IL MISTERO DEL NATALE SECONDO EDITH STEIN

Quaderno 3803

pag. 425 - 429

Anno 2008

Volume IV

6 Dicembre 2008
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Nel 1958, prima di morire, Reinhold Schneider, scrittore tedesco di alto livello, scrisse: «In Edith Stein è riposta una grande speranza, una promessa per il suo popolo, e per il nostro popolo: che questa figura impareggiabile entri veramente nella nostra vita, ci renda chiaro ciò che lei aveva compreso». Che cosa aveva compreso questa donna impareggiabile, nata a Breslavia nel 1891, in una famiglia di ebrei ortodossi, allieva preferita di Husserl, e poi sua assistente, convertita al cattolicesimo nel 1922, religiosa carmelitana nel 1933, col nome di Teresa Benedetta della Croce, morta nelle camere a gas di Auschwitz nel 1942, e canonizzata nel 1998? Che cosa aveva compreso ce lo rivela la sua opera, soprattutto Scientia Crucis. Studio su san Giovanni della Croce, ma anche, e in termini più semplici e sintetici, il testo di una sua conferenza, elaborata nell’abbazia benedettina di Beuron, durante le vacanze natalizie del 1931: Il mistero del Natale (Brescia, Queriniana, 1989). Comprende una ventina di pagine, dal ritmo meditativo e contemplativo, intrise d’incanto dinanzi al Verbo fatto bambino e sorrette da un amoroso impegno a vivere in pienezza la sequela Christi. Nessuna concessione alla retorica o al sentimentalismo, ma intensa immersione in un mistero che sgomenta e commuove. Ne esporremo l’idea di fondo nella prospettiva di aiutare i nostri lettori a vivere più consapevolmente il mistero natalizio.

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Edith Stein, per la sua conferenza, prende le mosse da una constatazione generale: «Quando i giorni diventano via via più corti, quando, nel corso di un inverno normale, cadono i primi fiocchi di neve, timidi e sommessi si fanno strada i primi pensieri del Natale. Questa semplice parola emana un fascino misterioso, cui ben difficilmente un cuore può sottrarsi. Anche coloro che professano un’altra fede e i non credenti, cui l’antico racconto del Bambino di Betlemme non dice alcunché, preparano la festa e cercano di irradiare qua e là un raggio di gioia. Già settimane e mesi prima un caldo flusso di amore inonda tutta la terra. Una festa dell’amore e della gioia, questa è la stella verso cui tutti accorrono nei primi mesi invernali» (p. 23).

Ma per il cristiano — nota subito la Stein — la festa natalizia ha un altro spessore; lo indicano i canti e i testi liturgici dell’Avvento: «Stillate, cieli, dall’alto, e le nubi piovano il Giusto! Il Signore è vicino! Adoriamolo! Vieni Signore, e non tardare! Esulta, Gerusalemme, sfavilla di gioia, perché viene a te il tuo Salvatore!». Poi le grandi antifone del Magnificat (O sapienza, O Adonai, O radice di Jesse, O chiave della città di Davide, O Oriente, O re della nazioni) che gridano il loro nostalgico e ardente «Vieni a salvarci!», e infine il gioioso annuncio: «Oggi saprete che il Signore viene e domani contemplerete la sua gloria». E. Stein commenta: «Sì, quando la sera gli alberi di Natale luccicano e ci scambiamo i doni, una nostalgia inappagata continua a tormentarci e a spingerci verso un’altra luce splendente, fintanto che le campane della messa di mezzanotte suonano e il miracolo della notte santa si rinnova su altari inondati di luci e di fiori. “E il Verbo si fece carne”. Allora è il momento in cui la nostra speranza si sente beatamente appagata» (p. 25).

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Prima di addentrarsi nel mistero del Natale, sulla scia degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio la Stein tratteggia una compositio loci: vedere il luogo e i personaggi dell’evento. Una mangiatoia e in essa un Bambino; ci mettiamo in ginocchio e ascoltiamo «il battito del suo cuore». Accanto a lui, sua Madre e Giuseppe: con la Madre di tutte le Madri / Egli custodisce il Bambino Gesù (E. Stein, Nel castello dell’anima. Pagine spirituali, Roma, Ocd, 2003, p. 336). Poi i pastori sui quali le mani del Bambino riversano la rugiada della grazia, colmandoli di gioia. Nessun altro? Edith vede anche i santi Magi (che «si trovano alla mangiatoia quali rappresentanti di coloro che cercano da ogni terra e da ogni popolo»: ivi, 427), i santi Innocenti, i flores martirum, i teneri fiori colti prima di essere maturi per la realtà del sacrificio (ivi, 463); Stefano, «il protomartire, che seguì per primo il Signore nella morte»; Giovanni, «l’apostolo dell’amore».

«Il Bambino protende nella mangiatoia le piccole mani, e il suo sorriso sembra già dire quanto più tardi, divenuto adulto, le sue labbra diranno: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati” […]. Di fronte ad essi sta la notte dell’indurimento e dell’accecamento incomprensibile: gli scribi, che sono in grado di dare informazioni sul tempo e sul luogo in cui il Salvatore del mondo deve nascere, ma che non deducono da qui alcun “Andiamo a Betlemme!”, e il re Erode che vuole uccidere il Signore della vita. Di fronte al Bambino nella mangiatoia gli spiriti si dividono. Egli è il Re dei re e il Signore della vita e della morte, pronuncia il suo “Seguimi!”, e chi non è per lui è contro di lui. Egli lo pronuncia anche per noi e ci pone di fronte alla decisione di scegliere tra luce e le tenebre» (p. 26 s).

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La contemplazione della santa grotta sconfina nella meditazione del mistero natalizio. Edith Stein così lo sintetizza: la Parola è diventata carne e si trova nella figura di un Bambino neonato. In lui la natura divina e la natura umana sussistono in unità perfetta. «O scambio mirabile! Il Creatore del genere umano ci conferisce, assumendo un corpo, la sua divinità. Per quest’opera mirabile il Redentore è infatti venuto nel mondo. Dio è diventato un figlio degli uomini, affinché gli uomini potessero diventare figli di Dio. Uno di noi aveva lacerato il legame della figliolanza divina, uno di noi doveva di nuovo riannodarlo e pagare per il peccato. Ma nessun discendente di questa progenie antica, malata e imbastardita, era in grado di farlo. Su di essa andava innestato un ramoscello nuovo, sano e nobile. Uno di noi egli è divenuto, anzi di più ancora, perché è divenuto una cosa sola con noi» (p. 29 s).

La divinizzazione dell’uomo mediante l’incarnazione del Verbo schiude orizzonti esaltanti e impegnativi. «Egli venne per essere un corpo misterioso con noi: egli il nostro capo, noi le sue membra. Se mettiamo le nostre mani nelle mani del Bambino divino e rispondiamo con un “sì” al suo “Seguimi”, allora noi siamo suoi, e libera è la via perché la sua vita divina possa riversarsi in noi» (p. 30). Di questa vita divina Edith tratteggia la ricchezza, lo splendore, le esigenze. Di queste ne segnala tre, le più impellenti. La prima, «essere una cosa sola con Dio», lasciando che il Cristo viva e operi in noi. La seconda, «se nel corpo mistico Cristo è il capo e noi le membra, allora noi siamo membra gli uni degli altri e tutti insieme siamo una cosa sola in Dio, una vita divina». Ciò significa che per il cristiano non esiste «nessuna persona estranea», che l’amore di Cristo non conosce confini, non viene mai meno, non si ritrae dinanzi alla bruttezza e alla sporcizia. La terza, «camminare dando la mano a Dio, fare la volontà di Dio e non la propria, riporre nelle sue mani ogni preoccupazione e speranza, non affannarsi più per sé e per il proprio futuro. Questa è la base della libertà e della gioia del figlio di Dio» (p. 34).

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Per realizzare queste esigenze, «il Bambino divino è diventato il Maestro e ci ha detto che cosa dobbiamo fare. Per permeare tutta una vita umana di vita divina non basta inginocchiarsi una volta all’anno davanti alla mangiatoia e lasciarsi prendere dall’incanto della notte santa» (p. 38). Occorre trasformare la vita in una continua preghiera, ascoltare il Signore, nutrirsi di lui. «“Questo è il pane vivo, che è disceso dal cielo”. Chi lo fa veramente il suo pane quotidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo» (p. 39). Se nella nostra vita il Bambino troverà spazio e libertà, in noi si compirà un autentico cambiamento di mentalità: diventeremo sempre più sensibili nel discernere ciò che gli piace e gli dispiace, perché egli ci darà il suo Spirito «che insegna a tutti noi la verità».

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Quando Edith Stein compose Il mistero del Natale, Hitler aveva riorganizzato il partito nazionalsocialista e si preparava a diventare cancelliere del Reich (lo sarebbe diventato nel 1933). Il suo furore antisemita si diffondeva paurosamente, alimentato sia dalla pubblicazione del suo libro Mein Kampf (dove definiva l’ebreo come «un parassita nel corpo degli altri popoli»), sia dal settimanale Der Stürmer, diretto da Julius Streicher, antisemita viscerale (è sua l’affermazione: «Gli ebrei sono la nostra disgrazia»).

Edith Stein comprese il tragico destino del suo popolo e suo personale, e alla fine del suo testo natalizio scrisse queste parole: «I misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile. Chi ne approfondisce uno, finisce per toccare tutti gli altri. Così la via che si diparte da Betlemme procede inarrestabilmente verso il Golgota, va dalla mangiatoia alla croce. Quando la santissima Vergine presentò il Bambino al tempio, le fu predetto che la sua anima sarebbe stata trafitta da una spada, che quel bambino era posto per la caduta e la risurrezione di molti e come segno di contraddizione. Era l’annuncio della passione, della lotta fra la luce e le tenebre che si era manifestata già attorno alla mangiatoia […]. Sullo splendore luminoso che irradia dalla mangiatoia cade l’ombra della croce» (p. 43).

Edith consumò il suo olocausto, assieme alla sorella Rosa, nel 1942, ad Auschwitz. Come ieri, anche oggi sullo splendore della mangiatoia cade l’ombra della croce. In Iraq, nell’Orissa in India, in Indonesia, nel Congo e in altre parti del pianeta il martirio della Chiesa continua. Ma il Bambino della mangiatoia è il Risorto. «Il Figlio incarnato di Dio pervenne attraverso la croce e la passione alla gloria della risurrezione. Ognuno di noi, tutta l’umanità perverrà col Figlio dell’uomo, attraverso la sofferenza e la morte, alla medesima gloria». Sono le ultime parole del Mistero del Natale.

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