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Sette parole, che vanno a costruire un piccolo dizionario – «Sacro», «Totalmente altro», «Miracolo», «Felix culpa», «Dialogo», «Vanità» e «Sovrapposizione» –, sono non solo i titoli dei sette capitoli che compongono lo scritto, ma anche i temi attraverso i quali l’A. – professore di Filosofia della religione alla Sapienza Università di Roma – sviluppa la sua fenomenologia della religione. A prevalere è il carattere esplorativo, la ricerca, che non ha una pretesa sistematica, ma che vuole comprendere fino a che punto la fenomenologia riesca a reinterpretare il tema del religioso nel contesto della filosofia contemporanea. Il metodo scelto è quello di singoli temi, affondi su parole chiave, che funzionano come dei carotaggi. La bibliografia riprende i classici della fenomenologia e della filosofia della religione, da Edmund Husserl a Rudolf Otto.
Il primo capitolo affronta direttamente il tema centrale dell’opera: il «sacro», da cui si diramano i capitoli successivi. Nell’opera si tenta una ricostruzione del concetto, a partire dalla distinzione – non solo linguistica – tra «sacro» come aggettivo e «sacro» come sostantivo. È in quest’ultima accezione che si cela il nucleo profondo del tema, ricostruito attraverso il pensiero della filosofia moderna, in particolare di Immanuel Kant e Otto. L’A. richiama il concetto di sacro elaborato da Otto, spogliato della sua dimensione morale e compreso come un «mistero» al tempo stesso affascinante e terribile. Il sacro viene così descritto innanzitutto come un’esperienza vissuta, che precede ogni elaborazione teorica. La dimensione del sacro apre all’esperienza del «totalmente altro», che rappresenta un paradosso che sfida la razionalità.
Proseguendo, il terzo capitolo affronta il tema del «miracolo» a partire da due autori: Franz Rosenzweig, che lo interpreta come esperienza di apertura al diverso, e Kant, che lo definisce come ciò che contraddice le leggi di natura.
A seguire vi è la sezione dedicata alla felix culpa, la «colpa felice», tradizionalmente intesa nel cristianesimo come l’esperienza del peccato che si trasforma in occasione di redenzione, innescando così una tensione che non va esaurita, in quanto è frutto dell’esperienza e apertura alla grazia.
Il quinto capitolo affronta il tema del «dialogo», una questione ampiamente dibattuta a partire dal secondo post-concilio. In questo contesto, il dialogo è inteso sia come relazione tra l’uomo e Dio, che costituisce il fondamento dell’esperienza religiosa, sia come dialogo interreligioso e confronto tra fede e spazio pubblico nel mondo contemporaneo.
Segue una sezione dedicata al tema della «vanità», che raccoglie riflessioni legate alla morte di Dio e alla crisi dei valori, proponendo tuttavia una chiave interpretativa diversa rispetto a quella offerta dal concetto di nichilismo. Si tratta di una scelta originale e significativa, giustificata dal fatto che il termine «vanità» rinvia a una realtà più antica e, al tempo stesso, più esistenziale: quella di una persona «ignara della propria inconsistenza, […] che si porta al centro della scena, esibendo sé stessa come se fosse la scaturigine di ogni senso e provocando, per contraccolpo, l’irruzione dell’insensato» (p. 93).
Il capitolo conclusivo, intitolato «Sovrapposizione», non si concentra su un termine centrale dell’esperienza religiosa, come avviene nei capitoli precedenti, ma intende offrire una sintesi delle riflessioni sviluppate lungo tutto il percorso. La sovrapposizione di cui si parla riguarda concetti e idee differenti che, pur nella loro eterogeneità, vengono messi in dialogo e mantenuti in tensione, senza la pretesa di essere definitivamente risolti. Proprio questa apertura permette una comprensione più profonda e dinamica del fenomeno religioso.
Attraverso questo vero e proprio alfabeto del religioso, l’A. delinea gli elementi di una fenomenologia della religione che non la riduce a un sistema di credenze, ma la interpreta come una realtà esperienziale e dialogica, radicata nell’immediatezza del presente. In questa prospettiva, l’esperienza del sacro – intesa come apertura radicale all’alterità – si contrappone alla vanità, vista come affermazione narcisistica del sé.