[…] È come se la tradizione della chiesa semper reformanda – sempre bisognosa di riforma – si fossebloccata sul livello del riformismo, che è una categoria politica e non teologica, e tanto meno spirituale. Il problema non è, come è stato durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, l’opposizione o lo scetticismo del Vaticano, che oggi con i suoi organi di elaborazione intellettuale – dai gesuiti di Civiltà Cattolica a L’Osservatore Romano – non teme di sponsorizzare la proposta. Il problema è una chiesa che stenta a ricollegarsi all’ultima stagione sinodale a livello nazionale, quella degli anni settanta, sotto Paolo VI e sulla scia del Vaticano II. Un sinodo sarebbe la risposta più alta possibile della chiesa alla crisi politica e morale che attraversa l’Italia. Ma vorrebbe anche dire riprendere in mano un filo spezzato, quello dei momenti più generosi della storia dei cattolici italiani verso il proprio paese.

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