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Il Vangelo della Domenica

L’uomo ricco non si accorge del povero che è alla sua porta

Giancarlo Pani

25 Settembre 2025

La parabola del ricco epulone, Jacopo Bassano.

C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Ma Abramo rispose: «Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16,19-31).

Nella prima lettura, una profezia di Amos, rivolta agli «spensierati di Sion e a quanti si considerano sicuri» (Am 6,1), è un presagio di tragica fine. Entro un paio di generazioni l’Assiria travolgerà il Regno del Nord, nel momento della sua massima espansione e dello splendore economico. Amos sottolinea la ragione di fede che fonda il suo giudizio: la sicurezza offerta dalla ricchezza non solo è momentanea, ma contrasta il disegno divino. Il benestante non si cura dei poveri, e nemmeno di Dio.

Nella parabola di Luca, Gesù sta parlando ai farisei, e usa le immagini dei rabbini per rappresentare il rapporto tra l’aldilà e la vita terrena. Qui i temi della prima lettura sono riferiti all’esistenza personale: irresponsabilità causata dall’eccessivo benessere; primato della realtà storica, dove Dio ha già dato tutto quanto occorre per orientare l’uomo alla felicità eterna, senza bisogno di miracoli. Il senso dell’esistenza viene dalla sua qualità trascendente (la beatitudine della povertà, l’inevitabile martirio del giusto), non già da una vita terrena miserabile o lussuosa.

Lazzaro è immagine del povero, e in qualche modo prefigura Gesù crocifisso: che è appunto la condizione per salvarsi, poiché la fedeltà autentica rende conformi al Servo sofferente. Lazzaro è un povero che si trova addosso tutte le povertà possibili; giace a terra, forse è paralitico; è ripugnante, oltre che colmo di dolori, per le ulcere del suo corpo; non è in grado di allontanare i cani che, leccandogli le piaghe, ne aumentano il tormento. Desiderava saziarsi da ciò che cadeva dalla mensa del ricco, cioè delle molliche con cui durante il desinare uno si puliva le mani e poi le gettava per terra. Di suo ha solo un nome: «Lazzaro», cioè, in ebraico, «Dio aiuta». È la sua fede; è tutto il suo avere. Il ricco invece è infedele al senso di quel suo «essere ricco»: il dovere di accorgersi del povero che sta davanti la porta di casa sua.

Il definitivo si costruisce nel momentaneo: quindi pure la separazione irrevocabile tra il ricco e il povero. L’eternità della punizione è opera di chi non ha avuto occhi per il povero.

«Se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno» (Lc 16,30) dice il ricco fra i tormenti. Uno che risorge sarà certamente la loro salvezza. Il padre Abramo nega il principio, poiché hanno Mosè e i profeti: la Parola di Dio.

Noi siamo più fortunati: abbiamo un Risorto. Ma qual è la nostra fede? Quando Gesù risorto è apparso nel cenacolo i suoi discepoli lo hanno creduto un fantasma (Lc 24,37). C’è qualcosa allora che conta di più di un’apparizione: fidarsi di Dio e credere alla sua parola.

Anche la seconda lettura (1Tm 6,11 ss) contiene una sintetica esortazione alla fedeltà e alla difficile testimonianza che essa comporta, sull’esempio di quanto ha detto Gesù. La fedeltà cristiana ha una meta, non solo un termine finale, nella Parusia: è l’incontro con il Signore glorioso.

*    *    *

Leone XIV: «Non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato, sulla vendetta. I popoli hanno bisogno di pace: chi li ama veramente, lavora per la pace».

L’uomo ricco non si accorge del povero che è alla sua porta

Giancarlo Pani

Scrittore emerito de La Civiltà Cattolica.

25 Settembre 2025


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