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Frontiere chiuse e diritti negati. Il «limbo giuridico» dei migranti in Messico

Intervista a Karen Elisa Villalobos Mendoza, responsabile della direzione nazionale del Servizio dei gesuiti per i rifugiati (Jrs) in Messico

Gianni Augello

16 Luglio 2026

Alcuni operatori del Jesuit Refugee Service con una famiglia di migranti in Messico.

È uno dei 10 Paesi al mondo con la maggiore presenza di persone in cerca di rifugio e, a causa dell’inasprimento delle politiche migratorie statunitensi, da Paese di transito sta diventando un luogo in cui migliaia di persone restano bloccate in una sorta di «limbo giuridico», esposte alla violenza della criminalità organizzata e prive di adeguate reti di protezione. Riconosciuto come principale crocevia delle migrazioni nelle Americhe, negli ultimi 10 anni il Messico ha visto un aumento esponenziale del numero di paesi di provenienza dei migranti. Tuttavia, la mancanza di strutture di accoglienza e i lunghi tempi di attesa si traducono spesso nell’impossibilità di soddisfare anche solo i bisogni primari, come cibo, alloggio e cure sanitarie.

Una realtà che richiama le recenti parole di papa Leone XIV, rivolte alle organizzazioni impegnate nell’accoglienza dei migranti sulle isole Canarie, al termine del suo viaggio apostolico in Spagna. «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra – ha affermato il Santo Padre -. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera»[1].

In questo complesso scenario migratorio, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (Jrs) è impegnato ad accompagnare migranti e richiedenti asilo, offrendo loro assistenza umanitaria, sostegno legale e percorsi di integrazione nelle comunità locali.

Come è cambiato il fenomeno migratorio in questi ultimi anni e quali sono le principali sfide che si osservano oggi nel Paese? Lo abbiamo chiesto a Karen Elisa Villalobos Mendoza, responsabile della direzione nazionale del Jrs Messico.

Attualmente, il Messico ha subito un cambiamento significativo per quanto riguarda la situazione migratoria. Stiamo parlando di persone che si trovano in una situazione instabile rispetto ai propri progetti di vita e ciò è legato alla chiusura del confine tra Messico e Stati Uniti. Sebbene il fenomeno non abbia fermato il flusso di persone che arrivano alle frontiere o all’interno del Paese, queste si trovano in un limbo giuridico, prive di reti di sostegno e con necessità di protezione internazionale. Allo stesso tempo, il Messico continua a essere uno dei 10 paesi con la maggiore presenza di persone in cerca di rifugio a causa di diverse situazioni, come il rischio che corrono nei loro Paesi d’origine.

Tra le principali sfide che riscontriamo vi è la totale mancanza di risposta da parte delle autorità migratorie incaricate di agevolare le procedure, come le richieste di asilo e, ovviamente, la questione della sicurezza. Il Messico sta attraversando una grave crisi in materia di sparizioni forzate che, unita agli alti costi che comporta essere migranti in diverse regioni, alla presenza della criminalità organizzata e di gruppi criminali, ha fatto sì che molte persone siano vittime di gravi violenze. Tutto ciò avviene in un contesto di smantellamento delle reti di sostegno; in particolare, ci riferiamo alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani che sono state fortemente colpite dai tagli alle risorse economiche.

Nel vostro lavoro in Messico incontrate persone provenienti da molti paesi, con storie ed esigenze diverse. Il numero dei Paesi di origine è aumentato nel corso degli anni? Esistono vulnerabilità specifiche tra i migranti e i richiedenti asilo?

Sì, negli ultimi 10 anni l’aumento esponenziale del numero di paesi di provenienza è diventato addirittura un aspetto di grande rilevanza, soprattutto alla luce delle sfide culturali e linguistiche. Abbiamo identificato oltre 110 nazionalità provenienti da ogni parte del mondo; tuttavia, coloro che arrivano dall’Africa, dall’Asia, dal Medio Oriente, dai Caraibi e dall’America Centrale hanno un maggiore bisogno di assistenza a livello internazionale. È importante sottolineare che esistono molte vulnerabilità tra le persone che arrivano ai vari confini del Paese: queste persone subiscono discriminazioni, xenofobia, maltrattamenti e ricevono una risposta scarsa o nulla a causa dell’elevato numero di persone e delle molteplici esigenze presenti. La mancanza di strutture di accoglienza, di opportunità di lavoro e i lunghi tempi di attesa si traducono nell’impossibilità di provvedere al cibo, all’alloggio e alle necessità sanitarie di base. Ci sono persone che, a causa della precarietà, rimangono senza mangiare per tutto il giorno. Ciò riguarda sia i migranti che i richiedenti asilo.

Negli ultimi mesi le politiche migratorie lungo il confine tra Messico e Stati Uniti si sono inasprite. Quali conseguenze hanno queste misure sulla vita delle persone? Riescono a scoraggiare le partenze? E quale impatto stanno avendo sulle rotte migratorie?

È importante sottolineare che le conseguenze principali si riflettono sulla loro salute mentale e fisica: le persone hanno vissuto situazioni di forte stress, tra cui la mancanza di lavoro, di spazi sicuri in cui vivere, la violenza che si traduce nell’esposizione a gruppi criminali e nelle sparizioni forzate; l’impatto è altissimo. Le persone si trovano a ripensare ai propri progetti di vita; in loro prevale un senso di paura riguardo al futuro prossimo e, mentre ciò accade, preferiscono rimanere in Messico, anche se vengono espulse. Ci troviamo di fronte a una narrativa che è stata avallata da tutte le persone che hanno dovuto tornare da nord a sud, con un messaggio chiaro: «NON ATTRAVERSATE IL CONFINE, NON C’È PASSAGGIO». Questo ha senza dubbio avuto un impatto sul Messico in termini di aumento delle richieste di asilo, nell’attuale e crescente militarizzazione delle frontiere, nell’aumento della violenza lungo le rotte, nonché nella ricerca di nuove modalità per spostarsi all’interno del Paese.

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Come sta reagendo il Messico a questo nuovo scenario? Qual è la percezione della popolazione e quali misure hanno adottato le istituzioni a favore dei migranti e dei rifugiati?

Noi che ci occupiamo di questa situazione abbiamo cercato di intervenire come meglio potevamo, poiché ci siamo ritrovati in una posizione di vulnerabilità, soli e alle prese con tagli finanziari che hanno avuto un impatto molto forte sul nostro lavoro: siamo stati costretti a chiudere uffici, limitare i servizi, chiudere i centri di accoglienza, distribuire meno cibo, sbrigare più pratiche burocratiche, ecc.; e abbiamo deciso di organizzarci come abbiamo fatto in altre emergenze, per ascoltarci a vicenda e riflettere su come potessimo reagire, individuare le esigenze principali e coordinarci tra coloro che possono ancora prendersi cura delle persone. Le persone ci hanno manifestato il loro crollo emotivo, il cambiamento dei loro piani, in gran parte dovuto al timore di mettere piede sul territorio statunitense; le stesse persone hanno iniziato a cercare modi per integrarsi nelle comunità. Per questo motivo, il nostro impegno nell’accompagnamento si è concentrato su questioni di salute mentale e di natura legale, ma con un’enfasi particolare sull’integrazione comunitaria. Le persone hanno scelto di rimanere in Messico e di avviare le loro pratiche, ma anche di aspettare che cambi qualcosa nella politica migratoria del paese confinante.

Nell’ultimo numero de La Civiltà Cattolica abbiamo citato la dichiarazione dei vescovi statunitensi sui migranti del novembre 2025: «Noi, vescovi, sosteniamo una riforma significativa delle leggi e delle procedure del nostro Paese in materia di immigrazione. La dignità umana e la sicurezza nazionale non sono in conflitto». È possibile oggi riformare le leggi e le procedure in materia di immigrazione nel rispetto della dignità umana?

È possibile, a condizione che vi sia la volontà di tutte le parti; infatti, nel quadro giuridico vi sono molte sfide e zone d’ombra che richiedono un’interpretazione concreta, vicina e umana, poiché la questione migratoria grava pesantemente sui Paesi, e in Messico ancora di più. Il numero di persone che hanno presentato domanda di asilo è molto elevato e la risposta è molto scarsa. Per quanto riguarda le procedure, mi sembra che gran parte di ciò che è stato detto sul rispetto della dignità umana risulti particolarmente significativo quando le persone si trovano sopraffatte da situazioni complesse proprio a causa dell’applicazione di queste stesse procedure migratorie condotte dalle autorità competenti.

Nel 2025, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati ha assistito 1.086.269 persone: donne, bambini, uomini e famiglie sono stati raggiunti dai progetti del JRS durante tutto l’anno. Scarica il Rapporto Annuale 2025

Il JRS Messico parla di una missione basata su tre verbi: accompagnare, servire e difendere. Come si traducono concretamente questi principi nell’assistenza quotidiana alle persone in movimento?

L’accompagnamento che portiamo avanti da tanti anni si è sempre basato su un principio fondamentale: mettere le persone al centro in modo dignitoso e rispettoso; in altre parole, l’assistenza quotidiana si è evoluta in base alle capacità, ai tempi e alle necessità. Cerchiamo di fornire alle persone tutti gli strumenti che consentano loro di prendere la decisione migliore per il proprio progetto di vita, con consapevolezza e con ciò che, nell’ambito delle nostre reti di sostegno, possiamo integrare. Attualmente abbiamo puntato su un accompagnamento integrale che permetta di affiancare le persone nei loro percorsi legali, così come in quelli personali, con empatia, nella certezza che il nostro accompagnamento sia proprio questa possibilità che permette di dare spazio a ogni individuo; anche nel mezzo delle crisi, creare comunità e costruirla tutte e tutti insieme ci ha permesso di comprendere e di collocarci nella realtà con le capacità e le risorse di cui disponiamo; anche se queste sono limitate, il nostro impegno non lo è.

Oltre all’assistenza umanitaria e legale, il JRS investe molto nell’integrazione nella comunità. Perché è così importante accompagnare le persone anche dopo l’emergenza e quali risultati state osservando?

Il JRS in Messico ha attraversato numerose fasi di crisi migratorie e, nel corso di esse, abbiamo constatato quanto sia necessario integrare le persone nella comunità, non solo perché ora sono in molti ad aver deciso di rimanere, ma anche perché ciò ci ha permesso di accompagnare processi che, nel corso degli anni, hanno trasformato la vita di molte persone. Per noi, accompagnare questi processi ha significato imparare dalle persone stesse, osservando come riescono a sviluppare le proprie capacità. Per noi, realizzare progetti che consentano di creare spazi, garantire l’accesso ai servizi, all’istruzione e all’inclusione economica, ha spinto altre persone a unirsi in azioni concrete. Il fatto che questa sia la strada giusta si vede nella resilienza, nella creazione di opportunità e nella costruzione di una comunità che vede rafforzate le proprie capacità, e per noi questo è qualcosa di incredibile.


[1] https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/giugno/documents/20260611-spagna-accoglienza-migranti.html

Frontiere chiuse e diritti negati. Il «limbo giuridico» dei migranti in Messico

Gianni Augello

Giornalista professionista. Responsabile della Comunicazione de La Civiltà Cattolica

16 Luglio 2026


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