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Il libro è una raccolta di scritti di spiritualità e politica di Giuseppe Trotta, figura significativa della cultura religiosa italiana di fine del secolo XX. I 30 brevi testi presentati in questo volume si segnalano per la loro straordinaria intensità, nonché per la varietà di generi che abbracciano. Vi si trovano appunti storiografici e interventi sull’attualità politica, profili biografici e recensioni di libri, meditazioni e altri componimenti più personali, tutti uniti da una riflessione vivace e profonda sul legame tra fede e storia.
La natura di questo legame viene indagata sotto il segno indicato già nel titolo: tra fede e storia, tra spiritualità e politica non esiste continuità o costruzione, ma una radicale sconnessione che, lungi dal risolversi in una frattura inconciliabile, si riformula nel misterioso sgranarsi di un tempo storico che non si esaurisce in sé stesso. È lo sguardo del cristiano, come emerge in vari passaggi del volume, a farsi testimone capace di cogliere un rimando a quell’«altrove» che certo si dà nella fede, ma sfugge alle categorie dell’idea e del progetto insite nella storia. Il cristiano conosce e soffre il disordine e l’ingiustizia del mondo, ma sa anche che questa visione di dolore non esaurisce la realtà; in lui si incarna uno scarto capace di rifrangere un «oltre» che solo un’«attenzione spregiudicata» può rivelare, tracciando così una via di liberazione: «Per andare oltre dobbiamo collocarci altrove» (p. 114).
Lo sguardo spirituale che contraddistingue il cristiano è segnato, secondo l’A., dalla compassione verso ogni uomo, ma anche dalla capacità di esprimere un giudizio severo, condannando la violenza dei poteri mondani. È nella pietas l’autentico ricongiungimento di fede e politica. Pertanto, avere a cuore la città umana implica una sensibilità acuta nei confronti del male, assieme a una percezione dei segni del Regno.
Questa capacità si manifesta in particolare nei saggi di Trotta dedicati al cattolicesimo politico italiano del Novecento, che, pur essendo in grado per alcuni decenni di dare forma a un’epoca, non ha superato una visione costantiniana di cristianità e si è concluso con un inesorabile sfaldamento. L’avvenire resta ora affidato a una generazione di cristiani che vivono la politica come un «dovere contingente», e non come un’assunzione stabile di potere, ma che soprattutto sono capaci di restare nella condizione nomade di «pellegrini», di dimorare sulla soglia, indicando così una nuova terra al di là dell’orizzonte.
In queste pagine si trovano anche importanti riflessioni su esperienze religiose esemplari di personaggi noti, come Simone Weil, Lorenzo Milani, Dietrich Bonhoeffer o Giuseppe Dossetti, ma anche di figure meno conosciute, come l’eremita Giuseppe Sandri. Ogni racconto parla di persone concrete che al nesso tra spiritualità e politica hanno dato, con il loro corpo vivente, una visibilità credibile. L’essere soglia del cristiano non è infatti solo un vedere quell’«altrove» per sé nella fede, ma anche un diventare per gli altri un segno tangibile del trascendente nella storia.
Interessante è una riflessione dell’A. sul Magnificat. Si tratta di un canto che unisce guerra e misericordia, un inno proclamato alla fine del tempo. L’empio e il superbo sono «gonfi di sé», vedono il mondo come un’estensione del proprio io e occupano sempre più spazi; tuttavia, al momento del giudizio, saranno smarriti e dissolti in quel loro sé espanso e inconsistente. Ad essi si contrappone l’umiltà di Maria, «figura dei poveri di Israele», colei che si inchina all’Altrove e, proprio in questo suo abbassamento, diventa partecipe della signoria di Dio sul mondo.
Sarà pur vero che l’esperienza, molto novecentesca, incarnatasi nella biografia politica ed ecclesiale di Trotta sia scomparsa; tuttavia, resta profondamente attuale la sua consapevolezza di un vuoto che squarcia la nostra epoca: un vuoto che può essere il nulla, o appunto l’altrove.