| |
«L’oratorio è un luogo dove non c’è solitudine» (p. 5): con queste parole il card. Pietro Parolin esordisce nella Prefazione a questo libro della giornalista e politica Alessia Ardesi. In un’epoca di emergenza educativa – come sottolinea Aldo Cazzullo nella Postfazione –, l’A. riflette sulla «più antica istituzione educativa giovanile d’Italia [l’oratorio]: ha circa seicento anni, tanto da risultare più anziana della scuola pubblica» (p. 145).
Il libro, suddiviso in quattro parti, ha un tono al tempo stesso entusiasta e pacato: entusiasta, per la gratitudine di Ardesi nei confronti di coloro che hanno animato la sua esperienza di oratorio; pacato, perché fin dalle prime righe è chiaro che l’oratorio non è solo un luogo di svago, ma un luogo in cui si affrontano le sfide del presente e si progetta il futuro.
La prima parte inscrive la genesi dell’oratorio nella Storia: don Bosco, Filippo Neri, don Giuseppe Benedetto Cottolengo e Giuseppe Cafasso vengono presentati come persone comuni che affrontano eventi e dinamiche più grandi di loro. In queste sfide, l’obiettivo dell’oratorio è semplice: raccogliere i giovani, offrendo loro catechismo, gioco ed educazione.
La parte storica è arricchita dalle testimonianze di persone note che hanno ricevuto la loro prima formazione in oratorio, riconoscendone l’importanza per gli sviluppi delle loro esistenze: Guerini, De Gasperi, Severino, Vialli, Feltri, Dolce e Gabbana, solo per citarne alcune. Quindi, non modelli astratti, ma vite vissute, capaci di stimolare anche nel lettore la ricerca di esperienze significative per migliorare.
Nella seconda parte, l’A. offre una mappa della situazione attuale degli oratori, discutendo i dati ufficiali raccolti dal sondaggista Nando Pagnoncelli – presenza sul territorio, attività offerte, educatori coinvolti, sfide attuali (meticciato, nativi digitali, inclusione) – e mostrando l’importanza del supporto legislativo al «terzo settore», il quale, sebbene abbia una storia che va ben oltre quella dell’oratorio, ha comunque beneficiato delle sue attività.
L’esplorazione di Ardesi varca i confini nazionali per raccontare gli oratori in Albania, in Congo e negli Stati Uniti, con un focus sull’oratorio di san Filippo Neri a Washington, organizzato come una famiglia. L’oratorio emerge come un ambiente educativo a tutto campo, capace di adattarsi a contesti specifici, molto diversi da quello italiano.
Nella terza parte, questa capacità di adattamento viene ulteriormente approfondita attraverso l’analisi del modo in cui il metodo oratorio varia a seconda dei territori, mantenendo saldo il proprio fine: fornire un’educazione che prepari i giovani alla vita adulta, offrendo loro valori morali, esperienze costruttive, scoperta dei propri talenti, e soprattutto facendo sperimentare loro l’importanza dell’accoglienza, che è la condizione per ogni progettazione futura. «L’oratorio è anche il luogo della testimonianza, non dell’indottrinamento» (p. 145) e, come disse Paolo VI
nel 1964, «è come una bussola che insegna a orientarsi» (ivi).
Nell’ultima parte, Ardesi riflette sull’oratorio del futuro, discutendo l’indebolimento del rapporto con le funzioni liturgiche e sulla necessità di ricomporre la dimensione spirituale con quella strutturale. Riprendendo il pensiero di don Paolo Arienti, l’A. inscrive la questione dell’oratorio nella Storia, mostrando quindi la necessità di affrontarne le sfide.
In continuo dialogo con la Storia, il libro supera la formula dell’inchiesta, dando voce a un’Italia silenziosa, che da secoli garantisce un’offerta educativa capace di progettare futuro. Di questo noi oggi abbiamo più che mai bisogno.