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San Francesco nella letteratura del Novecento

Ferdinando Castelli

6 Gennaio 2007

Quaderno 3757

Foto: iStock.

Ci sono persone il cui incontro lascia un’impronta. Rivelano altre realtà, inquietano e orientano con le loro scelte di vita. Tra queste eccelle san Francesco d’Assisi, nonostante i secoli che ci separano da lui. Sostare dinanzi alla sua urna, recarsi all’eremo delle Carceri o alla Verna, leggere una sua biografia in libertà di mente e di animo significa lasciarsi invadere da gravi interrogativi. Quali sono i veri valori della vita? Sono realmente libero o schiavo di ideologie e mode? Che cos’è il mio cristianesimo? Che cosa spero e attendo? Che senso ha la mia vita?

Il Poverello è contagioso. Alcuni si lasciano evangelicamente sedurre da lui, altri ne hanno paura ed evitano d’incontrarlo. Uno specimen privilegiato della sua incidenza sulle anime ci è offerto da non pochi scrittori del Novecento. Diciamo «privilegiato» perché gli scrittori hanno una particolare capacità di accostare le persone e di comprenderne il significato.

Due biografi eccellenti

Johannes Joergensen (1866-1956), danese, poeta, narratore e saggista, ha subìto come pochi il fascino di san Francesco: un fascino così forte da orientare la sua vita. Nella sua Vita di San Francesco del 1907[1] — «racconto luminoso» l’ha definito Giovanni Papini[2]; «opera meravigliosa» per scienza storica e arte letteraria secondo Ivan Gobry[3]; «il capolavoro di Joergensen» a parere di Téodor de Wyzewa[4] — trasmette anche al lettore il fascino del Santo. Due sono gli elementi che, secondo lui, caratterizzano la spiritualità di Francesco: la consapevolezza della trascendenza di Dio e la povertà del suo stato di creatura: il «duplice abisso» lo avrebbe chiamato Angela da Foligno, creatura spirituale del Poverello. Joergensen è molto discreto nel riferire l’esperienza del Santo immerso nell’abisso divino. In particolare, fa notare che il Dio di Francesco non è un’astrattezza o un’idea; «è il Dio della creazione e della redenzione, il Dio della croce e della beatitudine, il Dio della natura e della grazia. V’è un solo Dio, come v’è una sola terra e un solo cielo; un solo Dio lodato e benedetto da tutto ciò che ha moto e vita, dal verme della terra al cherubino, per tutti i secoli eterni»[5].

Gilbert K. Chesterton (1874-1936) ha scritto S. Francesco d’Assisi rivolgendosi all’«uomo moderno comune, simpatizzante con l’idea francescana, ma scettico», convinto pertanto che talune scelte e atteggiamenti di Francesco siano da considerarsi peculiari di persone psichicamente alterate. Lo scrittore fa percorrere a costui il corso della vita del Santo per fargli scorgere una componente che la caratterizza: Francesco è un trovatore, ma «un Trovatore di più nuova e nobile rinomanza». Più specificamente, «egli fu nelle estreme angosce ascetiche un Trovatore. Fu un innamorato. Un innamorato di Dio e un reale e sincero innamorato di uomini: vocazione mistica probabilmente molto rara». Ecco l’elemento-base per comprendere la vita del Santo: l’amore nella sua espressione più alta e più universale.

Chesterton insiste nel ricordarci che Francesco non ha amato un’idea o una teologia, ma una persona, Cristo; non l’umanità in astratto, come capita ai filantropi, ma l’uomo concreto, in quanto in esso vive Cristo. Talune sue gesta ascetiche per l’uomo moderno costituiscono un enigma? «Osservate il racconto delle audaci gesta che farebbe un Trovatore per la sua dama; e il complesso dell’enigma moderno scompare». Per un mistico come Francesco, la fede cristiana «non fu una teoria, ma qualche cosa come una faccenda amorosa».

Folle, Francesco? Ma è naturale che un innamorato, e per di più poeta, compia scelte e azioni che possano apparire tali. In realtà, sono espressioni di amore e di gioia. Nel capitolo VIII Chesterton tenta una definizione del Poverello. Non è un secondo Cristo né il creatore di un nuovo Vangelo, come pensavano i «Fraticelli». Nessuna creatura fu consapevole più di lui dell’abissale distanza tra il Creatore e la creatura. Francesco è «specchio di Cristo». «Cristo fu il modello sul quale san Francesco cercò di foggiare se stesso; le loro vite storiche e umane coincidono in vari luoghi; soprattutto S. Francesco è la più sublime approssimazione al suo Maestro, e, pur essendo un intermediario e un riflesso di Lui, è uno splendido specchio di Cristo, pieno di grazia»[6].

San Francesco sulla scena

Nel dramma Il Poverello d’Assisi (Le Petit pauvre) Jacques Copeau (1879-1949) narra l’itinerario percorso da Francesco per trasformarsi in specchio di Cristo. Dopo una giovinezza dissipata, incalzato dalla Grazia, decide di vivere secondo l’ideale evangelico di amore e di totale povertà. La sua decisione, condivisa da altri giovani e ragazze, incontra ostacoli, incomprensioni e tradimenti, che trasformano la sua vita in un calvario. I sei atti del dramma scandiscono le tappe per raggiungere la conformazione al Cristo.

Su un piccolo palco nudo, oltre gli attori, sono presenti due cori: il liturgico e il drammatico. Il primo — con i suoi canti e le letture di testi sacri — riporta la realtà concreta dell’azione drammatica ai suoi significati trascendenti e alle sue finalità ultraterrene; il secondo presenta le esigenze della natura umana, della storia e della convivenza, in una esuberante successione di movimenti e di voci che è agli antipodi della solenne compostezza del coro liturgico. Il dramma pertanto si sviluppa sul tema agostiniano delle due città: la città di Dio e la città di quanti sono invischiati in interessi e calcoli terreni. Nella prima si muovono Francesco, i suoi «fedeli» compagni e Chiara (che appare una volta sola sulla scena, ma senza parlare); nella seconda Bernardone, Monna Pica, Elia e i frati che rifiutano l’assolutismo evangelico di Francesco, e Satana.

Tre sono le idee su cui è strutturato il dramma. In primo luogo, l’autore ci ricorda che nella storia di Francesco, inseguito da Cristo, si riflette la storia di ognuno di noi. Tutti siamo chiamati alla sequela di Cristo, anche se con vocazioni diverse. Nella nostra risposta è in gioco il nostro destino eterno. Copeau pone in evidenza la lotta che il «mondo» — il «Maligno» — scatena perché la voce del Salvatore resti inascoltata o sterile.

In secondo luogo, Copeau ci ricorda con Pascal che «Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo» e che non dobbiamo dormire durante questo tempo. La passione del Signore si prolunga nella passione della Chiesa. Ciò trasfigura la sofferenza, conferendole significato redentivo. In Francesco, che lotta e soffre, è Cristo che continua la sua redenzione. Soltanto in tale prospettiva si comprendono le sue scelte.

Infine, Copeau, mediante la voce del corifeo che conclude il dramma, ci richiama al dovere di amare, intensamente e totalmente, «il Signore nostro Dio, che ha fatto dono, a tutti, di tutto il nostro corpo e di tutta la nostra anima e di tutta la nostra vita, e che continua a farcene dono, che ci ha creati e redenti, e che ora e sempre, per pura compassione, vuol salvarci, che ha perdonato e perdona ogni giorno ai miserabili, ai pigri, agli imprudenti, e pessimi fannulloni che noi siamo»[7]. L’intento di Copeau di coinvolgere nell’azione drammatica attori e spettatori è sostanzialmente riuscito. Il Poverello d’Assisi interpella, inquieta, risveglia.

Italo Alighiero Chiusano (1925-95) è tra gli scrittori più qualificati dell’ultimo Novecento. La sua opera, più che vasta, è scelta; più che incuriosire e divertire, inquieta, nel senso agostiniano del termine; è radicata nella storia, ma testimonia una metastoria, e questa le conferisce significato e valore. A san Francesco ha dedicato un dramma — Le notti della Verna[8] — che è tra le cose migliori scritte sul Poverello. Alla comprensione e all’amore del Santo lo scrittore è approdato con ritardo. Egli stesso spiega il perché. In un primo tempo aveva nutrito per lui un senso di antipatia dovuta al fatto che il Santo «era stato mediato da un cattolicesimo fatto di madonnine, di acquesantiere, di uccellini cinguettanti». Un uomo irreale, dunque, privo di interesse. In seguito, sul Santo ha messo le mani Gabriele D’Annunzio e ne «ha dato un’impronta mefitica, e profumata al tempo stesso, che è rimasta in molta cultura italiana: un San Francesco ore rotundo, dalle belle frasi, estetizzante, narcisista, tutto pose leziose che io detestavo. Non avendo controllato di persona, credevo che San Francesco fosse quello là»[9].

La lettura della Vita di san Francesco d’Assisi di Paul Sabatier, del San Francesco d’Assisi di Johannes Joergensen e alcuni incontri con «francescani di alta levatura» hanno permesso allo scrittore di comprendere il Santo nella sua eroica e drammatica avventura. Le notti della Verna porta sulla scena questa eroica e drammatica avventura. «Francesco era stato, sì, serafico e lirico canoro, e come immerso in paradiso fin da terra, ma non sempre e forse meno di quanto si creda. C’era anche […] un Poverello amareggiato, combattuto, estromesso, “tradito” […], da cui scaturiva un’altra musica, piena di strazianti dissonanze. Un Francesco al cimento, che vede la propria vita avviarsi dove lui non vorrebbe, e cerca invano d’impedirlo e grida disperato […] e alla fine si rassegna e si ritira sulla Verna. Lassù la prova toccherà il culmine, con tentazioni e abbandoni, che è difficile immaginare e il demonio stesso farà la sua bieca comparsa. Ma Dio torna a mostrare il suo volto […]. Ecco questo era il mio San Francesco e questo ho cercato di rappresentare nelle Notti della Verna»[10].

Lo sfondo del dramma è sostanzialmente storico; le sue rapide sequenze rievocano i momenti salienti della vita del Santo; la sua struttura richiama la tecnica medievale di portare sulla scena il diavolo e l’angelo che si disputano il possesso delle anime. Il suo significato di fondo è nella rappresentazione della sequela Christi che si realizza nella imitatio Christi, e questa comporta la via crucis. Sulla Verna la conformazione a Cristo — pura esigenza di amore — raggiunge il vertice: le stesse stimmate del Crocifisso alle mani e ai piedi si riproducono in Francesco che lancia un grido di dolore e di amore. Trasformato in immagine del suo Signore, Francesco lo sentirà così dirgli: «Se mai trovai un fratello, nel mondo; se mai gli uomini, nello sforzo d’intendersi e di amarsi cercheranno e troveranno un fratello, questo fosti tu, Francesco, piccolo e indotto uomo di Assisi, fontana d’amore, allodola di letizia, giardino di beata povertà»[11].

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«Non era possibile vederlo senza amarlo»

A conclusione del suo San Francesco Julien Green (1900-98) scrive: «Fin dall’infanzia udivo talvolta pronunciare il suo [di san Francesco] nome con la commozione che sempre lo accompagna. Soprattutto mia madre, pur essendo protestante, aveva per lui un affetto che mi faceva credere che lo avesse conosciuto. Egli era e ancora rimane l’uomo che sta al di sopra delle nostre tristi barriere teologiche. Appartiene a tutta l’umanità, come l’amore che ci viene continuamente offerto. Non era possibile vederlo senza amarlo, si diceva di lui nel suo tempo, e questo amore non è mai mutato»[12].

L’amore — che è anche fascino, ammirazione, simpatia — che lo scrittore avverte per il Santo di Assisi, permea le duecentotrentasei pagine del suo volume. «Mi rendo conto che sono vissuto per giorni e giorni nella compagnia meravigliosa dell’uomo che ho sempre ammirato più di ogni altro. In certo modo l’ho sentito vicino a me, fraterno e sorridente»[13]. Il perché di tale sentimento va ricercato nel fatto che Green è analista delle profondità dell’anima, tesa tra bene e male, frastornata da richiami che non comprende, ferita nella sua identità, assetata — spesso senza saperlo — di redenzione. Nella conversione di Francesco ha visto riflessa la propria conversione e ha verificato la verità di un’affermazione del suo Journal: «L’anima umana è come un abisso che attira Dio, e Dio vi si getta»[14]. La vita di Francesco — come la concepisce Green — narra il miracolo che si compie nell’anima quando si permette a Dio di gettarsi in essa e di lavorarla a piacimento. È ancora Green a scrivere: «Se mi si chiedesse che cosa mi commuove di più al mondo, direi forse che è il passaggio di Dio nel cuore degli uomini»[15]. Quando poi il cuore è quello di Francesco, lo spettacolo da esso offerto riveste la sovrumana bellezza della santità.

Il San Francesco di Green ha il fascino di un romanzo nel quale storia, leggende, psicologia e Grazia si fondono per costruire l’avventura di un uomo che è riuscito ad armonizzare cielo e terra. Il gioioso impegno d’inseguire un uomo braccato dall’amore di Dio conferisce alle pagine la nostalgia della santità. Il raccontare Francesco è anche partecipare e rivivere esperienze e speranze, e rinverdire la fiducia in Colui che mai viene meno alle sue promesse.

Quali sono, secondo Green, gli elementi che fanno di Francesco uno dei santi più amati, più attuali e più affascinanti? Innanzitutto il proposito di vivere il Vangelo nella sua interezza, senza chiose. Per realizzare tale obiettivo occorre rendersi libero, mediante la virtù della povertà, spogliandosi «di tutti i beni materiali come di cose immonde (tamquam stercora)». Rivestiti di Cristo, annunziare al mondo la pace e la gioia. «Simile a un mago, quest’uomo che asciugava continuamente le lacrime dai suoi occhi malati portava con sé la pace, l’indicibile pace del cuore che il mondo non è in grado di dare. Senza essere Cristo, faceva pensare irresistibilmente a lui»[16].

L’arte raffinata di Green raggiunge il culmine nel raccontare la «storia d’Amore» tra Francesco e Chiara. Qui la fede e la psicologia si incontrano e ci offrono intuizioni di sorprendente bellezza. L’incontro dei due «fu l’inizio di uno dei più meravigliosi sogni d’amore che l’umanità abbia mai fatto […]. La carne non vi aveva la minima parte. Eppure esisteva, presente ma nascosta nelle profondità dell’inconscio senza mai manifestarsi»[17].

La rivoluzione di santo-poeta

Secondo Giovanni Papini (1881-1956) la Provvidenza divina ha suscitato san Francesco per una missione urgente: «ripetere, per quanto è possibile, alla mera umanità, l’esempio di Cristo, perché più agevolmente si potesse, attraverso lui, imitare Cristo, e, attraverso l’imitazione di Cristo, ricongiungersi a Dio»[18]. Tra le virtù che Francesco si impegna a esercitare per assomigliare a Cristo, Papini ne segnala due: l’umiltà e l’obbedienza. L’umiltà che è «disprezzo di se stesso» e «schifo di sé e di ciò che si possiede», e comporta pertanto la virtù della povertà; l’obbedienza che «è la forma più eroica dell’umiltà».

Saldo su queste posizioni, Papini — da impenitente polemista — si avventa contro quanti sganciano san Francesco dall’elemento soprannaturale e contro quanti contrappongono Francesco alla Chiesa. Ciò significa falsificare la storia e tradire il Santo. La denuncia dello scrittore fiorentino si fa più violenta allorché si tenta di trasformare «la dolorosa figura del Penitente della Porziuncola nell’immagine di un santino pettinato e sorridente con un piccione sulla spalla». Si tenta anche di far credere che le stimmate del Santo siano «tatuaggi decorativi generati dall’immaginazione». Come definire costoro? Papini è categorico: «Falsari della verità francescana»[19].

In un altro scritto — La rivoluzione di San Francesco[20] — Papini prima tratteggia la penosa situazione del cristianesimo del Duecento, poi presenta Francesco come iniziatore di una rivoluzione del tutto inedita. «Non fu annunziata da manifesti né accompagnata da battaglie dialettiche. Egli non escogitò nessuna nuova teoria dommatica, non suscitò nessuna eresia, non pensò neanche un momento di riformare la Chiesa dinanzi alla quale fu sempre un figlio ossequiente». Nella sua formulazione essenziale la rivoluzione francescana è di una semplicità sconcertante: seguire alla lettera, senza mezze misure, i precetti evangelici; vivere come i discepoli di Cristo. Si ebbe allora l’impressione che «l’Umbria si trasfigurasse in Galilea» e che nel cristianesimo si verificasse una nuova primavera.

Suggestive e cordiali biografie del Poverello sono quelle di Piero Bargellini (1897-1980)[21], Domenico Giuliotti (1877-1956)[22], Nino Salvaneschi (1886-1968)[23] e Rodolfo Doni[24].

San Francesco ci interpella

«Se un giorno — per pura ipotesi della fantasia — bussasse alla nostra porta San Francesco d’Assisi che cosa potrebbe succedere? Prima di tutto saremmo in grado di riconoscerlo?». È l’interrogativo che si pone Carlo Bo (1911-2001) e al quale tenta di dare una risposta in un saggio del 1981, arguto e amaro. Sì, noi ricordiamo le sue parole programmatiche: preghiera, amore per i nemici, povertà, perdono; ma diamo ad esse il senso che dava loro il Santo? Ad esempio, lui dice povertà e ci invita a vivere nella povertà; ai suoi frati raccomanda di non accettare neppure chiese e case povere, e predica il cristianesimo di Cristo che implica una Chiesa peregrinante. E noi? «Noi siamo ancorati a una visione del tutto opposta, non conciliabile con questa strada delle avversità e delle difficoltà; noi cerchiamo di vivere nelle case più confortevoli, di pregare nelle chiese che appaghino meglio il nostro gusto, la nostra educazione, noi soprattutto cerchiamo di fare della stessa religione, di quella religione che attraverso san Francesco ci lega a Cristo, un luogo di pacificazione, di soddisfazione, di indiretta addormentazione»[25].

E che cosa direbbe il Santo del nostro modo di concepire la proprietà, l’obbedienza, la fratellanza, la pace? La risposta dello scrittore è amara. Quando san Francesco bussa alla nostra porta, facciamo entrare non lui, col suo ideale, ma la sua leggenda. Lasciamo fuori la sua verità, soprattutto il suo amore. Al Santo preferiamo il nostro calcolo, il senso delle convenienze, il nostro utile. Comunque sia, san Francesco ci interpella e ci inquieta.

Anche Ferruccio Ulivi (1912-2003) vede in san Francesco una presenza inquietante per gli interrogativi che propone. Il suo romanzo Le mura del cielo, tra le opere più suggestive e di notevole spessore letterario dedicate al Santo, ha un ritmo fortemente drammatico, di scavo interiore. Francesco è l’uomo votato a «una ricerca che non si sarebbe placata mai»: la ricerca della strada da percorrere, per rendersi libero e conquistare le mura del cielo. Una voce imperiosa non gli dà tregua. Ora è una forza che lo getta a terra con violenza e lo costringe a pregare, ora una luce particolare che, invece di donnine allegre e compagni dagli abiti eleganti, gli mette davanti una sfilata di teschi, ora una rivelazione dello squallore e ipocrisia di alcune sue scelte, ora un impulso a baciare un lebbroso.

È la voce di Cristo: un Cristo intransigente ed enigmatico. «Non sono un padrone facile, io […]. Vinci le resistenze che ti stanno dentro, affronta la vita, rifletti all’impresa che ti aspetta»; «Umiliati, e non cercare spiegazioni». Come aveva potuto non conoscerlo, questo Cristo, quando aveva incontrato quei suoi «grandi occhi imperiosi, pieni di una passione inesprimibile, quasi selvaggia»[26]? Vuole che Francesco ripari la sua Chiesa, che impari dov’è perfetta letizia, che viva in totale spogliazione di sé per potersi così trasformare in sua immagine e ricevere le sue stesse ferite.

Lo scrittore suggerisce alcuni suoi convincimenti: Dio è un rischio, la fede è un salto nel buio, la sequela di Cristo è un fuoco divorante. Rifiutare o accettare? Bestemmiare o adorare? Quando Francesco pronuncia il suo sì al Signore si consacra a quella lotta, implacabile e quasi «scandalosa», che caratterizza ogni scelta autenticamente evangelica. Perciò, come Cristo, egli diventa «segno di contraddizione».

Le mura del cielo è un romanzo — sostanzialmente storico — che lascia perplessi. È solcato da illuminazioni e verità evangeliche, ma ha un sapore — come dire? — luterano. Sa più di Kierkegaard che di Francesco di Sales, più di Giansenio che di Bonaventura da Bagnoregio. A pagina 178 si legge questa confidenza di Francesco: «Un amore mi trafigge». L’amore per Cristo. L’amore senza il quale la sua vita è incomprensibile.

Il romanzo di Riccardo Bacchelli (1891-1985) Non ti chiamerò più padre ha come protagonista non san Francesco, ma suo padre, Pietro Bernardone. Francesco è visto sugli sfondi, per chiarire il dramma che si svolge nell’anima del padre dopo il fatidico «non ti chiamerò più padre». Romanzo prevalentemente storico, saldamente costruito, ricco di personaggi e di vicende, di scavo interiore.

Podcast | INTELLIGENZE ARTIFICIALI E PERSONA UMANA

La nostra epoca sarà ricordata come quella della nascita delle intelligenze artificiali. Quella che stiamo vivendo non è altro che la fase iniziale di una rivoluzione informatica e tecnologica che ha lanciato l’intelligenza delle macchine. Qual è l’impatto sociale di queste nuove tecnologie e quali sono i rischi? A queste domande è dedicata una serie in 4 episodi di Ipertèsti, il podcast de La Civiltà Cattolica.

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Pietro Bernardone è l’uomo di ogni tempo, impigliato negli affari terreni, dall’anima appesantita e sorda ai valori spirituali. Le scelte di Francesco gli dilacerano l’anima, gli sconvolgono la vita, ma gli fanno anche comprendere che la nostra esistenza è avvolta da un mistero che la trascende e la trasfigura. Francesco è il radicalismo evangelico vissuto nelle sue esigenze più estreme. Pertanto «un santo terribile, possente come il turbine, acuto come il fulmine»[27], ma anche animato da un amore che vivifica quanti incontra. Padre e figlio: due forze antitetiche, due modi divergenti di concepire la vita, due amori che non riescono a incontrarsi. Alla fine l’amore vincerà e il roccioso mercator magnus si aprirà e si arrenderà al mistero di Dio.

La scrittrice tedesca Luise Rinser (1911-2002), in Fratello Fuoco[28] ha rappresentato il Santo come se vivesse ai nostri giorni. Sui monti dell’Umbria ha fondato una comunità di giovani, suscitando curiosità e sospetti. Pazzo? Rivoluzionario? Guru? Un giornalista è inviato sul posto per un servizio sulla vicenda. Dopo giorni di inutile ricerca, il reporter viene in possesso di alcune lettere di Francesco che chiariscono le sue scelte di vita. Non è un folle, non è un rivoluzionario, neanche un guru. È un giovane visitato dalla Grazia, che ha scelto di operare senza violenza e con amore, secondo gli insegnamenti del Vangelo, sull’esempio dello Stato religioso-comunitario, fondato dai gesuiti in Sudamerica, nel Seicento.

Fratello Fuoco è lavoro originale, letterariamente felice, ricco di sollecitazioni e di spunti polemici, sostanzialmente fedele alla storia. Il Poverello della Rinser, anche oggi, è un indicatore di strade a quanti vogliono la pace e rifiutano un mondo senza anima. In lui, nel romanzo, sono carenti e la dimensione spirituale e l’apertura alla Chiesa gerarchica.

In Uccellacci e Uccellini[29] Pier Paolo Pasolini (1922-75) presenta san Francesco che al mondo di oggi prospetta l’amore evangelico per neutralizzare l’egoismo che genera odio e guerra. Il Santo è un profeta o un illuso? Non è un illuso. L’amore evangelico può cambiare il mondo. Ciò comporta un radicale cambiamento di mentalità. «Bisogna cambiarlo, er monno» ripete il Santo a frate Ciccillo [Totò]. Bisogna far comprendere ai «falchi» e ai «passeretti» che sono tutti fratelli e che tutti hanno diritto a godere dei beni della terra. Dobbiamo vivere con l’anima e col cuore di san Francesco? Sì, ma come, essendo così miserabili e disgraziati? Pasolini resta muto.

Tra ambiguità e abbagli

Abbiamo presentato alcuni scrittori che, incontrando san Francesco, hanno scoperto una nuova dimensione del nostro essere e si sono sintonizzati col suo messaggio. Altri scrittori hanno avvertito il fascino del Poverello, ma senza comprenderne l’anima. Qualcuno ha avuto «paura» delle sue scelte e ha tentato di «addomesticarne» il messaggio o di tradirlo. Così è capitato a Gabriele d’Annunzio.

Indubbiamente il Vate ha avuto per san Francesco una particolare venerazione. In varie sue opere — Le faville del maglio, Le vergini delle rocce, Il fuoco, La Pisanella — lo cita, lo invoca, lo presenta. Lo esalta anche: per il suo spirito eroico, per il suo immergersi e vibrare con la natura, per il suo estro poetico. Non è difficile cogliere però, nelle sue pagine «francescane», l’atmosfera mistico-sensuale. Non si dimentichi che il «multanime» chiamava «pellegrinaggi mistici» le sue visite ai luoghi francescani in compagnia delle sue amanti. «Mistici» perché affinavano il suo spirito di artista e conferivano alla sua voluttà particolari momenti estatici.

Sì, ci sono stati momenti in cui il poeta ha avvertito la «verità» del Poverello, ma li ha subito respinti. Nel romanzo Il fuoco i due protagonisti, Stelio Effrena e la Foscarina (D’Annunzio e la Duse), fanno una gita all’isola di San Francesco, nella laguna veneziana. Varcando la soglia del convento, lei avverte un senso di spavento, lui le offre un ramo di mandorlo, quasi per dissipare l’atmosfera francescana che la investe. In realtà san Francesco aleggia sulla donna, anima tormentata, alla ricerca della pace. Stelio resta estraneo alla pace francescana, perché arroccato nella volontà di «creare con gioia», tanto meglio se ciò significa dare libero sfogo alla sensualità.

Si faceva chiamare «Frate Focu» dalle sue donne; indossava vesti da camera che ricordavano il saio francescano; si faceva ritrarre tra le braccia del Santo; chiamava Porziuncola la villetta della Duse a Settignano. Ma dall’autentico spirito del Poverello si teneva a debita distanza per paura di contagio.

Il poeta Rainer Maria Rilke (1875-1926) conclude il Libro d’ore con l’esaltazione di san Francesco, considerato guida ideale per raggiungere le «dolci dimore» dove abita la divinità. Questa non è una realtà ontologica, ma «una direzione data all’amore», una direzione del cuore. La si raggiunge nella povertà e nella morte. Il Santo ha disprezzato le ricchezze, ha amato la terra, si è sintonizzato con la natura. Egli non fu di quell’anime stanche / in cui muore la gioia a poco a poco. / Ma camminò lungo gli erbosi prati / l’anima confidando a ogni stelo / quasi fosse un suo piccolo fratello[30]. Così ha conquistato la sua morte — la «Morte grande» —, si è immerso nell’eterno e ha fecondato e allietato la terra.

Il Poverello di Rilke è un capolavoro della natura. La sua vita, più che radicarsi e svilupparsi in Cristo, si è sintonizzata con le aspirazioni del cuore e si è armonizzata con la natura. San Francesco è anche questo, ma soprattutto è fioritura della Grazia, che nei versi di Rilke è ignorata.

Sugli stessi sfondi di Rilke si colloca il san Francesco di Hermann Hesse (1877-1962)[31]. Anche per lui Francesco è un santo, ma un santo «naturale», realizzatore cioè di una santità concepita come espressione di una natura felice e di una volontà eroica. Il suo dio è il dio della coscienza e della libertà; si confonde con la natura e con le aspirazioni umane.

Dmitrij Sergeevic Merezkovkij (1865-1941), scrittore e saggista russo, ha dedicato a san Francesco metà del suo volume Tre santi: Paolo, Agostino, Francesco d’Assisi. A suo parere, per comprendere il Poverello occorre rifarsi a Gioacchino da Fiore, del quale è «figlio spirituale» avendone assimilato lo spirito, intuito la profezia, vissuto l’esperienza. Secondo l’abate calabrese — sostiene Marezkovskij — tre sono i Testamenti: del Padre, del Figlio e dello Spirito; tre gli stadi della salvezza: «la salvezza del mondo, iniziata dal Padre e proseguita dal Figlio, sarà miracolosamente compiuta dallo Spirito Santo»[32]; «nel Vecchio Testamento il timore, la fede nel nuovo, la carità nel futuro»; «la schiavitù nel Padre, l’obbedienza nel Figlio, la libertà nello Spirito». Lo Spirito è libertà. Il regno dello Spirito è «l’eterno evangelio»: vita, libertà; l’evangelio della Chiesa è storico, lettera morta, legge.

Francesco appartiene al terzo regno perché si è liberato dei beni terreni, della mediazione della Chiesa e della paura della morte. Alla scuola di Gioacchino ha capito che la Chiesa non proviene da Cristo, ma Cristo dalla Chiesa. L’ha capito col cuore, non con la mente. Non ha avuto il coraggio di sganciarsi dall’obbedienza alla Chiesa e di vivere il Vangelo secondo la personale ispirazione, come «scienza interiore». Ecco il peccato che lo ha reso cieco e malinconico. Si è riscattato ed è entrato nel Terzo Testamento, prima di morire, celebrando la Santa Cena con i suoi frati, «non già in seno alla Chiesa Romana, ma in seno alla Chiesa unica e universale […] senza essere consacrato sacerdote»[33]. Nel Regno dello Spirito siamo tutti sacerdoti.

Lo scrittore greco Nikos Kazantzakis (1883-1957) ha amato in modo particolare san Francesco. Ha espresso tale amore nel volume Il poverello di Dio[34], ritenuto l’opera sua più elaborata e più significativa. Il suo Poverello è la proiezione del suo spirito inquieto e smarrito. Ha trasfuso nel Santo la sua teodicea confusa e panteistica, la sua fantasia agitata dagli spettri, la sua ricerca teologica, filosofica ed etica, disumana e tragica. Il suo san Francesco di autentico cristianesimo ha poco. Senza un Dio personale, senza Chiesa, senza Grazia, senza speranza escatologica, dà l’impressione di un guerriero, generoso ed eroico quanto si vuole, impegnato in una lotta folle e sterile, perché suggerita da un equivoco fatale: scambiare Dio con l’intima natura dell’uomo e con il flusso che muove ogni cosa.

Ispirandosi alla Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij, J. Saramago (1922) immagina che Francesco, con un balzo di secoli, riappaia tra i suoi primi compagni. Li trova in una grande sala, fornita di cassaforte, telex, computer. L’Ordine, da lui fondato, è stato trasformato in una società per azioni, ricca e potente: la presiede Elia; Pietro Bernardone è direttore generale. Francesco vorrebbe riportare lo spirito primitivo, ma invano. Il dramma si conclude con la sua «conversione» a una vita nuova: la «seconda vita», la vera. «Ora lotterò contro la povertà», esclama. «È la povertà che dev’essere eliminata dal mondo. La povertà non è santa. (Pausa). Tanti secoli per capirlo»[35]. Lavoro fragile e inconsistente per impostazione storica, psicologica e teologica. Dà l’impressione di un libello anticristiano e antievangelico, non di un lavoro drammatico.

Terminiamo la nostra carrellata — necessariamente rapida — con Lu Santo Jullàre Françesco[36] di Dario Fo. Evidentemente lo spettacolo ha una suggestione tutta particolare, grazie all’arte affabulatoria e giullaresca di Fo. Per circa due ore, egli domina la scena da protagonista assoluto: autore, attore, commentatore, dando voce ai vari personaggi, vita e significato agli episodi evocati e rappresentati, creando atmosfere e suggerendo idee. È innegabile la simpatia che egli nutre per il Poverello; è lodevole e importante che ci ricordi l’arte giullaresca di Francesco, e l’uso che ne faceva. Ma l’immagine che si ricava da Lu Santo Jullàre Françesco non è quella del Santo, ma di Dario Fo, giullare inconfondibile e suggestivo. Il Santo resta nello sfondo, in ombra, come ispiratore e mecenate.

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* L’articolo sintetizza il nostro recente volume: Risvegliò il mondo. San Francesco nella letteratura del Novecento (Padova, Messaggero, 2006, 216, € 16,00).

[1] Cfr G. JOERGENSEN, San Francesco d’Assisi, Assisi (Pg), Porziuncola, 1975.

[2] G. PAPINI, Gli operai della vigna, Firenze, Vallecchi, 1929, 85.

[3] I. GOBRY, San Francesco, Roma, Salerno, 2003, VII.

[4] Cfr J. JOERGENSEN, Pèlerinages Franciscains, Paris, Perrin, 1910.

[5] G. JOERGENSEN, San Francesco d’Assisi, cit., 100.

[6] Cfr G. K. CHESTERTON, San Francesco d’Assisi, Milano, Ipl, 1950, 164.

[7] J. COPEAU, Il Poverello d’Assisi, Roma, Logos, 1983, 127.

[8] Cfr I. A. CHIUSANO, Le notti della Verna, Torino, Fògola, 1981.

[9] ID., «La strada dell’ordalia». Intervista di P. Coda a I. A. Chiusano, in Nuova Umanità IX (1987) n. 54, p. 54.

[10] ID., «Il mio incontro con san Francesco», in Oss. Rom., 6 settembre 1981.

[11] ID., Le notti della Verna, cit., 152.

[12] J. GREEN, San Francesco, Milano, Rizzoli, 1984, 235.

[13] Ivi.

[14] ID., Verso l’invisibile (1958-1966), Milano, Rusconi, 1973, 342.

[15] ID., Journal 1943-1945, Paris, Plon, 1949, 361

[16] ID., San Francesco, cit., 183.

[17] Ivi, 124.

[18] G. PAPINI, Gli operai della vigna, cit., 82.

[19] Ivi, 91.

[20] Cfr G. PAPINI, La loggia dei busti, Firenze, Vallecchi, 1955, 29-35.

[21] Cfr P. BARGELLINI, Santi come uomini, Firenze, Vallecchi, 1956. Bargellini è anche autore di San Francesco d’Assisi (Brescia, Morcelliana, 1951), una biografia nella quale traccia un profilo del Santo, essenziale, chiaro e alieno da ogni tentazione moralistica.

[22] Cfr D. GIULIOTTI, San Francesco, Vicenza, La Locusta, 1977

[23] Cfr N. SALVANESCHI, Frate Francesco, Milano, Dall’Oglio, 1954.

[24] Cfr R. DONI, Francesco d’Assisi. Il santo dell’amore e della poesia, Milano, Paoline, 2001.

[25] C. BO, «Se tornasse San Francesco», in ID., Letteratura come vita, Milano, Rizzoli, 1981, 21 s.

[26] F. ULIVI, Le mura del cielo, Milano, Rizzoli, 1981, 21 s.

[27] R. BACCHELLI, Non ti chiamerò più padre, Milano, Mondadori, 1959, 780.

[28] Cfr L. RINSER, Fratello Fuoco, Padova, Messaggero, 1981.

[29] Cfr Uccellacci e Uccellini. Un film di Pier Paolo Pasolini, Milano, Garzanti, 1966.

[30] R. M. RILKE, «Il libro d’ore», in ID., Liriche, Firenze, Sansoni, 1943.

[31] Cfr H. HESSE, Francesco d’Assisi, Roma, Newton, 1993.

[32] Cfr D. MEREZKOVSKIJ, Tre santi: Paolo, Agostino, Francesco d’Assisi, Milano, Mondadori, 1936, 207.

[33] Ivi, 342.

[34] Cfr N. KAZANTZAKIS, Il poverello di Dio, Milano, Mondadori, 1977.

[35] J. SARAMAGO, «La seconda vita di Francesco d’Assisi», in ID., Teatro, Torino, Einaudi, 1997.

[36] Cfr D. FO, Lu Santo Jullàre Françesco, Torino, Einaudi, 1999. Assieme al testo l’Editore ha pubblicato anche il video.




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San Francesco nella letteratura del Novecento

Ferdinando Castelli

1920-2013. Già scrittore de "La Civiltà Cattolica".


6 Gennaio 2007

Quaderno 3757

  • pag. 26
  • Anno 2007
  • Volume I

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