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La riconfigurazione degli equilibri internazionali e l’affermazione delle nuove potenze ha innescato un interessante dibattito sul precario stato di salute dell’Occidente. L’attenzione al tema – determinata anche dal ricorrere, nel 2023, del centenario della pubblicazione del monumentale volume di Oswald Spengler Il tramonto dell’Occidente – ha indotto negli ultimi anni intellettuali di varia estrazione e di indubbia levatura a indagarne le ragioni e i profili storico, filosofico e sociologico. Tra questi, spicca senz’altro il fiorentino Franco Cardini con questo libro.
L’A., che si contraddistingue per il suo approccio eterodosso, suffragato da una vasta, approfondita e dettagliata conoscenza della storia, pone a supporto dell’opera, per comprendere e analizzare gli eventi del passato, un concetto dirimente, basato sull’assunto che «la linea della storia si spezza sempre e di continuo» (p. 52). Egli, infatti, in armonia con il pensiero di Aldo Schiavone, ritiene che la storia non vada razionalizzata, bensì considerata in una prospettiva più ampia, in cui interagiscono «differenti componenti di varia origine e di differente qualità con le quali le contrastanti espressioni della volontà dei gruppi umani debbono confrontarsi» (p. 51).
L’opera si snoda attraverso un intenso excursus storico, mettendo in luce una pletora di episodi determinanti nel forgiare la storia d’Europa e di quella parte di globo definito «Occidente»: una definizione che Cardini qualifica «labile». Nel suo contributo l’A. analizza gli aspetti identitari e il reale significato di un concetto che ha subìto diverse mutazioni, ma che, dall’antichità fino all’Età moderna, passando per il Medioevo, ha trovato sempre coincidenza con il continente europeo.
Egli pone l’attenzione sull’avvento della modernità, rappresentata dalle conquiste in ambito scientifico e tecnologico, ma anche dal colonialismo e dall’assoggettamento e sfruttamento dei popoli che contraddistinse la fase storica tra Cinquecento e Ottocento, periodo in cui si assistette a un importante stravolgimento sociale, determinato dalla diffusione, rispetto all’epoca precedente, di una forte secolarizzazione della società. All’interno di questo quadro, l’A. non si esime dal porre l’accento in maniera piuttosto marcata su alcuni elementi che hanno caratterizzato l’Occidente, prima a guida europea e poi statunitense, a partire dall’epoca moderna fino ai giorni nostri. Tra questi, le depredazioni di materie prime e di altre ricchezze dei territori dei popoli colonizzati che hanno contribuito a far grande l’Occidente.
L’A. fa un richiamo anche alle atrocità commesse dai coloni verso i popoli nativi: un aspetto mai, a suo avviso, adeguatamente approfondito da studiosi e media, senza trascurare al contempo esperienze alternative che hanno interessato quegli stessi territori. Il richiamo è, ad esempio, all’esperienza dei gesuiti, che nel bacino dei fiumi Paranà e Uruguay organizzarono vere e proprie comunità – le reducciones –, dando modo agli indigeni di governarsi in modo autonomo e libero.
Oggi che la storia sembra essersi nuovamente spezzata, screditando coloro che ne avevano decretato la fine, e che il paradigma geopolitico è alla ricerca di nuovi equilibri, il concetto di Occidente a guida statunitense sembrerebbe andare alla deriva. Cardini, europeista ma anche cattolico e socialista, suggerisce di focalizzarsi sul futuro dell’Europa, un continente narcotizzato dal periodo post-sovietico e che ancora stenta a individuare qual è il suo ruolo nel mondo e che deve affrettarsi a individuare per non rimanerne definitivamente ai margini. Una marginalità che, se dovesse concretizzarsi, costituirebbe una sconfitta per il Vecchio Continente e un impoverimento dei popoli europei, determinando una perdita per l’intera umanità, considerato quello che l’Europa ha rappresentato, rappresenta e potrebbe ancora rappresentare.