Non esiste età o condizione sociale priva di aperture inattese dello sguardo o di cambiamenti di rotta: anche un anziano presidente della Repubblica, negli ultimi mesi del suo mandato, può riaprirsi alla vita e all’umanità con uno sguardo rinnovato. È quanto accade a Mariano De Santis (Toni Servillo), protagonista dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, La grazia.
Giurista impeccabile, vedovo di Aurora – donna amata e ancora presente come ferita aperta, segnata dal dubbio di un tradimento –, De Santis è schiacciato dal peso della responsabilità. La difficoltà di prendere decisioni decisive gli è valsa il soprannome di «cemento armato». Negli ultimi sei mesi del suo servizio è chiamato ad affrontare tre scelte cruciali: due richieste di grazia e la firma di una legge sull’eutanasia. Proprio questo tempo finale diventa lo spazio di un inatteso scioglimento: il cemento armato inizia a cedere, lasciando emergere decisioni nuove, frutto di un’apertura alla complessità della vita e alla sua bellezza.
La solidità granitica del presidente e il suo rigore professionale si allentano progressivamente nel rapporto con le persone che lo circondano. C’è la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), con cui vive una relazione non semplice, ma segnata da affetto e stima reciproci. C’è poi l’amica Coco Valori (Milvia Marigliano), eccentrica critica d’arte, che introduce una nota di movimento e di leggerezza nella sobria routine presidenziale, resa ancora più austera dalle attenzioni della figlia per una dieta rigorosa.
L’intransigenza del giurista, orientato alla ricerca della verità, si apre progressivamente alla consapevolezza delle sue possibili sfaccettature. La verità va «vista da vicino», toccata con mano nell’incontro con il volto dell’altro, perché, come afferma il presidente, «il diritto te la mostra sempre da lontano».
È qui che iniziano a farsi strada spiragli di umanità inattesi. De Santis, uomo che non sogna più, si lascia sorprendere da piccole epifanie. In collegamento video con un astronauta, osserva una lacrima sospesa nello spazio, che fluttua senza gravità. Cerca di toccarla, di fermarla, come per coglierne il significato. Seguendo le orme della figlia, varca la soglia del carcere per incontrare uno dei detenuti la cui richiesta di grazia giace sulla sua scrivania.
Qualcosa di leggero comincia a insinuarsi nella sua vita. Cresce l’attenzione alla singolarità delle persone, alla loro irriducibile complessità. Questo cammino lo conduce alle decisioni finali del film. La grazia non è un film sull’eutanasia, nel modo in cui lo è, ad esempio, La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, dove l’impianto dichiaratamente «a tesi» finisce per indebolire il respiro vitale e artistico del racconto. Il film di Sorrentino sceglie un’altra strada: la legge sull’eutanasia, così come le richieste di grazia non sono il centro tematico, ma il punto di arrivo di un percorso umano e interiore. È piuttosto il racconto dell’ammorbidimento di un uomo segnato dall’età e dalla responsabilità, che riesce ancora a lasciarsi smuovere dalla vita. Le scelte politiche diventano l’esito di un cammino umano prima ancora che istituzionale.
La domanda che attraversa il film – «Di chi sono i nostri giorni?» – spinge Mariano ad aprirsi alla propria vita e all’altro, anche a costo di decisioni impopolari. Nemmeno una vita spesa interamente per lo Stato può prescindere dalla necessità di volersi bene, volendo bene agli altri. La leggerezza, suggerita anche dalle parole semplici e radicali di un papa fuori dagli schemi, va in questa direzione.
Sul piano stilistico, La grazia si stacca leggermente da altri film di Sorrentino. Pur mantenendo eleganza formale e grande cura fotografica, il film adotta un tono più sobrio e riflessivo. I movimenti di macchina sono più ridotti. La lentezza del tempo narrativo accompagna il percorso interiore del protagonista. La sobrietà dello stile riflette quella del presidente e permette ai piccoli momenti di grazia di emergere con discrezione, come l’incontro luminoso con l’ambasciatrice lituana.
Anche la musica, centrale nel cinema di Sorrentino, assume qui una funzione particolare. Frammenti di elettronica, in contrasto con l’eleganza dei saloni presidenziali, aprono all’irruzione dell’imprevisto in una vita regolata da abitudini e misura. Un inatteso intervento rap accentua ulteriormente l’allentamento della rigorosa serietà. Non trionfano le decisioni politiche, ma il desiderio di lasciarsi trasportare, rischiando la «bellezza del dubbio» nelle proprie scelte e nella propria vita.