Entrando nella mostra «Tesori dei Faraoni», presso le Scuderie del Quirinale a Roma, si ha immediatamente la sensazione di intuire l’attimo in cui antichità ed eternità si incrociano. L’ombra delle sale viene squarciata da una luce che dolcemente si riflette sulle opere funerarie dorate dei faraoni, che appaiono, in un profondo chiaroscuro, di una compostezza e armonia temporale difficile da definirsi. Questa sensazione, oltre che dalla magnificenza delle opere, deriva anche da un allestimento sapiente, frutto di una sinergia tra numerosi enti e poli museali che hanno portato nelle sale delle Scuderie del Quirinale 130 opere provenienti dai musei del Cairo e di Luxor e da quello di Torino.
La realizzazione dell’ambizioso progetto è stata coordinata da «Ales» (Arte Lavoro e Servizi) del ministero della Cultura, in unione con MondoMostre e in collaborazione con il Supreme Council of Antiquities of Egypt, con il sostegno congiunto dei ministeri italiani ed egiziani della Cultura, del Turismo e degli Affari Esteri. La mostra è stata curata dal dr. Tarek El Awady, già direttore del Museo Egizio del Cairo, che così ha commentato: «Curare la mostra “Tesori dei Faraoni” è stata l’esperienza più impegnativa ed entusiasmante della mia carriera professionale. È difficile descrivere cosa significhi realizzare una mostra che porterà l’anima dell’antico Egitto nel cuore di Roma – non solo attraverso oggetti splendenti d’oro e pietra, ma attraverso storie. Storie di scoperta, di resilienza, di ingegno umano. E storie che non erano mai state raccontate oltre i confini dell’Egitto – fino ad ora» (https://tinyurl.com/3sycc8ur).
L’impostazione delle sei sezioni attraverso cui si articola la mostra non è di carattere cronologico, sebbene all’ingresso sia presente una esaustiva mappa che mostra i periodi temporali entro cui sono collocati i reperti archeologici, ossia dalle origini della civiltà faraonica, passando per il periodo del Nuovo Regno e del Terzo Periodo Intermedio, fino alla recente e importante scoperta archeologica, a opera di Zahi Hawass, della «Città d’Oro» di Amenofi III. Il tema centrale della mostra, infatti, è la relazione con l’eterno da parte dei faraoni, espresso dallo splendore e dalla magnificenza degli ori che troviamo nei vari sarcofaghi, come quello appartenente alla regina Ahhotep II, o nel sarcofago antropoide esterno di Tuya, nonna del faraone Akhenaton, o nella copertura funeraria d’oro del faraone Psusennes I.
L’eterno era collegato a un ordine cosmico che doveva essere mantenuto stabile e in equilibrio, e tutti i manufatti, gli amuleti e le insegne regali simboleggiano questo anelito. Il faraone, infatti, era considerato un dio vivente e impersonificava la forza degli dèi. Così la complessa organizzazione sociale diviene, in un certo senso, corresponsabile di questa missione dei faraoni: gli aristocratici, i sacerdoti, la classe media – costituita dagli scribi, dai soldati e dagli artigiani –, i contadini, gli operai e i servi, ognuno con le proprie mansioni, esercitavano la loro opera affinché il faraone potesse svolgere il proprio compito nel migliore dei modi. Così appare curiosa la statuetta del servitore che prepara la birra.
Altra sezione di grande impatto emotivo è quella riguardante «La ritualità dell’aldilà», in cui si possono contemplare il sarcofago dorato della regina Ahhotep II, la Collana delle Mosche d’oro e il Pettorale di Hatiay, realizzato in un fine intreccio in legno dorato, lapislazzuli, corniola, vetro e turchese. Come afferma Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino: «Nel Libro dei Morti si dice che dopo la morte noi veniamo trasformati, veniamo trasfigurati; il nostro incarnato non è più di carne e ossa ma è dorato, il nostro sangue è di lapislazzuli» (https://tinyurl.com/mu87du8m). Ed è proprio dal Museo Egizio di Torino che proviene la tavoletta bronzea La Mensa Isiaca, ritrovata a Roma nel 1525 e acquistata dal duca di Savoia Carlo Emanuele I, in cui compaiono raffigurazioni di divinità egizie e che nel Seicento venne anche studiata dal gesuita p. Athanasius Kircher.
Al termine della visita, si rimane stupiti da una civiltà che affascinò sempre tutti i popoli, dai Greci, come testimonia Erodoto, fino ai Romani, e che ancora oggi non finisce di meravigliare per questa relazione con l’eterno, che si trasforma in un caleidoscopio di colori forti e abbaglianti presenti nelle sublimi opere funerarie.