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Scritto di alta divulgazione, non strettamente relegato a pochi «addetti ai lavori», questo libro del gesuita p. Andrea Dall’Asta si caratterizza per un’avvincente intersezione fra discipline diverse.
Come suggerisce l’opera scelta per illustrare la copertina, l’A. muove da un’intuizione già espressa nel suo libro La mano dell’angelo. La Vergine delle Rocce di Leonardo: il segreto svelato (Milano, Àncora, 2019). In questo studio, il capolavoro leonardesco trova una nuova e acuta lettura alla luce del gesto compiuto dall’angelo, che indica il grembo di Maria come la vera grotta nella quale Dio nasce ed è custodito.
Proprio sviluppando tale intuizione, p. Dall’Asta dà avvio a un itinerario di ampio respiro nella cultura occidentale per narrare le molteplici valenze simboliche e spirituali che il tema della grotta ha assunto attraverso i secoli. Il percorso si organizza secondo un preciso ordine cronologico, che dalle origini più remote dell’uomo giunge sino alla contemporaneità. L’A. si pone sempre in una prospettiva di concentrata osservazione delle numerose opere d’arte che colloca sul cammino del lettore. Proprio grazie a questo avvicinamento lenticolare possono così emergere dettagli carichi di senso, svelarsi iconografie, articolarsi confronti inediti e inaspettati.
Pagina dopo pagina, la grotta emerge come un vero e proprio luogo iniziatico: l’uomo accede alle sue oscure profondità con timore, per uscirne trasformato e rigenerato. La grotta è un diaframma tra la dimensione della morte e quella della vita, un passaggio attraverso il quale l’«uomo vecchio» rinasce come «uomo nuovo».
Questo viaggio «speleologico» inizia indagando le innumerevoli valenze magico-sacrali che la grotta assume fra Atene e Roma. Qui i recessi della caverna diventano il luogo della genesi di Zeus, ma anche di Dioniso, in una dialettica tra ragione e caos, tra ordine e sfrenati riti misterici, capaci di sintonizzare l’uomo, attraverso l’estasi, con il senso più profondo e tragico della sua esistenza. Ma il vero cuore della narrazione si impernia intorno ai molteplici significati simbolici che la grotta riveste per il cristianesimo, trovando il proprio centro nella figura della Vergine. La storia della salvezza ha infatti origine in una grotta «umana»: è il ventre di Maria, fecondato dal soffio dello Spirito. È questo, prima di ogni altro luogo, il grembo in cui si avvera il mistero dell’incarnazione. L’A. ci guida, addentrandosi nelle iconografie evangeliche dell’Annunciazione, della Visitazione – descritta attraverso il dipinto di Pontormo, con vera poesia, come la «danza dei grembi» –, per poi soffermarsi di fronte alla grotta di Betlemme, in cui l’infinito di Dio irrompe nel finito della storia, consegnandosi come un bambino. La grotta diventa poi il sepolcro, irradiato dalla luce della risurrezione di Cristo, che brilla nelle tenebre.
Se Maria è prefigurazione della Chiesa, il tema della grotta è infine declinato in termini architettonici. Particolarmente emblematici appaiono in questo senso gli studi sul battistero di Parma (grotta del passaggio fra la vita e la morte), sul catino absidale della chiesa di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna e su quello di Santa Maria Assunta a Torcello (splendidi squarci di cielo che rimandano alla Gerusalemme celeste), fino a collegarsi agli esiti contemporanei più interessanti, come la cappella di San Nicolao, di Peter Zumthor (2001).
Attraverso il mito di Narciso, l’A. si addentra infine nel tema della «grotta rovesciata». Particolarmente affascinante appare qui la lettura del celebre quadro di Caravaggio. Lo specchio d’acqua in cui il giovane Narciso annega, volendo baciare il proprio tanto amato riflesso, diventa teatro di un’«iniziazione interrotta», il luogo in cui si opera il rovesciamento simbolico del battesimo: in quelle acque Narciso non raggiunge alcuna redenzione, ma, vivendo in una dimensione di totale autoreferenzialità, si trova ad abbracciare le profondità della propria tomba. Che questa sia una delle potenti metafore dell’uomo contemporaneo, come indica l’A. nell’ultimo capitolo?