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Il Vangelo della Domenica

Il seme è la parola di Dio

Giancarlo Pani

9 Luglio 2026

Seminatore al tramonto, Vincent van Gogh, Museo Kröller-Müller di Otterlo.

Gesù disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo,ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». […] «Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia,ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno» (Mt 13,3-8; 19-23).

A una lettura superficiale sembra che il seminatore della parabola sia piuttosto distratto. Non si getta il seme sui sentieri, o tra i sassi, o dove crescono le spine… ma sul terreno buono. Invece ai tempi di Gesù si seminava proprio così: il seminatore gettava il seme dappertutto, e poi arava. L’aratura rovesciava i semi sotto terra perché attecchissero e dessero frutto.

Gesù parla un linguaggio semplice, preso dalla vita quotidiana, comprensibile a tutti. A lui nelle parabole è molto caro il tema del «seme». Poiché il seme è la Parola di Dio, e quindi rappresenta lui stesso. Tutti gli evangelisti riportano le parabole del seme, ma soprattutto Giovanni ne presenta più chiaramente di altri l’interpretazione: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Il chicco di grano è il Signore Gesù, la sua passione, morte e risurrezione. La parabola del seme riguarda dunque la vita di Gesù, rappresenta la sua storia, ma insieme anche la nostra vita e il modo in cui rapportarsi a lui. E pone al centro anche uno scandalo che segna la storia degli uomini. Il Signore è venuto a salvarci e noi non lo accogliamo, anzi a volte lo rifiutiamo e perfino ci ribelliamo: come mai alcuni non comprendono la semplicità e la bellezza del Vangelo, anzi non ne vogliono nemmeno sentir parlare?

Il primo insegnamento della parabola è che il seminatore getta il seme con abbondanza: tutti i terreni lo ricevono, anche quelli che sarebbero meno adatti ad accoglierlo. Il seminatore è il Signore che si dona a noi con generosità, non si risparmia, vuole essere accolto, è suo desiderio salvare tutti, anche quelli che sembrano essere superficiali o completamente sordi alla sua chiamata. Il seme è, infatti, la Parola di Dio, il Vangelo, la sua potenza di salvezza. Di qui l’essere disponibili all’ascolto, avere il cuore aperto e accogliente.

Se la prima parte della parabola sottolinea l’abbondanza della semina, la seconda pone l’accento proprio sull’accoglienza della Parola, che si può accettare o rifiutare in vari modi. Il primo è la superficialità: il seme che cade sul sentiero non attecchisce, rimane in superficie ed è facile preda degli uccelli. Il secondo è l’incostanza: il cuore può essere un terreno sassoso (com’è spesso il terreno palestinese). La Parola viene accolta, ma non mette radici profonde; appena giunge una tribolazione, una prova, si mette da parte la Parola e, a volte, ci si chiede perfino dove sia Dio, perché non intervenga! Il terzo è quello caduto tra le spine: sono le attrattive del mondo, le distrazioni, i divertimenti vuoti, la seduzione della ricchezza, il voler provare tutto e il non saper rinunciare a nulla. La Parola è allora soffocata, messa a tacere, repressa e non può dare alcun frutto.

Infine c’è la Parola che cade sulla terra buona e dà frutto abbondante. L’agricoltore sa che un sacco di grano può rendere 10/12 sacchi, ma non un frutto così grande quale il 30, il 60 o il 100 per uno. Ora non si tratta più di grano, ma della Parola di vita, della salvezza donataci dal Signore, della sua propria vita che vuole essere vita in noi. Ecco allora una resa sovrabbondante, eccezionale.

Perché tante diverse percentuali? Non a tutti è richiesto lo stesso risultato, poiché ognuno ha doni diversi, capacità originali, un vissuto proprio, un modo personale di accogliere il dono del Signore. In ogni caso il frutto è la nostra accoglienza e il nostro impegno.

La parabola del seme ci interroga: qual è la mia conoscenza della Parola di Dio? Che cosa faccio per conoscerla meglio? «La conoscenza della Sacra Scrittura è conoscenza di Cristo» (S. Girolamo).


Papa Leone XIV: «Non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace»[1]. 


[1] https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2026/06/27/0557/01052.html

Il seme è la parola di Dio

Giancarlo Pani

Scrittore emerito de La Civiltà Cattolica.

9 Luglio 2026


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