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Lo sterminio del popolo ebraico, perpetrato in Europa dai nazisti e dai loro scherani fino ai primi mesi del 1945, costrinse molti esponenti della cultura israelita a riflettere sull’accaduto, ponendosi interrogativi tanto ineludibili quanto laceranti. Tale riflessione ebbe luogo in particolare nella città di Parigi che, dopo la Liberazione, sarebbe assurta al rango di nouvelle Jérusalem, ossia sarebbe diventata il principale teatro di un profondo rinnovamento del sapere ebraico, un luogo che avrebbe visto la presenza di filosofi, narratori, artisti, eruditi intenzionati a integrare la cultura giudaica nel cuore della civiltà europea e a renderla una voce in grado di dialogare con il mondo contemporaneo.
Lo storico delle religioni e antropologo Marcello Massenzio ricostruisce lucidamente il processo di re-significazione del mito – l’icona cioè dell’Ebreo errante – che ha avuto luogo nel secondo dopoguerra e analizza le figure che ne hanno determinato gli snodi a partire da quella, enigmatica e affascinante, di Mordechai Chouchani. Questi, erede della tradizione razionalista lituana e maestro sia di Emmanuel Lévinas che di Elie Wiesel, avvolse la propria esistenza in un fittissimo mistero, dal momento che i soli dati appurati sul suo conto sono la prodigiosa conoscenza delle Scritture e il costante peregrinare da un continente all’altro, animato dalla volontà di mettere il sapere di cui disponeva al servizio di chiunque avesse smarrito il senso dell’esistere.
Wiesel, che aveva vissuto l’esperienza del lager, individuò in lui la reincarnazione dell’Ebreo errante, diventato in seguito Maestro errante, nel solco di un’antica, nobile dottrina, che egli arricchisce, conferendole un orizzonte assai ampio e articolato. In quanto tale, Chouchani decise che avrebbe portato a compimento una missione: riaccendere la fiducia nella Torah, nella vita e nel futuro in tutti coloro che erano sopravvissuti all’orrore dei campi di concentramento e sterminio.
Centrale in questo contesto, nel periodo compreso tra il 1933 e il 1945, appare il ruolo svolto da Marc Chagall, che ebbe il merito di infondere nuova linfa in quell’archetipo, lo trasformò nel suo alter ego e nel salvatore della cultura ebraica, sottraendolo così alla furia distruttrice dei nazisti. L’erranza si configura nella sua opera non come maledizione, ma alla stregua di un fondamentale strumento di salvezza. Scrive al riguardo l’A.: «L’Ebreo errante è proteso alla ricerca di un altrove dove i rifugiati ebrei possano continuare a essere sé stessi, avendo preservato nell’esilio i simboli che custodiscono il proprio sistema di valori» (p. 17). Si tratta dunque di un’esperienza positiva, volta alla preservazione di un’identità alla quale non si intende rinunciare e che sembra strettamente legata alla sopravvivenza della Torah, alla possibilità di portarne i rotoli al riparo da ogni insidia.
A proposito di Lévinas, va infine messo in rilievo come, a seguito della Shoah, l’influenza esercitata dalle Scritture sul suo pensiero si fosse notevolmente indebolita. Il Maestro errante lo esortò invece a tornare a interrogare i testi sacri, a studiarli alla luce delle tragedie e delle inquietudini del presente, ad aprirsi di nuovo al dialogo, insomma, al costante confronto con essi per apprendre à marcher à nouveau (p. 78). Un metodo che avrebbe consentito all’allievo di affrontare la pagina talmudica e heideggeriana avvalendosi di tutto il proprio bagaglio intellettuale, affettivo, culturale, e che non avrebbe mancato di dare origine a esiti di livello altissimo.