Ci sono persone il cui incontro lascia un’impronta. Rivelano altre realtà, inquietano e orientano con le loro scelte di vita. Tra queste eccelle san Francesco d’Assisi, nonostante i secoli che ci separano da lui. Sostare dinanzi alla sua urna, recarsi all’eremo delle Carceri o alla Verna, leggere una sua biografia in libertà di mente e di animo significa lasciarsi invadere da gravi interrogativi. Quali sono i veri valori della vita? Sono realmente libero o schiavo di ideologie e mode? Che cos’è il mio cristianesimo? Che cosa spero e attendo? Che senso ha la mia vita?
Il Poverello è contagioso. Alcuni si lasciano evangelicamente sedurre da lui, altri ne hanno paura ed evitano d’incontrarlo. Uno specimen privilegiato della sua incidenza sulle anime ci è offerto da non pochi scrittori del Novecento. Diciamo «privilegiato» perché gli scrittori hanno una particolare capacità di accostare le persone e di comprenderne il significato.
Due biografi eccellenti
Johannes Joergensen (1866-1956), danese, poeta, narratore e saggista, ha subìto come pochi il fascino di san Francesco: un fascino così forte da orientare la sua vita. Nella sua Vita di San Francesco del 1907[1] — «racconto luminoso» l’ha definito Giovanni Papini[2]; «opera meravigliosa» per scienza storica e arte letteraria secondo Ivan Gobry[3]; «il capolavoro di Joergensen» a parere di Téodor de Wyzewa[4] — trasmette anche al lettore il fascino del Santo. Due sono gli elementi che, secondo lui, caratterizzano la spiritualità di Francesco: la consapevolezza della trascendenza di Dio e la povertà del suo stato di creatura: il «duplice abisso» lo avrebbe chiamato Angela da Foligno, creatura spirituale del Poverello. Joergensen è molto discreto nel riferire l’esperienza del Santo immerso nell’abisso divino. In particolare, fa notare che il Dio di Francesco non è un’astrattezza o un’idea; «è il Dio della creazione e della redenzione, il Dio della croce e della beatitudine, il Dio della natura e della grazia. V’è un solo Dio, come v’è una sola terra e un solo cielo; un solo Dio lodato e benedetto da tutto ciò che ha moto e vita, dal verme della terra al cherubino, per tutti i secoli eterni»[5].
Gilbert K. Chesterton (1874-1936) ha scritto S. Francesco d’Assisi rivolgendosi all’«uomo moderno comune, simpatizzante con l’idea francescana, ma scettico», convinto pertanto che talune scelte e atteggiamenti di Francesco siano da considerarsi peculiari di persone psichicamente alterate. Lo scrittore fa percorrere a costui il corso della vita
Contenuto riservato agli abbonati
Vuoi continuare a leggere questo contenuto?
Clicca quioppure
Acquista il quaderno cartaceoAbbonati
Per leggere questo contenuto devi essere abbonato a La Civiltà Cattolica. Scegli subito tra i nostri abbonamenti quello che fa al caso tuo.
Scegli l'abbonamento