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Il Thoreau di Walden, l’uomo che con un secolo di anticipo rispetto all’esplosione della società dei consumi post-bellica stigmatizzava la logica dell’accumulo e la schiavitù materiale (e psicologica) che ne deriva, avrebbe avuto un moto di empatia per Shirley Jackson (1916-1965) di Vita tra i selvaggi, che afferma: «Ogni tanto rivolgo lo sguardo a tutto l’armamentario delle nostre vite – sacchetti richiudibili per alimenti, macchine da scrivere, rotelline che si sono staccate da chissà cosa – e trasecolo al pensiero di quanto sia complessa e artificiosa la nostra civiltà; mi domando se saremmo felici ridotti alle pure necessità, senza tutte queste cose» (p. 10).
Quando la raccolta di pezzi già apparsi su riviste e dedicati agli alti e bassi della vita domestica di Jackson fu pubblicata per la prima volta nel 1953, lei era già una scrittrice famosa, ma per tutt’altro genere. Cinque anni prima, infatti, aveva fatto scalpore con La lotteria, l’enigmatico, terrificante racconto che aveva scioccato i lettori, incerti se quella lapidazione rituale in un villaggio fosse realtà o finzione, e che ancora oggi definisce la cifra letteraria e la fama postuma della scrittrice.
Speditamente apparentata al «gotico» – parola che si dovrebbe bandire per decreto – per i suoi racconti dell’orrido-familiare, la scrittrice californiana condusse una vita dura, faticosa e di intensa creatività: quattro figli; sempre a corto di soldi; una dipendenza da alcol e barbiturici ad alimentare e mitigare la depressione; una vita sociale frenetica e una mole di scritti impressionante, prima di morire neppure cinquantenne. Aveva scritto infatti sei romanzi; due libri di memorie, tra cui questo; e oltre 200 racconti pubblicati sulle più popolari riviste dell’epoca.
Per tutta la sua carriera Jackson continuò a produrre racconti familiari leggeri e narrativa seria, inconsapevole pioniera dell’esorbitante proliferazione odierna di blog e podcast in tema di figli e genitorialità, ma, nel suo caso, senza sentimentalismi, idealizzazioni della maternità o consigli per le mamme. Una posizione assai controcorrente per l’epoca e per la classica rappresentazione dei sogni domestici suburbani. Occorre poi ricordare che, sotto l’apparente leggerezza, incalzava il duro bisogno: Jackson scrisse questi pezzi anche e forse perché questo era il principale sostegno economico della famiglia.
Sebbene possedesse un talento genuino per gli affreschi domestici, appare evidente che quel genere vivesse in stretta prossimità con la scrittura da incubo che l’ha resa un classico. Se non l’oggetto del raccontare, certamente lo sguardo e la tecnica e molti degli accorgimenti narrativi, come la sedimentazione dei dettagli, la minaccia diabolica delle cose inanimate, gli incidenti, l’ambiguità, l’istinto infallibile per il perturbante, anche quando esso indossa i panni di casa, l’hanno resa celebre.
Non è difficile cogliere gli aspetti meno edificanti e più tetri sotto il caos spesso esilarante delle sue cronache familiari. L’umorismo confina con l’ansia, la spossatezza e l’affanno costante; la nevrosi alligna, intensificata stilisticamente e con tocco lieve, ma esiziale nel lungo periodo: alimento per la scrittrice e destino sciagurato per la persona. «I sentimentali – afferma l’A. – insistono a dire che se le donne fanno un terzo figlio è perché adorano i bambini, e i cinici sostengono che una donna con due bambini sani e attivi in casa farebbe qualsiasi cosa per starsene dieci giorni in pace all’ospedale; io mi colloco più o meno a metà strada, anche se tendo verso la seconda possibilità» (p. 55).
Calda vita, certo, è la sua – i figli, il marito, la casa nel Vermont rurale –, ma ci sono anche la pena del vivere e una nota di dolente malinconia a chiudere il cerchio: «A volte, da madre, mi ritrovo a guardare a bocca aperta e con terrore i miei figli, piccole creature indipendenti che se ne vanno sicure per la loro strada […] e la sensazione degli anni che scivolano via» (p. 143).