«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3,16-18).
La domenica della Trinità ci porta immediatamente al mistero di Dio, Uno in tre persone. È un mistero della fede. Sant’Agostino vi si è concentrato un’intera vita, ha scritto un trattato sulla Trinità e alla fine, nella preghiera di lode, si è detto «sconcertato» per il poco che è riuscito a capire.
Una leggenda racconta che un giorno, mentre passeggiava in riva al mare meditando appunto sulla Trinità, Agostino vide un bambino che con una conchiglia versava l’acqua del mare in una buca. Incuriosito, gli chiese: «Che fai?». Risposta: «Voglio versare il mare in questa buca». Sorridendo, Agostino gli spiegò che era impossibile fare una cosa del genere. Il mare è immenso. Allora il bambino, serio, replicò: «Anche per te è impossibile penetrare con la piccolezza della tua intelligenza l’immensità del Mistero trinitario». E disparve…
Il senso della festa non è tanto fermarsi al mistero, quanto aiutarci a meditare chi è Dio per noi. Nella liturgia di oggi, il Padre, il Figlio e lo Spirito sono nominati solo una volta nella seconda lettura: è l’epilogo della 2 Corinzi ed è anche il saluto iniziale di ogni Messa: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13,13). L’augurio annuncia che la grazia e la misericordia sono la generosità del Figlio Gesù, l’amore è dono di Dio Padre, la comunione è il frutto che lo Spirito realizza nel credente. Le tre persone operano la nostra santificazione, ma l’apostolo Paolo mette al primo posto il Signore Gesù. Forse è la sua esperienza della salvezza, certo è che per la grazia di Cristo in noi si manifesta l’amore del Padre mediante lo Spirito.
Nell’Antico Testamento è fondamentale la rivelazione del monoteismo: «Il Signore è il nostro Dio, è Uno» (Dt 6,4). È un’unità misteriosa che si rivela in Dio origine della vita e del cosmo, che crea un popolo perché lo accolga. Nel Nuovo Testamento l’unità si manifesta in Gesù che viene in mezzo a noi per donarci l’amore del Padre e infine nello Spirito che prega in noi e ci sostiene per accogliere la Parola salvifica.
L’unicità di Dio rivela anche il dinamismo dell’unità: in Lui non c’è solitudine, ma una sorgente di unione tra Padre, Figlio e Spirito, un dono reciproco fra le persone che si espande fino a noi. Nel libro dell’Esodo viene proclamato a Mosè: «Il Signore Dio [è] misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6). Nel Vangelo dice Gesù: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Il mondo, il nostro mondo, è così all’interno della vita del Signore che si è rivelata, allargata, dilatata, e si rivolge a noi. Siamo amati dall’interno della vita di Dio, e la sua generosità giunge fino a noi, mediante il Figlio e lo Spirito. Il segno di Dio è l’averci donato quanto aveva di più caro e prezioso, il Figlio, «l’amato» (Mc 9,7).
Il Signore Gesù, tuttavia, non si è limitato ad annunciare chi è Dio per noi, ma ne è egli stesso la rivelazione storica: «Ci ha amato e ha consegnato la sua vita per la nostra salvezza» (cfr Gal 2,20), testimoniandolo nella croce. Tuttavia, nonostante questo dono infinito, resta in noi l’immagine di un Dio «giustiziere», che giudica e condanna. Niente di più errato, e di difficile da sradicare. È la conseguenza delle forze del male operanti nella storia, per cui il progetto di Dio sembra essergli… sfuggito di mano. Ma l’amore per le creature ha spinto Dio a farsi uomo in Gesù, a scendere nei bassi della storia, per esserci vicino e indicarci l’accoglienza del dono. Noi siamo «gli amati»: chi crede in lui, e accetta Gesù crocifisso, è salvato. È paradossale «credere» di essere amati senza alcun merito e senza riserve.
Leone XIV: «In un tempo in cui «si ricerca [la pace] mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio», c’è il bisogno urgente di ritornare a «una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso» a tutti i livelli: bilaterale, regionale e multilaterale»[1].
[1] https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/may/documents/20260521-ambasciatori.html