foto: IsraeliGPO

A CINQUANT’ANNI DALLA GUERRA DEI SEI GIORNI

Quaderno 4005

pag. 262 - 275

Anno 2017

Volume II

ABSTRACT – Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della cosiddetta Guerra dei sei giorni, combattuta tra lo Stato di Israele e i Paesi arabi limitrofi (Egitto, Siria e Giordania). La mattina del 5 giugno 1967 infatti i caccia israeliani, con un attacco preventivo, colpirono a terra l’80% dell’aviazione da guerra egiziana, successivamente il 70% di quella siriana e quasi integralmente quella giordana. Dopo il blitz aereo ci fu l’offensiva di terra, diretta sulla Striscia di Gaza e sul Sinai.

La Guerra dei sei giorni, dal punto di vista militare, fu una grande vittoria per Israele, che divenne la maggiore potenza militare della regione. Ma, dal punto di vista politico, allora iniziarono per il giovane Stato i problemi legati alla difficile gestione del dopoguerra. Infatti un milione di palestinesi, che abitavano in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, dall’oggi al domani si ritrovarono sotto occupazione militare, e Israele scoprì, come conseguenza della guerra, di essere la nazione mediorientale con il più alto numero di palestinesi al suo interno.

Lo stesso evento è stato vissuto nell’immaginario del mondo arabo – che lo chiama semplicemente «Guerra di giugno» – come una sconfitta non solo militare, ma anche politica e culturale. A tale proposito si è anche parlato di «sindrome dell’infelicità araba» e del rancore nei confronti dei sionisti e dei loro alleati occidentali.

Fino all’affermarsi del cosiddetto «Stato Islamico» (2014), la lotta contro il nemico sionista infatti è stato uno dei punti centrali dei programmi dei movimenti islamici radicali e del terrorismo transnazionale (come al Qaeda). Con l’Isis questo elemento è passato in secondo piano; ciò non significa, però, che sia cessato.

Ora proprio l’islamismo radicale degli anni Settanta può essere considerato un frutto avvelenato di questo conflitto. Nello stesso periodo, anche in Israele iniziò ad affermarsi un tipo di fondamentalismo ebraico basato sulla cosiddetta «teologia della terra».

La Guerra dei sei giorni ha dunque dato origine a tre tipi di problemi, che per decenni hanno avvelenato i rapporti tra israeliani e palestinesi: quello degli insediamenti ebraici in Cisgiordania; quello dei profughi palestinesi accolti nei Paesi arabi limitrofi (ai quali fu promesso in diverse occasioni il ritorno in patria); e quello di Gerusalemme («unita e indivisa»), dichiarata nel 1980 dal Parlamento di Israele «capitale eterna di Israele». A cinquant’anni dalla guerra, tali questioni, che per decenni sono state oggetto di contesa, di lotta e di accordi internazionali, sono ancora aperte, anzi sul piano politico sembrano tuttora irrisolvibili.

Per leggere l’articolo integrale, acquista il quaderno 4005