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La teologia palestinese, come ogni teologia che nasce ai margini, ci ricorda che Dio ha una grande cura di tutti i suoi figli, in particolare di coloro che subiscono oppressione e violenza. Essa non solo mette in discussione i discorsi teologici che legittimano l’espropriazione del popolo palestinese, ma nutre anche spiritualmente la vita palestinese di fronte alle forze che cercano di sradicarla.
È motivo di consolazione constatare che, nonostante l’ennesima ondata di violenza, una nuova generazione di giovani teologi è oggi in condizione di pensare e di parlare, di agire e di esercitare il proprio ministero. Come scrivono i due Curatori, la teologia cristiana palestinese deve passare «dalla semplice conservazione a un’azione responsabile» (p. 134). Fin dall’inizio essi dichiarano: «Vorremmo che questo libro non dovesse esistere» (p. xvii), perché è radicato nella tragedia palestinese. Una delle autrici dei testi, Marah Sarji, spiega che questo scritto intende interrogarsi su «ciò che i corpi torturati possono insegnarci sulla croce, e se la divinità possa essere riconosciuta in mezzo a una violenza incessante» (p. 39).
Di particolare rilievo è l’attenzione riservata alle donne palestinesi come «luogo» di riflessione teologica. Yousef AlKhouri, nello scritto intitolato «Teita’s Faith», riflette su Gaza, la sua città natale. Richiamando la figura delle proprie nonne (teita in arabo significa «nonna»), egli le descrive con affetto come fonte di resilienza e di sapienza di fronte alla violenza. «Il loro amore incrollabile per il loro Signore, per la loro terra, per i loro vicini e persino per i loro nemici incarna una vita cristiforme che aspira a portare giustizia, pace e riconciliazione» (p. 23). Anche Marah Sarji sottolinea questa attenzione alle donne, scrivendo: «Esse continuano a riflettere l’amore divino verso i loro familiari […]. Le donne incarnano la verità della vita e dell’amore in mezzo alla distruzione» (p. 42).
Daniel Munayer mostra come si potrebbe operare per la riconciliazione in mezzo agli orrori. È consapevole che molti sforzi per la «riconciliazione» sono radicati proprio nelle strutture dello status quo. Proliferano organizzazioni dai bilanci gonfiati, che si definiscono costruttrici di pace; tuttavia, esse non sono in grado di trasformare la realtà, perché non hanno preso le distanze dai discorsi e dalle pratiche che intendono combattere.
Munayer esorta quanti operano per la riconciliazione in Palestina/Israele a intraprendere un discernimento radicale. Gli ebrei israeliani devono criticare le ideologie sioniste che hanno provocato la catastrofe palestinese, rinunciando ai privilegi che lo status quo conferisce loro e pagando il prezzo richiesto dall’uguaglianza e dalla giustizia, compresi i risarcimenti, il riconoscimento pubblico della violenza coloniale e un pentimento che attraversi le generazioni.
D’altra parte, Munayer mette in guardia anche gli oppressi: devono evitare una resistenza all’oppressione che li trasformi a loro volta in oppressori. «Una visione di liberazione senza riconciliazione rischia di diventare un semplice rovesciamento di ruoli, in cui gli oppressi adottano le strutture e le pratiche degli oppressori per diventare i nuovi dominatori della terra e del popolo» (p. 88). L’unica via possibile consiste nel superare la «dicotomia nativo-colono» (p. 90), creando una nuova realtà saldamente fondata sui valori dell’uguaglianza, della giustizia e della pace per tutti.
Lamma Mansour riflette sul ruolo dell’immaginazione in mezzo alla catastrofe. Spiega come un’immaginazione del regno di Dio basata sul Vangelo possa fungere da ponte necessario «tra il già e il non ancora». Contestualizzare questa tensione fondamentale del cristianesimo nello spazio della Palestina contemporanea apre un orizzonte nel cuore stesso dell’orrore. La lotta per preservare l’immaginazione significa «riappropriarsi del regno del possibile che i sistemi di dominio hanno deliberatamente ristretto» (p. 66). Nello spazio così riconquistato, l’immaginazione può «rompere la disperazione, il cinismo e il fatalismo, che spesso mettono radici nel cuore di chi vive sotto l’oppressione» (p. 70). Mansour parla di una «immaginazione profetica» (p. 65), capace di ispirare anche in mezzo alle rovine, offrendo una visione che va oltre gli orizzonti chiusi della conquista e della distruzione.