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Meticolosamente curati da Jean Rière, autore inoltre delle acute pagine introduttive, e ben tradotti da Cristina Spinoglio, che ha saputo rendere la lucida vivacità degli scritti originali, questi articoli del rivoluzionario e pubblicista Victor Serge (Viktor L’vovič Kibal’čič, Bruxelles 1890 – Città del Messico 1947) consentono ora anche al lettore italiano di osservare come lo studioso avesse analizzato e compreso il fenomeno dell’odio antiebraico già tra la metà degli anni Venti e i primi anni Quaranta del secolo scorso. Fu allora che, dopo un’esistenza drammaticamente avventurosa trascorsa tra la Russia Sovietica, la Siberia dei gulag e la Francia del Fronte Popolare, egli riuscì a riparare in Messico, dove sarebbe rimasto fino alla morte.
Gli articoli raccolti in questa silloge sono stati in gran parte pubblicati su La Wallonie, il quotidiano socialista di Liegi: colpiscono per la limpidezza tanto dell’argomentazione quanto della scrittura. Occorre aggiungere, al riguardo, come la prosa di Serge si caratterizzi anche per la scorrevolezza e l’incisività, il tono colloquiale, i periodi brevi, il ritmo rapido, la ricchezza del lessico.
A proposito poi dell’antisemitismo, si deve mettere anzitutto in rilievo come, a parere dell’A., tale forma di ostilità non debba essere considerata una pura e semplice «opinione» priva di conseguenze, dal momento che si tratta al contrario di un’autentica ideologia di morte. Egli, quindi, non avrebbe mai cercato un dialogo né un confronto con gli antisemiti, ritenendoli «avversari» e addirittura «nemici» contro i quali si sarebbe dovuta condurre una lotta senza quartiere. Gli organi di stampa repubblicani, socialisti e rivoluzionari non avrebbero dovuto dunque accordare loro alcuno spazio: qualora lo avessero fatto, avrebbero commesso un gravissimo errore politico, filosofico e morale.
La posizione di Serge sull’argomento appare pertanto assolutamente ferma: fu in nome di questa intransigente convinzione che egli non esitò a polemizzare nei confronti di qualche sindacalista e dirigente di partito che sembrava incline a valutare positivamente alcune scelte della dittatura nazionalsocialista relative al presunto «livellamento delle differenze e al miglioramento della familiarità sociale». Scrisse al riguardo, in tono sferzante, lo studioso: «E quali “solidarietà sociali” si possono immaginare tra il grasso maresciallo Goering nelle sue cinquanta uniformi e i poveri disgraziati nei campi di lavoro? Per non parlare dei socialisti, dei comunisti e degli ebrei nei campi di concentramento? Che cosa ha ottenuto l’educazione se non l’invenzione del razzismo, per non parlare della proscrizione della musica classica, della relatività ebraica di Einstein e della psicologia ebraica di Freud?» (p. 81).
Emerge dunque con chiarezza, da questi scritti, come l’A. abbia pienamente compreso la portata del «crimine collettivo», nonché alcune delle peculiarità che ne hanno fatto, nell’ambito della storia moderna, un fenomeno inedito ed eccezionale. E anche come egli fosse consapevole che, successivamente a un’eventuale vittoria sul regime hitleriano, le conseguenze della cosiddetta «peste bruna» – costituita dall’antisemitismo e dal razzismo – sarebbero rimaste a lungo nella mente di tanti cittadini tedeschi ed europei: da ciò la pressante necessità di combattere incessantemente l’uno e l’altro, perché si potesse giungere all’affermazione di un nuovo umanesimo, all’avvento di una civiltà fondata sul rispetto e sulla tolleranza, irriducibile nemica dell’odio e della sopraffazione.