Sulla figura e l’opera di Giorgio La Pira (Pozzallo [RG], 9 gennaio 1904 - Firenze, 5 novembre 1977) molte furono, nel centenario della nascita, le iniziative e le pubblicazioni, tutte mirate a rilanciarne l’eredità, soprattutto approfondendo l’«utopia» concreta del Regnum Dei che lo animava e per la quale un tempo fu canzonato: è la sorte dei profeti, che tuttavia alla fine la spuntano. Emblematico il processo canonico diocesano per la beatificazione, conclusosi felicemente il 4 aprile 2005, riconoscendo il valore di questo suo programma: «La finalità della mia vita è nettamente segnata: essere nel mondo il missionario del Signore»[1].
In breve, La Pira voleva onorare da cristiano il servizio nella polis, un esempio di cui sentiamo, oggi più che mai, il bisogno[2]. Egli infatti operò in tale ambito, perché sperava, nonostante tutto — spes contra spem, amava ripetere — nel futuro dell’umanità, come afferma in questo passo: «Una cosa si rende chiara per chi voglia operare nel mondo della luce e con il lievito del Vangelo: la costruzione temporale deve essere come l’abbozzo della costruzione eterna, la città terrena come il cantiere ove si pongono le impalcature e le prime pietre della città celeste. C’è una “terra promessa” al termine della navigazione faticosa della storia dell’uomo. Sull’orizzonte brilla, luminosa e confortatrice, una stella»[3].
Il sindaco dei lavoratori
La Pira giunse a Firenze nel 1926, come assistente del prof. E. Betti, cui subentrerà nella cattedra di Diritto romano, e ben presto vi si inserì da protagonista. Emblematici sono i «luoghi» lapiriani nella Città del Fiore: il convento di San Marco; la messa domenicale in San Procolo, «con la sua famiglia, i poveri, per condividere il Pane del cielo e quello terreno»[4]; Palazzo Vecchio, con inciso sul portale «Città di Cristo Re»; i monumenti e la storia antica, col profetico luogo dell’incontro tra cristiani d’Oriente e d’Occidente nel Concilio del 1439-42. Ovvio quindi, dopo la tragedia bellica e il crollo del fascismo, proporlo come sindaco nelle elezioni amministrative del 1951: infatti la sua vittoria fu plebiscitaria, con quasi 20.000 preferenze.
Alla prima riunione del Consiglio comunale enunciò i seguenti obiettivi: «Il primo si fonda sulla pagina più bella e umana del Vangelo: risolvere i bisogni più urgenti degli umili […]. Il secondo concerne la vita industriale, agricola, commerciale, finanziaria della città. Noi porremo il massimo sforzo e il massimo interesse per potenziare tutte le attività cittadine. C’è poi
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