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Dopo la pubblicazione dei versi di Daria Menicanti, Valore Italiano Editore prosegue nel progetto Poesie Trilingue con una manciata di composizioni della milanese Antonia Pozzi (1912-1938), versi di rara purezza e misurato dolore. Due voci femminili, potenti e meste, relativamente poco conosciute, sono state individuate per allargare la conoscenza della «italianità» nei Paesi del Sudamerica. I testi poetici, offerti inizialmente in lingua italiana, sono stati appositamente volti in spagnolo e in portoghese, così da essere gustati, quasi ritmati, dall’intero continente sudamericano.
Gli autori al lavoro in questo progetto polilinguistico sono Silvia Cattoni (Universidad Nacional de Cordóba), Sergio Colella (Realtà Educative in America Latina), Fabio Minazzi (Università dell’Insubria), Patricia Peterle (Universidade Federal de Santa Catarina, a Florianópolis) e Lucia Wataghin (Universidade de São Paulo). A Minazzi si deve la presentazione della poetessa nel cenacolo banfiano, la «Scuola di Milano», innervata dall’intelligente criticismo del filosofo Antonio Banfi. In queste pagine si schizza la maturazione di Pozzi e il suo fresco abbeverarsi alle giovani e varie personalità che costituivano questo cenacolo che, bisogna riconoscerlo, si ergeva autonomo e fiero davanti all’imperante ideologia fascista.
Da ricordare, tuttavia, che Pozzi percepisce la sottovalutazione dei suoi versi in questo ambiente banfiano, come si evince in «Un destino», del 13 febbraio 1935. La giovane poetessa veniva da una famiglia agiata (a p. 23 si legga «Ida» e non «Isa», la zia di Antonia; per Emma viene da pensare che sia la zia, la sorella del padre; e a p. 150 si legga l’anno «1938» e non «1937»), amante dell’arte, della letteratura, dei viaggi, della fotografia e soprattutto delle montagne, a tal punto da immortalare queste «madri», le montagne, come «immense donne / la sera» (p. 136).
Si sa che Pozzi morì suicida – come suo nonno e la zia Emma –, perché immensa e insostenibile diventava col tempo la conciliazione fra la sua naturale pulsione poetica e il mondo che le era attorno: Oh, tu bene mi pesi / l’anima, poesia: / tu sai se io manco e mi perdo, / tu che allora ti neghi/ e taci.
Il libro raccoglie 22 composizioni, di cui le prime 10 costituiscono un bouquet di versi offerti al suo amato, Antonio Maria Cervi. Si tratta di poesie scritte da Pozzi fra l’agosto e l’ottobre 1934, racchiuse in un canzoniere intitolato La vita sognata, ove si rinviene l’incompiuto desiderio di quanto sognato, il baratro fra la trasparente luce della natura e la pesante durezza della terra. In queste composizioni si riversa lo sfaccettarsi della rottura, non voluta, del suo amore per Cervi, esaltando l’immediatezza del trasporto e l’abissale amarezza della rinuncia. La «pulizia della parola», la ponderata misura data all’evocazione invocata, traluce nella scrittura, facendo scaturire rivoli di bellezza, delicata e pittorica: una valle di erboso silenzio ospita il tinnire del canneto (Lieve offerta).
Scorrendo queste pagine, il lettore si accorge della pacata accettazione della finitezza, cantata con l’esuberanza di un’onirica danza nel tutto: Zattere sciolte – navighiamo / a incontrarci. Pozzi divorava la vita, sentendo in sé, già giovane, la presenza della fine.
Pregevole è la sottolineatura, da parte degli AA., dell’opzione delicata e profonda della poetessa verso gli «ultimi», verso la Milano povera e marginale, dove si rinviene la fame non appagata, / gli urli dei bambini non placati, / il petto delle mamme tisiche… (Via dei Cinquecento; e ancora la sublime Periferia). Siamo alla fine della vita di questa donna che, dando uno strappo alle sue origini alto-borghesi, distaccandosi dai desiderata paterni, s’avvia a partecipare della pesantezza della triste terra.