cittadini e istituzioni, pur se, forse, la frattura è meno forte di quanto viene conclamato.

Bisogna, comunque, aiutare a far ritrovare la fiducia nelle istituzioni. Questo richiede buona volontà da entrambe le parti: da parte delle istituzioni e da parte dei nostri concittadini, rendendosi conto che, nelle istituzioni, c’è quello che la società esprime. Quindi occorre avere una consapevolezza maggiore, contribuire e collaborare anche alla vita istituzionale.

Tocchiamo il tema dei giovani. Essi sono il futuro del Paese, ma sono anche motivo di preoccupazione sia dal punto di vista occupazionale sia dal punto di vista della scollatura generazionale. I giovani vivono schiacciati sul presente e sono poco interessati alla vita politica diretta. Molti di loro non hanno il lavoro, altri invece sono costretti ad andare all’estero per cercarlo e per poter trovare anche una realizzazione dei propri sogni. Quali riforme sarebbero necessarie per questa generazione? Quale può essere il suo messaggio per loro?

Questa è una domanda molto impegnativa, perché ogni tanto sento parlare di «patto generazionale», espressione che non apprezzo molto, per la verità.

Io sono nonno, e immaginare i miei figli o i miei nipoti diversi, come non fossero parte di me stesso, è molto complicato, sarebbe per me impossibile. E così è per qualunque figlio non sentire i genitori e i nonni come parte di sé.

Il problema è, piuttosto, che sono molto cambiate le condizioni della vita sociale e quelle economiche. Siamo nel pieno di una trasformazione industriale molto forte, analogamente a quella avvenuta tanto tempo addietro, con condizioni che sono mutate rispetto alla sicurezza per il futuro, alla stabilità del lavoro. Qui entrano in gioco indicazioni e scelte politiche, e io, naturalmente, su queste non posso addentrarmi. Ma quel che è importante è la consapevolezza che occorre garantire ai giovani la possibilità di costruirsi, con serenità e con un’adeguata possibilità di previsione, il proprio futuro per programmarlo, cosa che oggi sovente non è loro possibile. Questo è il punto più delicato e difficile: quello di garantire loro una certezza di futuro.

Devo confidare che non sono particolarmente sollecitato dal fatto che alcuni vadano all’estero. Avviene anche negli altri Paesi dell’Unione Europea. Molti vanno all’estero per scelta, per completare la loro formazione, per fare esperienze di lavoro. Considero preziosa l’esperienza di fondere la realtà dell’Unione Europea attraverso i giovani che si scambiano ruoli. Il fenomeno è però negativo quando si verifica per necessità inderogabile, perché non si trovano sbocchi occupazionali nel nostro Paese e non per scelta.

Il messaggio che vorrei dare ai giovani è che non soltanto c’è la consapevolezza dell’esigenza di garantire loro una certezza di prospettive, ma che si avverte anche l’esigenza che si impegnino in maniera attiva nella vita istituzionale e politica. Tra le lettere dei condannati a morte della Resistenza ce n’è una molto bella di un giovane di neanche vent’anni, il quale, la sera prima di essere fucilato dai nazifascisti, scrive ai genitori: «Tutto questo avviene perché voi un giorno non avete più voluto saperne di politica».

Assistiamo oggi, spesso, in un ampio ambito di giovani, a una sorta di rifiuto dell’impegno politico, mentre è molto più ampio l’impegno sociale. Ma quello politico è necessario, anche per divenire essi stessi protagonisti delle scelte che li riguardano.

So che quanto dico non è sufficiente, perché occorrono proposte concrete, operative, però il punto di partenza è costituito dall’obiettivo di garantire ai giovani prospettive più certe possibili per costruire un futuro familiare e lavorativo, affiancato dall’impegno in maniera attiva nella vita del Paese.

L’Europa sembra in crisi di cittadinanza. Uno dei problemi principali del nostro continente ci sembra quello che non si sia sviluppata una cittadinanza europea. Populismi e nazionalismi premono per lo sgretolamento dell’Europa, avvertita più come una minaccia che una risorsa. Non ci sono ricette facili, lo sappiamo. A suo avviso, ha ancora senso spendersi per una Unione Europea? Come farlo?

Credo che la cittadinanza europea stia crescendo sempre più, in maniera irreversibile, e lo dimostra ciò che prima dicevamo a proposito dei giovani. I nostri giovani, come quelli di tutta l’Unione, vanno negli altri Paesi europei per studio, per l’Erasmus, per lavoro, per turismo e non rinuncerebbero mai alla possibilità di viaggiare tranquillamente e liberamente dalla Sicilia fino a Helsinki, o da Lisbona fino a Varsavia. Sta crescendo una generazione europea che è sempre più ampia, e questa è la garanzia maggiore della continuità dell’Unione, molto più degli intendimenti dei governi o delle opinioni dei commentatori.

È vero comunque che l’Unione Europea è in affanno anche nel consenso delle proprie pubbliche opinioni. Nel corso della storia è frequente il fenomeno che si affievolisca o, addirittura, che si smarrisca la memoria delle ragioni che hanno portato ad alcune scelte fondamentali. Sovente avviene anche che si considerino acquisite o scontate le condizioni positive raggiunte, come fossero ormai sostanzialmente dovute, dimenticando che non è mai così.

Non viene, alle volte, adeguatamente rammentato che, dopo due guerre mondiali devastanti nate in Europa, dopo gli stermini di massa provocati da fanatismi nazionalistici, da rivalità e contrasti di interessi economici, alcuni statisti illuminati – e i loro popoli che allora li hanno seguiti – hanno scelto la strada della collaborazione e dello sviluppo in comune. Tutto questo ha comportato decenni di pace e di benessere crescente mai verificatosi in Europa nel corso della storia.

Questo valore è incommensurabile. Non c’è difetto dell’Unione Europea, non c’è carenza nel suo modo di essere e di vivere che possa giustificare il ritorno alle rivalità, alla diffidenza, ai contrasti e al pericolo che si ritorni a quello che abbiamo voluto lasciarci alle spalle oltre mezzo secolo addietro. Va riaffermata con forza, quindi, contro ogni obiezione, la validità storica dell’integrazione europea. Vi sono movimenti di opinione – e anche governi – che cercano di chiudersi, ma questo è davvero il rifiuto della parte migliore della propria storia, quella degli ultimi decenni.

L’Unione, naturalmente, deve ritrovare e far ricomprendere ai propri cittadini il patrimonio ideale da cui è nata e che si trova alla base del suo sviluppo. Questo richiede che si eviti di dare l’impressione – che, in questo periodo, è quella più percepita – di un’Unione Europea che si esaurisce nel rispetto delle regole. Premesso che le regole sono sempre importanti, in qualunque contesto, va ricordato che esse hanno sempre come loro finalità la persona, tutte le persone e le loro condizioni. Questo aspetto l’Unione deve recuperarlo nell’immagine che presenta ai suoi cittadini e nella sostanza delle sue scelte.

Oggi il mondo appare diviso, frammentato. Tante sono le aree di incertezza e questo porta a costruire muri e ad abbattere ponti, mentre siamo certi che solo la solidarietà può dare solidità alla convivenza civile. Oggi più che mai si avverte l’esigenza di una leadership morale globale. Come vede la situazione? Qual è, a suo avviso, il ruolo che papa Francesco sta giocando o può giocare nello scenario geopolitico globale?

Siamo in una stagione di cambiamenti profondi sulla scena internazionale. Mi viene da sorridere ricordando che, dopo il crollo del sistema sovietico e la fine del mondo bipolare, per un decennio si sia pensato che l’equilibrio del mondo si esaurisse intorno agli Stati Uniti e alla Nato. Questa illusione è durata una decina d’anni, fino al 2001. Poi il terrorismo internazionale, le tante crisi e le molte guerre sparse in vari continenti hanno reso evidente che il mondo è entrato in una fase ignota, nuova, che richiede nuove analisi. Questa condizione determina grande incertezza e insicurezza.

Si sono, inoltre, affacciati sulla scena internazionale nuovi protagonisti a pieno titolo e ve ne saranno degli altri. Non si tratta soltanto dei grandi Paesi come Cina, India, Brasile, ma altri protagonisti – anche dall’Africa – si affacceranno sulla scena internazionale nel futuro non troppo lontano. L’emergere di nuovi protagonisti e la differenza dei tassi di natalità tra i continenti rendono il mondo totalmente diverso e lo hanno introdotto in una stagione di cambiamenti profondi. C’è soltanto un modo per affrontarli e governarli: la collaborazione e la solidarietà.

Se non c’è un impegno comune per affrontare queste nuove condizioni, la disarticolazione sarà progressiva. Soltanto solidarietà e collaborazione nella comunità internazionale possono garantire un vero equilibrio e il superamento di crisi così articolate.

Questo richiede naturalmente capacità di valutazione, di visione e di guida, che, per la verità, non sempre emergono con molta nitidezza nella scena internazionale. È necessario che vi sia chi riesce a dare indicazioni di prospettive e anche a suscitare speranze.

Ora è piuttosto di moda, nel mondo, sottolineare la nascita di alcuni cosiddetti «leader forti», che, in realtà, lo sono soltanto rispetto alla propria comunità nazionale. L’esigenza, invece, è quella di trovare leadership capaci di guidare e di avvicinare le posizioni, che sappiano dare indicazioni di prospettiva e di speranza.

In questo periodo ho molto apprezzato l’attività del Segretario generale dell’Onu, uscito da pochi mesi dall’incarico, Ban Ki-moon, e sono convinto che farà lo stesso il nuovo, Guterres, pur nella grave limitazione di poteri e di compiti che incontra il Segretario dell’Onu.

Papa Francesco è certamente un punto di riferimento, e la parte svolta nel mutamento delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba, i suoi richiami all’Unione Europea fatti con molta franchezza – anche opportunamente rudi in qualche passaggio –, sia nel discorso per il premio Carlomagno, sia in quello al Parlamento europeo, sono la dimostrazione di quanto egli rappresenti un punto di riferimento. Lo è perché è amato, in misura molto ampia, non soltanto da credenti, ma anche da non credenti; perché appare credibile e ispira fiducia. E quest’ultimo è un ingrediente ineliminabile per poter dare suggerimenti e indicare prospettive. Questo ruolo rivestito da Francesco sottolinea l’esigenza che crescano nel mondo, in maniera maggiore e più adeguata alle nuove condizioni, leadership capaci di disegnare questo processo di collaborazione e di guidare verso di esso.

L’ arrivo in Europa di masse consistenti di emigrati economici, in particolare africani per lo più giovani, è destinato a diventare nei prossimi anni un fenomeno «strutturale». Tutti i Paesi dell’Unione europea sono chiamati a confrontarsi con questa realtà. L’ Italia in misura maggiore in quanto Paese di transito. In ogni caso si tratterà di organizzare non soltanto l’accoglienza, l’emergenza, ma anche l’integrazione. Come pensa che debba essere gestito questo fenomeno sociale?

Quello migratorio è un fenomeno davvero epocale. Poc’anzi ho fatto un cenno alle differenze di natalità che si registrano. Nel 2015 vi sono stati, tra gli europei, più morti che nuovi nati. In alcuni Paesi africani e asiatici l’età media è tra diciotto e vent’anni. In più, i mezzi di comunicazione di oggi offrono una conoscenza immediata e reale delle condizioni di vita nei diversi continenti.

È diventato, inoltre, possibile per tutti viaggiare, anche se per molti – come sappiamo – a costo di sofferenze e di grandi pericoli. Quello migratorio è un fenomeno che non è possibile rimuovere.

I continenti hanno perso la distanza tra loro, ed è fuori dalla realtà chi pensa a un mondo che non c’è più. Questo comporta problemi nuovi, non soltanto per l’Europa. Lo vediamo anche negli Stati Uniti e altrove.

L’Italia è stata un Paese di emigranti per molto tempo e poi è divenuta un Paese sia di transito che di arrivo. Passare dalla condizione di Paese di emigranti a quella di Paese ospitante è un mutamento impegnativo. Ma noi, forse, per la condizione precedente di Paese di emigranti, eravamo meno impreparati, anche per la vicinanza alle coste africane.

Altri Paesi sono stati colti di sorpresa, come se non si aspettassero questo fenomeno, e sono rimasti fortemente disorientati da quello che è avvenuto. Alcuni di essi tendono a chiudersi, come se fosse possibile erigere una barriera o dei muri, senza rendersi conto che non c’è né barriera né muro che possa frenare un fenomeno storico di questa portata. Quella reazione rappresenta una fuga dalla responsabilità di affrontare il problema e dal dovere di governarlo: con senso di responsabilità, con equilibrio, ma di governarlo.

Va detto, piuttosto, che si tratta di un compito difficile per i singoli Paesi. Lo può svolgere con maggiore efficacia l’Unione Europea, se lo assume su di sé, come dovrebbe e come noi insistiamo perché avvenga.

Perché occorre, anzitutto, stroncare il traffico di esseri umani, con tutte le turpi attività dei trafficanti, e prevedere dei canali, legali e regolati, di immigrazione che non passino attraverso lo sfruttamento dei mercanti di persone.

Occorre distinguere anzitutto tra i profughi e i migranti per soli motivi economici, che meritano, comunque, rispetto anch’essi, perché sono spesso persone che fuggono da condizioni di sopravvivenza insostenibili.

Anche per questo l’Italia ha chiesto all’Unione Europea di adottare quello che è stato chiamato il migration compact, un progetto di collaborazione con i Paesi africani da cui partono e transitano i profughi, destinandovi molte risorse finanziarie, anche a costo di qualche sacrificio dei Paesi europei, perché soltanto migliorando le condizioni di vita nei Paesi da cui nasce il flusso migratorio questo fenomeno può essere regolato in maniera più ordinata. Perché nessuno lascerebbe la propria casa, la propria terra, se vi potesse vivere in tranquillità con i propri familiari.

Occorre creare condizioni migliori nei Paesi da cui nascono i flussi. Occorrerà tempo, ma bisogna farlo e, per farlo con efficacia, bisogna partire subito con questa azione.

Inoltre bisogna organizzare in Europa, in maniera più intelligente, l’accoglienza e l’integrazione di chi comunque arriva e arriverà. È necessario evitare alcuni errori: quello di consentire che si creino ambienti, luoghi di emarginazione, ghetti per gli immigrati e per le successive generazioni, che li facciano sentire emarginati dalla società.

Occorre affrontare con intelligenza e con coraggio il tema delle generazioni successive alla prima che arriva. Mi ha colpito un’affermazione di un professore musulmano che ha svolto un corso all’Università Cattolica di Milano. Egli ha citato l’episodio di un ragazzo, originario dell’Estremo Oriente ma nato in Italia, che, quando torna con i suoi genitori nel suo Paese d’origine, viene chiamato «banana». E questo – così ha spiegato – perché esternamente dai tratti somatici tipici del suo Paese ma dentro, di fatto, sostanzialmente italiano ed europeo. Bisogna avere un grande rispetto di questi giovani, che, da un lato, avvertono con giusto orgoglio le loro origini, ma che non sono più esclusivamente e interamente partecipi della comunità da cui sono partiti i loro genitori. Si ha il dovere di evitare che essi si sentano esclusi anche dalla comunità in cui sono collocati e di cui si sentono parte per lingua, cultura, abitudini, costumi di vita. Quella di non parlare più di «seconda generazione di immigrati», ma di «italiani di altra origine», è una scelta coraggiosa, aderente alla realtà, ed è anche il modo di evitare che si creino delle sacche di emarginazione che sono ingiuste – e questo è il principale motivo –, ma sono anche foriere di pericoli.

Molte capitali negli ultimi anni sono state teatro di terribili atti terroristici condotti da militanti dell’Isis. Si tratta in generale di città dove sono presenti consistenti comunità musulmane di vecchia immigrazione. Sinora le nostre città sono state risparmiate. Come spiega questo fatto? Nel 2016 sono arrivati in Italia più di 180.000 immigrati, tra i quali circa 25.900 minori. Quale modello di integrazione pensa sia necessario per il nostro Paese?

Quello degli attentati è un tema che allarma in maniera comprensibile le opinioni pubbliche di tutto il mondo, perché molte capitali europee sono state colpite. Il fenomeno riguarda anche tante altre città in altri continenti, dall’Africa al Medio Oriente, dall’Asia agli Stati Uniti. In Europa i nostri concittadini sono stati molto turbati, per la vicinanza e per il coinvolgimento nei confronti dei nostri connazionali, dalle stragi di Berlino e di Parigi, così come da quella di Dacca in Bangladesh.

Il pericolo è sempre presente ovunque, naturalmente, anche in Italia, e non lo nascondiamo. Credo di poter dire che i nostri organismi di polizia e di informazione lavorano con molta capacità e con molto impegno. Li ho sempre ringraziati per l’azione preventiva che viene fatta e che non viene conosciuta, non emerge, non si vede, non viene narrata, ma è quella più importante e preziosa.

Detto questo, comunque, il pericolo permane. Anche l’Italia ha ricevuto minacce, Roma particolarmente. Mi auguro, naturalmente, che non vi siano più attentati in nessun luogo, non soltanto d’Europa, ma del mondo.

Dobbiamo accompagnare questa speranza con un’attività più concreta possibile, anche attraverso la risposta a un’esigenza ulteriore: quella di una maggiore collaborazione tra i Paesi europei – e anche con i Paesi di altri continenti – delle forze dell’ordine e dei servizi di informazione, perché, mettendo in comune le informazioni e l’attività di prevenzione, i risultati sono di gran lunga maggiori. Questo si sta cominciando a fare in maniera concretamente efficace.

Sotto un altro profilo, impressiona vedere come un attentato in Europa susciti, comprensibilmente, molta emozione, mentre gli attentati molto frequenti a Baghdad o in Afghanistan ne suscitino di meno. Si dimentica anche, sovente, che la gran parte delle vittime di questi crudeli attentati nel mondo è musulmana. Quindi non si deve commettere l’errore di regalare ai terroristi una sorta di etichetta di «guerra di religione» o di motivo religioso.

L’altro problema – quello dei minori – è molto delicato. Sono tanti non accompagnati. A volte il fenomeno fa nascere interrogativi su ciò che sta alle spalle dei trafficanti che li portano da noi – come altrove –, perché a volte verosimilmente cadono preda di traffici, i più loschi e turpi possibili. In Italia c’è una grande attenzione per loro.

Il fenomeno dei minori è allarmante. C’è un’attenzione molto particolare, vengono messi subito in strutture diverse da quelle degli adulti. Però, non essendo reclusi, a volte fuggono. Fuggono o perché cercano di andare dai familiari che sono già in Europa, o per motivi che non conosciamo, rischiando di cadere in mani criminali. Il numero è crescente e stiamo cercando di attrezzarci con strutture adeguate e più ampie per poterli seguire con attenzione. Dopo le morti in mare e dopo le tragedie di barche affondate, questo dei minori non accompagnati è l’aspetto più preoccupante.

La Rete oggi apre a nuovi scenari per la costruzione dell’opinione pubblica futura e della cittadinanza. Questo offre nuove opportunità ed espone a gravi rischi. Qual è il suo giudizio a questo proposito?

Anch’io navigo in Rete e quindi ne apprezzo tutti i vantaggi, registrando che, come tutti i progressi della scienza, offre grandi opportunità e naturalmente presenta anche qualche rischio.

Il problema, come sempre, è rappresentato dal modo in cui si usano i risultati che la scienza pone al servizio dell’umanità e non dubito che la Rete consenta una facilità di relazione e di comunicazione che è straordinariamente positiva.

Consente una quantità di conoscenze, preziose anche per la cultura, prima perseguibili soltanto con molta fatica e molto tempo. Chiunque avesse dovuto fare una ricerca trent’anni fa, in qualunque settore, avrebbe dovuto impegnare giorni o settimane. Farla con il web è molto più agevole e veloce. Quindi i vantaggi sono straordinari, decisamente superiori. Ma non se ne possono ignorare i rischi: vanno messi a fuoco, per evitare che oscurino parte degli elementi positivi.

Talvolta assistiamo al paradosso della Rete che provoca un effetto del tutto contrario a quello che, secondo logica, dovrebbe consentire, e cioè l’aumento delle relazioni. A volte, infatti, l’abuso della Rete può comportare la fuga dalla realtà in cui ci si trova, la fuga anche dalla propria identità, la fuga dalla comunità in cui si è inseriti. Anche perché affiora la tendenza, per fortuna minoritaria, di incontrarsi soltanto con coloro che la pensano come chi si collega, creando dei piccoli circuiti ristretti e chiusi in cui non c’è accesso per il confronto delle idee, non c’è dialogo con chi la pensa diversamente. Anzi, in casi estremi, chi la pensa diversamente viene considerato come un nemico da evitare o da insultare. Questo è davvero il contrario della finalità della Rete, dell’apertura che essa consente nelle relazioni tra le persone.

Bisogna, quindi, riflettere molto e occorre una grande opera di educazione. Le agenzie educative hanno il compito di far comprendere ai ragazzi i tanti vantaggi e lati positivi, e di metterli in guardia rispetto ai pericoli che vi si presentano.

Vi è, inoltre, il problema del rapporto del web con la formazione del consenso generale, perché la Rete, da un lato, consente un supporto molto più consistente al formarsi uno spirito critico, a formulare valutazioni proprie, ma può prestarsi anche alla manipolazione del consenso e all’inganno. Assistiamo ogni giorno, da alcuni mesi, a notizie di tentativi di manipolazione, e questo è davvero un pericolo molto grave che va affrontato. Non so bene in che modo e non sta a me dirlo, perché posso sottolineare esigenze, ma non devo esprimere opinioni su strumenti di carattere politico. Si tratta di una questione che va affrontata in sede sovranazionale perché, essendo la Rete – per fortuna – senza confini, nessuno Stato è in grado di governarla in maniera compiuta. È un tema tra i più importanti all’ordine del giorno che va affrontato, perché bisogna garantire, senza distorsioni, la genuinità delle grandissime opportunità che il web offre alle persone.

Si è da poco concluso il Giubileo e c’è un tema che è stato, ed è, molto caro agli ultimi Papi, in particolare a Giovanni Paolo II e a papa Francesco, ossia quello delle carceri. La situazione nelle oltre 200 carceri italiane rimane complessa: sovraffollamento e alto tasso di recidiva che sfiora il 69%. In quale modo è possibile garantire la certezza della pena insieme alla certezza della rieducazione?

Ero presente in Parlamento quando Giovanni Paolo II, parlando alle Camere riunite, in Italia, ebbe a rivolgere un appello per un indulto che poi, per la verità, è stato disposto, con contrastanti valutazioni nella pubblica opinione.

Ho ricevuto, come tutti i capi di Stato con cui la Santa Sede ha relazioni, la recente lettera di papa Francesco in cui chiede di valutare la possibilità di atti di clemenza, di valutare le condizioni dei reclusi e attenuare la gravità delle loro condizioni. È un messaggio di particolare rilievo, da tenere in gran conto, perché coglie l’aspetto più importante della punizione che lo Stato infligge a chi ha commesso reati: quello della rieducazione e del recupero dei condannati.

In Italia la situazione carceraria è migliorata decisamente; il sovraffollamento è sostanzialmente molto attenuato. Vi è stato un apprezzamento anche da parte degli organi europei che avevano rappresentato all’Italia l’esigenza di interventi concreti. Rimane il problema di fondo, di come trovare il punto di equilibrio tra queste due esigenze e sensibilità: quella dell’attenzione alla persona, di chi ha commesso un errore, un reato (e può essere recuperato con tutti gli sforzi possibili), e quella che venga garantito il rispetto della legge, non soltanto per rassicurare le pubbliche opinioni e le comunità. Queste avvertono con molta preoccupazione e molto allarme l’insicurezza, in maniera talvolta anche eccessiva rispetto alle effettive dimensioni dei fenomeni criminali. È un’attività delicata trovare il punto migliore di equilibrio. Non tocca a me esprimere orientamenti politici che, in Italia, competono al Governo e al Parlamento, ma mi rendo conto che entrambe le sollecitazioni meritano ascolto.

Dispongo di un potere di grazia come Presidente della Repubblica, e qualche volta ne faccio uso, anche se non è conclamato. È un potere che richiede una serie di pareri e di opinioni di cui bisogna tener conto – autorità giudiziaria competente, ministero della Giustizia – e che non entra affatto nel merito delle decisioni dell’Autorità giudiziaria, ma riguarda la condizione personale del soggetto, del singolo recluso, nel caso in cui sia evidente il suo recupero dopo aver scontato in parte la pena.

Lei ha vissuto un periodo molto complesso, dal punto di vista degli eventi che sono intervenuti in Italia e nel mondo. In che modo la sua fede personale ha aiutato la comprensione di questi eventi? Come ha nutrito la sua visione del mondo e ha determinato alcune sue azioni e scelte nell’ambito istituzionale? Potrebbe raccontare qualche episodio significativo per la sua formazione?

Ero giovane negli anni del Concilio, e questo ha influito molto sulla mia formazione. Erano gli anni in cui ero universitario ed ero anche attivo nella Gioventù cattolica della diocesi di Roma, dove mi occupavo del Movimento degli studenti. Vedere la Chiesa che si apriva, che parlava al mondo e chiedeva al mondo anche risposte è stata un’esperienza affascinante.

Ho attraversato diversi pontificati: il Papa della mia fanciullezza e dell’adolescenza è stato Pio XII; il Papa della mia gioventù è stato Giovanni XXIII, della maturità Paolo VI, e poi Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Ma gli anni del Concilio sono stati per me determinanti: incontrare tanti Padri conciliari, di tante parti del mondo, è stata un’esperienza che non dimentico.

C’è una cosa che non rimuovo dai miei ricordi: a metà del Concilio è morto papa Giovanni. Il pomeriggio che ha preceduto la sua morte si è celebrata sul sagrato di San Pietro una Messa per lui. Noi giovani di Azione Cattolica di Roma avevamo contribuito ad organizzarla e ci trovavamo sul sagrato. Quando alla fine della Messa la gente stava defluendo, ha iniziato a diffondersi la notizia della morte del Papa. Ho sempre pensato che papa Giovanni fosse morto mentre in piazza, alla fine della celebrazione, si cantava l’Ubi caritas et amor, che in fondo era la cifra del suo magistero, del suo pontificato.

Quelli sono stati anni che hanno molto influenzato la mia formazione. Ne ho tratto anche la convinzione che l’impegno politico, per chi ha quella formazione, è particolarmente esigente, perché richiede una dose di eticità maggiore, una consapevolezza particolarmente forte rispetto a quella che abitualmente si richiede.

Ho assistito, nei diversi pontificati, a tanti momenti di entusiasmo, ad esempio alle Giornate della gioventù di Roma, alla cui conclusione ho partecipato da spettatore.

In questi anni di papa Francesco si sta riproponendo la freschezza che il Concilio aveva lanciato. Ho sempre visto continuità tra i pontificati. Naturalmente ognuno ha il suo carisma, e la continuità si esprime anche attraverso la particolarità dei carismi.

* * *

A conclusione dell’incontro il direttore, p. Antonio Spadaro, ha ringraziato il Presidente con le seguenti parole: 

Signor Presidente,

grazie! Lei ci ha onorati ascoltandoci con attenzione. Mi sembra che non solo abbia risposto alle nostre domande, ma le abbia assunte, mettendosi dalla nostra parte. Le assicuriamo che faremo tesoro delle sue parole e di questo incontro che per noi è molto importante, perché ci conferma nel servizio modesto, semplice e sincero, al nostro Paese.

Il Presidente ha risposto:

Vi ringrazio molto perché le questioni poste sono state per me sollecitazioni davvero preziose.

Alla fine dell’incontro, il Presidente ha salutato uno ad uno i presenti, facendo a ciascuno l’omaggio di un volume sul Palazzo del Quirinale.

Acquista il Quaderno

La diplomazia dei ponti

Lo scorso 10 maggio l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede ha ospitato una Tavola rotonda in occasione della pubblicazione del numero 4000 de «La Civiltà Cattolica». Il tema scelto per l’incontro è stato «Lo sguardo di Magellano. La diplomazia dei...

Papa Francesco incontra «La Civiltà Cattolica» in occasione della pubblicazione del fascicolo 4000

Giovedì 9 febbraio, alle ore 10,10, papa Francesco ha ricevuto in udienza, nel suo studio del Palazzo apostolico, il p. Arturo Sosa, Preposito generale della Compagnia di Gesù, e il p. Antonio Spadaro, direttore de «La Civiltà Cattolica». Dopo questo...

Quattromila quaderni de «La Civiltà Cattolica»

Da 167 anni, cioè sin dal 1850, La Civiltà Cattolica intende offrire ai suoi lettori la condivisione di un’esperienza intellettuale illuminata dalla fede cristiana e profondamente innestata nella vita culturale, sociale e politica dei nostri giorni. Con il presente quaderno...