Sabato, domenica e lunedì di Eduardo De Filippo, caposaldo del teatro del Novecento, debutta il 6 novembre 1959 al Teatro Quirino di Roma, con protagonista Peppino Priore, interpretato dall’autore, all’epoca cinquantanovenne. Più di 10 anni dopo, nel 1974, viene confermata l’introduzione in Italia del divorzio, tema anticipato nella commedia secondo le parole dello stesso Eduardo. Al centro dell’opera vi è la chiara messa in discussione della struttura e dei valori sociali all’indomani del Secondo conflitto mondiale. Infatti, questo testo è inserito da Eduardo nella Cantata dei Giorni Dispari, che raccoglie le commedie scritte dal 1945 – anno della pubblicazione di Napoli milionaria! – al 1973, quando egli mise in scena Gli esami non finiscono mai: in tale contesto, i «giorni dispari» sono quelli negativi.
In questa opera teatrale De Filippo affronta la crisi della famiglia tradizionale/patriarcale, e il ragù – piatto cardine del pranzo domenicale, preparato durante tutto il primo atto e cuore della commedia, pietanza che richiede tempo, attenzione e cura – è insieme simbolo e veicolo della sua riflessione critica. Quel ragù preparato da Rosa, moglie di Peppino, è anche la firma della sua «sovranità domestica». Quando lei rivela il segreto di come scegliere e amalgamare con sapienza gli ingredienti affinché l’amarezza della cipolla «si sciolga» fino a formare il dolce caramello, «quando il vero ragù è riuscito alla perfezione», parla a tutti noi spettatori della necessità di tener viva la fiamma delle relazioni umane, familiari e sociali, con l’amore, ogni volta, passo dopo passo, giorno dopo giorno.
In sintesi, si tratta di tre giorni, tre atti, tre momenti dello sviluppo drammaturgico ed epistemologico della società contemporanea, in cui l’approccio del regista è rispettoso: De Fusco interpreta, non stravolge il testo. Nella dicotomia interno-esterno (cucina-balcone) si radica infatti la sua impronta. Sulla soglia di quel balcone, che nella scenografia delimita il confine tra il clan Priore e il mondo esterno, i personaggi sostano, in attesa di entrare nello spazio della famiglia e dei suoi conflitti. Come quello tra padre e figli (il primo incapace di farsi da parte di fronte al nuovo), o tra moglie e marito (tra Rosa e Peppino da mesi manca il collante delle parole che accorciano distanze; crescono solo rabbia e malcontento). All’interno della famiglia Priore, alcuni ruoli sono sull’orlo del collasso, come quello di zia Memé, donna «emancipata» e moderna, amante dei libri, in attesa di riscatto attraverso la scrittura del suo romanzo.
All’inizio e alla fine dello spettacolo, vediamo i personaggi schierati sulla soglia di una serie di balconi che racchiudono l’emiciclo della scena. Sono loro a portare dentro casa Priore i fermenti contestatari e l’attrazione per ciò che è già in essere: la scintilla del futuro. Il testo, ricco di sfumature, allegorico di una realtà in forte evoluzione, «brucia» nelle parole-corpo degli attori. Il cast, di alto livello, è dominato da donna Rosa (una brillante Teresa Saponangelo), capace di rendere rotondi gli spazi eduardiani, reali o immaginari, di far vibrare i «non detti», di giocare col vuoto dei silenzi, delle assenze, dei controcanti emotivi; e da don Peppino (Claudio Di Palma), che esaspera, talvolta troppo, quel lunario interiore che lo corrode.
Nel gioco di tempi, direzioni, esplosioni, fratture e riavvicinamenti, in cui non può mancare la «speranza» del lunedì – è pur sempre una commedia! –, il motore è il ragù (in francese, questo termine vuol dire «risvegliare l’appetito»), cioè il processo che De Fusco, con un allestimento elegante e monocromo, rende sospeso, astratto, anche grazie all’impeccabile scenografia di Marta Crisolini Malatesta e al disegno luci di Gigi Saccomandi. Una produzione di alto livello, raffinata e incisiva. Eppure si esce dal teatro ripensando alle parole di Eduardo: «Sì, ma ci vuole coraggio… e un buon ragù!».