La Sicilia non si spiega. Si sente. Un sorso di mare la separa dal Continente, e attraversarlo può diventare un’esperienza di epifanie e rivelazioni che coinvolge corpo, spirito e identità. Perché lo Stretto di Messina è imbevuto di mito da quando Omero ha collocato sulle sue sponde asimmetriche Scilla e Cariddi: esseri mostruosi che si ridestano tra flutti e variazioni di blu.
Antonio Spadaro racconta quel corridoio liquido come porta d’accesso a un microcosmo nel quale ci si può ripensare sotto molteplici sguardi. Si può ignorare l’altro da sé quando questo è immediatamente visibile, concreto, tangibile? La distanza tra Sicilia e Calabria è minima ma ineliminabile e in questo spazio si riflette lo spirito umano, attraversato da correnti opposte che chiedono con insistenza di abitare lo scarto, la tensione, la complessità.
Tra diario di viaggio e guida alle visioni possibili, Spadaro costruisce una “geofilosofia” dello Stretto di Messina, invitando non tanto alla contemplazione estetica o ascetica dell’isola, quanto a prendere contatto con i suoi elementi materiali e ad accettare l’eventualità del naufragio. Solo così la Sicilia entra sottopelle e comincia a esistere: terra dove ogni approdo è una nuova partenza, oppure occasione per restare e ricominciare.
«La Sicilia si configura come terra del pensiero che nasce dalla materia. Un pensiero che non teme il fuoco, ma lo riconosce come principio e come rischio».
Antonio Spadaro, gesuita, ricopre il ruolo di sottosegretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede ed è membro del Board of Directors della Georgetown University di Washington e ordinario della Pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon. Per lungo tempo direttore della rivista «La Civiltà Cattolica», è editorialista di Rai Radio 1 e collabora con le pagine culturali di «la Repubblica» e «il Fatto Quotidiano».