PAPA FRANCESCO E LA CRISI DEL CORONAVIRUS

Un'intervista sul «coraggio di guardare più avanti»

8 Aprile 2020

Nel grave momento di crisi che l’intero pianeta sta vivendo si avverte il bisogno di una guida che accompagni e aiuti a capire il senso di quel che stiamo attraversando. In questa situazione servono voci che siano in grado di parlare a tutti, leader capaci di comprendere quel che accade, ma anche di indicare un cammino verso il «dopo». Il Papa è «confinato». Per un Pontefice che parla sin dall’inizio del suo ministero petrino di una «chiesa in uscita», la situazione di essere al «confino» è paradossale.

La celebrazione, conclusasi con la benedizione Urbi et Orbi, del venerdì 27 marzo in una piazza San Pietro vuota è stata l’immagine di una condizione universale. Il vuoto della piazza ha assorbito in sé le voci di un mondo malato o a rischio di malattia chiamato a stare a casa, in isolamento o in quarantena. Mai piazza San Pietro è stata più gremita di gente come quel venerdì.

Con discrezione Francesco non cessa di accompagnare con sobrietà gli eventi di questo mondo. Lo fa da Santa Marta, lo fa con gesti e iniziative, ma anche con altri interventi e messaggi. La voce di Francesco risuona nel mondo assetato di senso come una voce buona, gentile, ma anche decisa e robusta. La Civiltà Cattolica è lieta di offrire la traduzione in italiano di una sua conversazione sui tempi odierni con Austen Ivereigh, studioso e giornalista britannico, biografo del Pontefice e interprete affidabile del suo pensiero.
Questa intervista è importante e va letta con cura perché ci aiuta ad andare avanti in questo tempo faticoso, ma anche pieno di sfide. Papa Francesco ha parlato di come sta vivendo e contemplando la crisi del coronavirus – in un mondo in isolamento e in prossimità della Pasqua – preparandosi praticamente e spiritualmente alle sue conseguenze, e invitando l’umanità a convertirsi a un modo di essere diverso e migliore. Il Papa è profondamente turbato, e addolorato da tanta sofferenza e sacrificio. Ma ciò che traspare è la sua fiducia nella possibilità di trasformazione che ci viene ora offerta.

Le domande

Tante le domande alle quali risponde oralmente, con voce registrata. Come sta vivendo il Papa la pandemia, personalmente, praticamente e spiritualmente? Come vede la missione della Chiesa in questo tempo? Cosa pensa delle politiche dei governi di fronte alla crisi, e cosa essa sta rivelando della società? Vede nella crisi anche la possibilità di un cambiamento? È possibile una conversione ecologica? E una economia più umana? E una Chiesa più missionaria e flessibile? Come vivere questa Pasqua e quali messaggi in particolare per gli anziani, i giovani e gli impoveriti? Ecco alcune delle domande alle quali Francesco risponde.

Come fare a essere «vicini»? La conversione pastorale radicale

Ma questo è chiaramente un tempo favorevole per la «conversione pastorale». Chi lo ha seguito nei suoi viaggi e nelle sue udienze sa quanto sia importante per Francesco il contatto diretto con la gente. Ricordo che alla fine del viaggio verso la Colombia appariva davvero stanco. La sorpresa del seguito papale è stata grande nel vederlo come rifiorire davanti alla gente che lo attendeva festante davanti alla Nunziatura. E proprio lì fece un discorso spontaneo di grande intensità, accompagnato da una gestualità che rivelava una forza insospettata. Non si può separare il pastore dal popolo. La condizione legata alla crisi per il coronavirus è proprio una condizione di «separazione», di distanziamento doloroso ma necessario. Come reagisce il Papa? Lo dice in questa intervista: «pensare alla gente mi unge, mi fa bene, mi sottrae all’egoismo». Il pensiero stesso del popolo di Dio conferma e rinvigorisce la conversione pastorale.
E Francesco pensa al suo ministero petrino. Sente che adesso deve «accompagnare» il popolo, deve «stargli vicino». La propensione alla cura è radicata in Francesco. Egli vede la Chiesa – come mi disse nell’intervista per La Civiltà Cattolica nel 2013 – come un «ospedale da campo». Per questo col pensiero Francesco si protende «oltre il vetro». Lo fa citando a memoria i Promessi Sposi. Lo aveva fatto già in Brasile, nel suo primo viaggio apostolico, quando aveva rifiutato la macchina blindata dicendo: «non potevo venire a vedere questo popolo, che ha un cuore così grande, dietro una cassa di vetro». Il virus impedisce il contatto fisico per il bene di tutti. E allora Francesco cerca di capire come fare adesso a essere «vicino». Questa è la tensione del pontificato nel momento presente.

La cura del futuro

Ma Francesco si chiede pure quale sarà nel «dopo» il suo «servizio come vescovo di Roma, come capo della Chiesa? Avvertiamo tutto il dramma di queste parole a causa della consapevolezza che quel dopo «ha già cominciato a mostrarsi tragico, doloroso». Sta vivendo questo momento «con molta incertezza», come tutti. E tuttavia sa che questo è «un momento di molta inventiva, di creatività». Lo aveva detto il 27 marzo nella piazza vuota: occorre «dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati, e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà». Questo è un tempo nel quale bisogna preparare il futuro che non può essere come il passato. L’incertezza – che è il sentimento dominante – deve sposarsi con l’inventiva alla ricerca di soluzioni. La Chiesa stessa deve esprimere «creatività apostolica, creatività purificata da tante cose inutili».
La parola chiave è creatività, dunque. Se si esaminano gli scritti di Jorge Mario Bergoglio si comprende come questa parola sia per lui proprio una chiave. La usava spesso, ad esempio, quando parlava a educatori, insegnanti e catechisti. La creatività aiuta a essere persone dal pensiero incompleto, aperto. In questa intervista il Papa ricorda un verso dell’Eneide che, «nel contesto della sconfitta, dà il consiglio di non abbassare le braccia». Ecco il fortissimo messaggio di speranza, che risuona in questa intervista: «la creatività del cristiano deve manifestarsi nell’aprire orizzonti nuovi, nell’aprire finestre, nell’aprire trascendenza verso Dio e verso gli uomini, e deve ridimensionarsi in casa». Qui Francesco ripete in forma attualizzata il motto di un anonimo gesuita: Non coerceri a maximo sed contineri a minimo, divinum est, cioè “Non essere costretto dallo spazio più grande, ma essere capaci di stare nello spazio più ristretto. Questo è divino”. Sa che «non è facile stare chiusi in casa». Ma questo «prepara a tempi migliori». «Abbiate cura di voi per un futuro che verrà», esclama: «dobbiamo affrontare il restare a casa con tutta la nostra creatività».

L’opportunità per una conversione economica ed ecologica

Ma come? Torna qui il pensiero economico del Pontefice, che sa bene che bisogna lottare contro la «cultura dello scarto», la quale rischia di gestire l’emergenza con criteri che non tutelano i deboli e che, anzi, sembrano favorire la selezione del più forte. «Giorni fa ho visto una fotografia, di Las Vegas, in cui erano stati messi in quarantena in un parcheggio. E gli alberghi erano vuoti. Ma un senzatetto non può andare in un albergo», afferma.
Lo «preoccupa l’ipocrisia di certi personaggi politici che dicono di voler affrontare la crisi, che parlano della fame nel mondo, e mentre ne parlano fabbricano armi».
E alla fine lo dice: «dobbiamo rallentare un determinato ritmo di consumo e di produzione e imparare a comprendere e a contemplare la natura. E a riconnetterci con il nostro ambiente reale». La crisi del Covid-19 è un’opportunità di conversione sociale, economica ed ecologica. In questa situazione riscopriamo le indicazioni dell’enciclica Laudato si’, la sua visione del mondo.
L’attenzione per i poveri ritorna centrale e in più punti di questa intervista. Francesco li definisce gli «spogliati». E si esprime facendo ricorso a Dostoevskij, che gli è molto caro. L’invito è a scendere nel «sottosuolo», a convertirci alla «carne sofferente del povero», alla pietas. C’è l’appello a un mondo più umano che è l’unico che può dar corpo al futuro.
Lo sguardo di Francesco è ricco sia di esperienza pastorale diretta sia di letture che lo hanno nutrito. Noto che sono le stesse letture che mi aveva citato nell’intervista che gli feci nel 2013: Manzoni, Virgilio, Dostojevski, Joseph Malègue. È proprio a quest’ultimo, il cosiddetto «Proust cattolico», scrittore francese a lui caro, che fa riferimento per parlare dei nuovi «santi della porta accanto» che in questo momento difficile sono «medici, volontari, religiose, sacerdoti, operatori che svolgono i loro doveri affinché questa società funzioni».

La Chiesa

E la Chiesa? «La Chiesa è istituzione», afferma Francesco per evitare che si immagini – o si sogni addirittura – una Chiesa astratta, di anime belle. Ma a rendere la Chiesa «istituzione» è lo Spirito Santo, che «provoca disordine con i carismi, ma in quel disordine crea armonia». La Chiesa è «popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale» (Evangelii Gaudium, 111). Spirito e istituzione per Francesco non si negano mai l’un l’altro. La Chiesa è istituzionalizzata dallo Spirito Santo e questo evita l’«introversione ecclesiale» (ivi, 27) grazie a una «tensione tra il disordine e l’armonia provocati dallo Spirito Santo». Questo significa che c’è un processo di istituzionalizzazione e deistituzionalizzazione fluido: resta quello che serve, e non quello che non serve più. Il futuro della Chiesa non è né statico né rigido. La Chiesa vive «della libertà dello Spirito in questo momento davanti a una crisi». Il criterio ultimo? Lo offre il Diritto canonico: la salus animarum.

«Andare verso i monti»

Una delle tragedie di questo tempo di coronavirus è la distanza sociale tra le generazioni. I giovani non possono stare con i vecchi per il timore di contagiarli qualora fossero positivi asintomatici. I vecchi devono stare «separati» per evitare rischi. I morenti sanno di essere destinati a lasciare questa terra nella solitudine. Una tragedia che priva i giovani della saggezza dei vecchi e i vecchi delle energie di futuro dei giovani.
Agli anziani il papa si rivolge così: «so che sentite la morte vicina e avete paura, ma volgete lo sguardo dall’altra parte, ricordate i nipoti e non smettete di sognare. È questo che Dio vi chiede: di sognare». E ai giovani chiede «il coraggio di guardare più avanti». Lo dice con Virgilio. Quando Enea, sconfitto a Troia, aveva perduto tutto, gli restavano due vie d’uscita: o rimanere là a piangere o «andare verso i monti». Ed è questo quel che ci chiede Francesco oggi: «andare verso i monti».