|
|
Quando August Strindberg iniziò a lavorare a quelli che diverranno i Libri blu, era il 1907; la sua fama non era legata solo a La camera rossa o a L’arringa di un pazzo, ma alla sua apparentemente instabile volontà di praticare strade diverse da quelle del positivismo, del materialismo e del naturalismo ottocenteschi. Quell’«oltre» significava scavalcare il pensiero dominante e ritrovare profonde radici nel cristianesimo e nel misticismo, ma per i suoi antichi amici e colleghi voleva dire nonsenso, follia, rimbambimento.
Ed è per questo che dobbiamo stare attenti alle definizioni che dall’opera passano all’autore, come è accaduto per Van Gogh nell’arte e per Dino Campana nella poesia, per non parlare di Francesco d’Assisi.
Per questo la necessaria e doverosa scelta antologica dagli sterminati, originari Libri blu, più di 1.500 pagine, da parte del grande esperto di Strindberg, Franco Perrelli, è un’opera benemerita: ci mette di fronte al grande problema della definizione di follia da parte della cultura dominante, o semplicemente di una borghesia più o meno colta, abituata a giudicare secondo il pensiero del tempo.
Quello che doveva scuotere fortemente alla lettura non solo dei quattro Libri blu usciti con il loro autore ancora in vita (altri sarebbero stati editi postumi), ma anche di Bandiere nere, storia in cui sembra non esserci scampo alcuno se non con la fuga dalla «pazza folla», era l’attacco frontale al pensiero borghese. Solo con il ritorno al misticismo, alla mediazione platonica e soprattutto alla figura di un Gesù liberato dell’aura di abitudine e conformismo si potevano salvare gli esseri umani.
Uno dei personaggi dei Libri blu, il Maestro, afferma che «se mi definisco cristiano, è perché riconosco Cristo come potenza, una fonte d’energia, dalla quale, tramite la preghiera, traggo la forza sufficiente per sopportare le tribolazioni della vita» (p. 145). Come si vede, la figura del Redentore è assunta in un universo in cui la mistica swedenborghiana, un san Paolo letto soprattutto come maestro interiore e nemico del pensiero «borghese», e un Medioevo in cui «splendevano le scuole abbaziali e le università, nelle quali s’insegnava la sapienza spirituale e quella laica» (p. 160), sono la vera salvezza dal nonsenso di una vita puramente materiale.
Questa aspirazione a un cristianesimo mistico e talvolta dalle sembianze esoteriche è uno dei mezzi spirituali che avvicinerà Strindberg al socialismo: un socialismo in cui non prevale il materialismo marxista, ma l’aspirazione all’innalzamento anche spirituale dell’uomo, ben oltre l’adesione dello scrittore svedese al pensiero nietzschiano, che si era manifestata anche a livello di corrispondenza diretta.
La stessa misoginia dell’A. deve essere vista in questa prospettiva, vale a dire come frutto di una società, quella borghese, in cui tutto è materia, soldi, successo, piacere: chi non fa parte della buona società, o attraversa momenti di crisi, è considerato inutile anche dal punto di vista affettivo. Tuttavia, Strindberg ha sempre considerato il matrimonio, nonostante i suoi personali tre fallimenti, un elemento fondamentale per il cammino umano.
Quindi, la presunta follia dell’A. non gli impedisce di vedere chiaramente oltre se stesso e le proprie esperienze, e di considerare il cristianesimo e il Vangelo come una delle poche speranze di una nuova era: «In generale, si dovrebbe trarre la propria dottrina direttamente dai Vangeli, perché sono più semplici, grandiosi, divini» (p. 212).