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MORIRE DI LAVORO IN ITALIA: “UN QUOTIDIANO SACRIFICIO DI VITE UMANE”

28 Aprile 2022

«Un Paese che cerca di risalire positivamente la china della crisi non può fondare la propria crescita economica sul quotidiano sacrificio di vite umane». Nel testo del messaggio – , dal titolo La vera ricchezza sono le persone – che la Conferenza episcopale italiana (Cei) ha pubblicato lo scorso 19 marzo, c’è una frase che da sola dovrebbe essere sufficiente ad animare in Italia la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, che si celebra il 28 aprile.

I dati su infortuni e morti sul lavoro

I dati dell’Inail sono piuttosto chiari: nel 2021 sono stati 1.221 i morti sul lavoro, ossia 3 morti al giorno, ai quali vanno aggiunti i decessi le cui cause sono ignote perché avvenuti esercitando occupazioni «in nero». E nel 2022 le cose non stanno andando meglio. Già nei primi due mesi dell’anno si sono registrate 121.994 denunce di infortunio (+47,6% rispetto allo stesso periodo del 2021), di cui 114 con esito mortale (+9,6%). In aumento anche le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 8.080 (+3,6%).

«L’andamento degli infortuni nel periodo 2019-2021, al netto dei contagi Covid – ha dichiarato, commentato i dati, il presidente dell’Inail, Franco Bettoni – presenta elementi di evidente complessità». La crescita delle denunce appare infatti sostanzialmente generalizzata, anche se, a livello settoriale, risalta il +46,9% nell’Industria e servizi e a livello territoriale il +65,4% del Nord-Ovest, seguito da Sud (+55,5%), Isole (+53,3%). Tra le regioni con i maggiori aumenti percentuali si segnalano la Campania, la Liguria e la Valle d’Aosta. Nel confronto tra il 2022 e il 2021 risalta anche il +65,8% di denunce da parte di lavoratrici, rispetto al dato dei lavoratori uomini. L’incremento ha interessato tanto i lavoratori italiani (+50,8%), che quelli extracomunitari (+36,0%) e comunitari (+20,1%). Dall’analisi per classi di età, infine, emergono incrementi generalizzati in tutte le fasce. «Una valida politica di prevenzione – ha detto Bettoni – e l’interiorizzazione della cultura della sicurezza, non penalizzano l’impresa sul mercato, anzi, possono costituire elemento determinante di affermazione e competitività».

Paure e diritti

Sulla stessa linea d’onda anche il presidente del Patronato delle Acli, la storica associazione dei lavoratori cattolici italiani, Paolo Ricotti, per il quale servono «incentivi economici in particolar modo verso quelle imprese che investono in sicurezza», perché esso significa anche «maggiore produttività aziendale, mentre il fenomeno degli infortuni e delle malattie sul lavoro sono un costo diretto e indiretto per tutta la società e di ostacolo alla crescita del Pil». Ricotti, riportando l’esperienza di ascolto degli operatori degli sportelli del Patronato, ha sottolineato anche che «i dati Inail non sono solo numeri ma persone e famiglie coinvolte», senza contare che spesso non si denuncia: oltre al rischio di perdere un’occupazione, sembra «quasi una vergogna segnalare un infortunio sul lavoro». Anche per questo le Acli sono favorevoli all’istituzione di Procura nazionale del lavoro.

Un idolo moderno e la responsabilità degli imprenditori

«Siamo di fronte a un moderno idolo che continua a pretendere un intollerabile tributo di lacrime», scriveva la Cei nel messaggio del 19 marzo scorso. «Ogni evento che si verifica è una sconfitta per la società nel suo complesso». Un tributo che include anche «tutti coloro che sono rimasti all’improvviso disoccupati e, schiacciati da un peso insopportabile, sono arrivati al punto di togliersi la vita».

Se come ha detto papa Francesco, ricevendo in udienza l’Associazione nazionale dei costruttori edili «la vera ricchezza sono le persone: senza di esse non c’è comunità di lavoro, non c’è impresa, non c’è economia» (20 gennaio 2022), dobbiamo domandarci «che cosa possiamo fare per recuperare il valore del lavoro» (Udienza generale, 12 gennaio 2022). Una grave responsabilità per i tanti attori coinvolti, ma che senz’altro vede chiamati in causa soprattutto gli imprenditori: «Voi avete una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti; siete perciò chiamati ad essere costruttori del bene comune e artefici di un nuovo umanesimo del lavoro». (Udienza agli imprenditori di Confindustria, 27 febbraio 2016).