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Nato dalla conferenza per il centenario Morcelliana (1925–2025), il volume, agile e denso, offre una mappa del pensiero teologico novecentesco come passaggio dall’«eclissi» al «ritorno» di Dio: non un generico «pensiero cristiano», ma la storia di una fides quaerens intellectum che, dopo la crisi della modernità, ritrova nel Vangelo la propria ragione critica. In limine, l’A. chiarisce l’oggetto: la fede condotta al concetto, non la cultura religiosa. La periodizzazione è netta: il «secolo teologico» non inizia con il XX secolo, ma con lo scoppio della Prima guerra mondiale, in particolare il 4 agosto 1914, definito da Karl Barth dies ater: mentre Adolf von Harnack sottoscrive il Manifest der Intellektuellen, Barth vi scorge il crollo dell’ottimismo progressista e l’irruzione del Dio «Altro». Ne deriva una scansione in quattro tappe, esplicitata con chiarezza e assunta come nervatura del libro, che guida il lettore lungo una genealogia di idee più che una storia di scuole.
La prima tappa – «Fra i tempi» – è dominata dalla svolta barthiana. Forte ricostruisce con mano ferma il dies ater del 4 agosto 1914, la critica a Harnack e la rottura dell’idea di continuità fra umano e divino operata nella seconda edizione della Römerbrief: il Deus dixit come crisi delle potenze mondane e come salvaguardia contro ogni cattura ideologica del divino, poi tradotta nella Dichiarazione di Barmen (1934). L’argomentazione è serrata e limpida, capace di coniugare rigore filologico e lettura dei processi storici, senza compiacenze apologetiche.
La seconda tappa – «Dove l’esodo incontra l’avvento» – mette in dialogo Rudolf Bultmann e Dietrich Bonhoeffer con Karl Rahner e Henri de Lubac, mostrando che l’autonomia moderna non è liquidata, ma rifigurata dall’evento rivelativo. In Bultmann l’analitica esistenziale diventa grammatica della decisione; in Bonhoeffer l’«impotenza di Dio» smonta ogni religiosità compensativa; in Rahner l’ascolto trascendentale della Parola storica concilia ragione e grazia; in de Lubac il soprannaturale riemerge come destino intrinseco e gratuito dell’umano. Pagine limpide, vigilanti sul rischio di antropologismo, che offrono una chiave accessibile senza semplificare.
La terza tappa – «Teologia dal rovescio della storia» – illumina la ripresa escatologica (Jürgen Moltmann, Wolfhart Pannenberg) e le teologie della prassi (Johann Baptist Metz, Edward Schillebeeckx, Teologie della liberazione). Forte insiste sull’evento pasquale come promessa che «spinge» la storia e contesta ogni quietismo sistemico; e insieme mostra come in America Latina la sofferenza dell’innocente e la scelta dei poveri abbiano rifondato l’epistemologia teologica come «comprendere impegnandosi e impegnarsi comprendendo». Questo è un punto importante del libro; l’A. evita i cliché e restituisce alla Teologia della liberazione il suo doppio respiro: mistico e storico, biblico e critico.
Ben contestualizzato è anche l’inserto sull’«onto-teologia»: la critica heideggeriana alla riduzione di Dio a causa sui è assunta per sottrarre la teologia al «Dio della chiacchiera» e ricondurla all’umiltà dell’ascolto dell’Altro, dove filosofia e teologia procedono come cammini vigilanti.
In chiusura, il baricentro torna alla cristologia: l’enciclica di Benedetto XVI Deus caritas est (2005) come chiave ermeneutica del Novecento credente e, in continuità, l’enciclica di papa Francesco Dilexit nos (2024) come «lettera d’amore» e quasi testamento sul Cuore di Cristo. L’A. rende visibile la complexio catholica riconosciuta in papa Francesco: l’amore quale criterio che ricompone annuncio, liturgia e diaconia. È una chiosa pastorale senza scadere nel pastoralis, una teologia che torna alla Chiesa e alla città degli uomini.
In sintesi, la tesi regge: l’arco «eclissi/ritorno» non è cornice retorica, ma principio esplicativo che raccorda figure e correnti eterogenee. La scrittura è nitida, con citazioni misurate e passaggi argomentativi che guidano senza appiattire. La polifonia delle fonti – protestanti e cattoliche, europee e latinoamericane – evita provincialismi e rivela lunga familiarità con gli autori. Rilevanti sono anche il taglio estetico (Hans Urs von Balthasar) e il dialogo teologia/filosofia, resi accessibili senza semplificazioni. Ne risulta uno strumento di discernimento: il Novecento come laboratorio ancora operante, con piste per il presente (escatologia responsabile, ascolto dell’Altro, oltre l’onto-teologia) e un esito coerente nella carità come forma della verità.