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Questo saggio, che era stato dato alle stampe nel 2002, aveva suscitato allora vivo interesse e riscosso ampi consensi. L’A. ne propone ora una nuova edizione aggiornata, mediante la quale riesamina a fondo e nel suo complesso la vicenda dell’imperialismo di cui si sono fatti interpreti gli «italiani brava gente»: una favola, tanto rassicurante quanto assolutoria, che continua tuttavia a essere raccontata e presa per buona.
Nel cosiddetto «oltremare», sia alcune istituzioni sia qualche strato sociale hanno tentato di ottenere quanto stava loro più a cuore: i governi vi cercarono il prestigio, i militari la gloria, gli imprenditori i profitti, i grandi banchieri il fruttuoso impiego dei propri capitali, gli avventurieri un’improvvisa e consistente ricchezza, gli agricoltori il possesso e lo sfruttamento di terre che potessero garantire loro il conseguimento dell’agognato benessere.
Labanca ripercorre con lucidità e acume gli eventi politici e militari che portarono gli italiani prima a conquistare vaste regioni africane e in seguito a stabilirsi in Eritrea, in Somalia, in Libia e da ultimo in Etiopia. Lo studioso sottolinea però come, anche nel caso italiano, l’espansione imperialista non sia stata un fenomeno costituito esclusivamente da politica e guerra, giacché un ruolo significativo venne svolto dai messaggi della capillare propaganda che affascinarono intere generazioni di nostri connazionali, mentre emerge con chiarezza come i benefici economici ricavati dai domini coloniali siano stati, per l’Italia, piuttosto modesti.
Lo storico non trascura di descrivere e analizzare la società d’oltremare, le sue connotazioni razziste, la sua composizione sociale e demografica, le sue istituzioni. Egli scrive, a proposito del «piccolo impero» voluto dall’Italia: «L’Oltremare rappresentò politicamente, diplomaticamente, economicamente e persino culturalmente uno dei grandi miti trainanti dell’Italia liberale, e poi soprattutto sotto il regime fascista» (p. 26). E conclude: «Ma gli abitanti del Belpaese, proprio sentendo di essere “costruttori di imperi”, si sentirono più italiani, e più forti e moderni» (ivi). Un fine eccelso ed elettrizzante, per raggiungere il quale essi non esitarono a macchiarsi di gravi delitti, né a praticare odiose forme di razzismo.
Occorre anche ricordare come il deciso cambiamento di clima che dagli ideali liberali e postrisorgimentali avrebbe condotto molti a sostenere il disegno imperialistico abbia avuto luogo nei primi anni Ottanta dell’Ottocento: fu allora che si iniziò a scrivere la pagina costituita dall’espansione coloniale. Questa sarebbe stata di durata assai breve, non essendo andata oltre 60 anni: dalla campagna eritrea del 1882 a quella somala (1889), dalla conquista della Libia (1911) alla guerra di Etiopia (1935), è possibile indicare nella primavera del 1943 il periodo che ne avrebbe visto l’epilogo, allorché i nostri possedimenti d’oltremare andarono perduti a causa delle avverse vicende belliche.
In sintesi, nato per decisione diplomatica e governativa, volto alla ricerca del prestigio nell’ambito delle relazioni internazionali, il colonialismo italiano avrebbe conservato sempre questa peculiarità, pur nel variare delle fasi storiche, delle articolazioni geografiche e dei regimi politici. Come, del resto, rispetto agli attori in loco, sempre prominente sarebbe rimasto il peso del centro e, in particolare, degli esecutivi nazionali, perché, secondo Labanca, gli interessi economico-finanziari non sarebbero mai diventati così rilevanti da guidare le scelte dei gabinetti o da sostituirsi addirittura alle loro decisioni. L’iniziativa politica, intrapresa a livello centrale, poté dunque contare fin dalle origini su uno spazio assai ampio, che si sarebbe mantenuto fino alla conclusione dell’esperienza coloniale italiana.