Il classico della letteratura di Italo Svevo, La coscienza di Zeno, che traghetta l’Italia nel Novecento grazie alle complesse e potenti tematiche di un romanzo antesignano di respiro europeo, viene riletto in chiave teatrale dal Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia e Goldenart Production, come celebrazione degli oltre 100 anni dalla pubblicazione.
Il tema è la memoria personale, letteraria, teatrale; i ricordi si intrecciano all’attualità. Questo romanzo psicanalitico prende il via dagli appunti del protagonista, Zeno Cosini, in cura presso il Dottor S. (con quella iniziale Svevo allude a Sigmund Freud), dando vita a una figura complessa e attuale che, come scrisse Giorgio Strehler, «è una pietra nel cuore di tutti i triestini», e non solo.
L’allestimento, fedele al romanzo, ruota intorno al concetto di «visione» e al relativo dialogo tra interno ed esterno. Si apre il sipario: c’è un grande occhio proiettato al centro come oblò di una immaginaria navicella spaziale, che scruta, indaga e giudica; forse è l’occhio del Dottor S.? In ogni caso, tutti gli attori, come ombre o fantasmi, sono in scena di spalle; poi appare lui, Alessandro Haber, alias Zeno Cosini, che raggiunge la propria sedia collocata a lato del palcoscenico, dove rimarrà fino alla fine dello spettacolo, quando si alzerà per il monologo finale del romanzo recitato quasi parola per parola. Zeno, l’antieroe di Italo Svevo, è restituito alla vita grazie al talento e alle capacità teatrali del «mattatore» Haber.
Il protagonista, anziano e stanco, ripercorre con la memoria i momenti fondamentali della sua esistenza. Lo spettacolo è dunque incentrato su di lui che si racconta al pubblico (coadiuvato da scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta), in una sorta di stream of consciousness, mentre i suoi ricordi prendono vita al centro della scena.
L’elemento di novità è dato dalla presenza del vegliardo Zeno, in scena anche quando vengono rappresentati i suoi ricordi di giovinezza, le sue fantasie, le sue psicosi e manie: assistiamo al ricordo della morte del padre, con cui egli aveva un rapporto burrascoso, della sua proposta di matrimonio fatta solo per ripiego e di tutti i suoi propositi di «ultime volte» puntualmente disattesi. Anziano, disfatto, sbiascica le sue memorie, avvolto nel fumo della sua immancabile ultima sigaretta. Privo di volontà, in eterna crisi esistenziale, incapace di agire con determinazione, si lascia trasportare dalla vita e dagli altri, senza essere in grado di dare nessuna direzione alle proprie azioni.
La prova teatrale di Haber, protagonista «esterno» della propria vita, qui raggiunge il suo apice. Il suo flusso di coscienza, i fulminanti esergo metateatrali, il dichiarato «rubare la scena» allo Zeno più giovane (Alberto Onofrietti), il suo dialogo attivo costante, come corrente alternata tra i fantasmi – cioè i suoi ricordi (proiettati nei video di Alessandro Papa) – e sé stesso fanno sì che il capolavoro letterario acquisti nuova vita grazie al teatro, regalandogli una «presa» del tutto contemporanea e dimostrandone l’attualità. «Forse attraverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri […] inventerà un esplosivo incomparabile. […] Ci sarà un’esplosione enorme […] e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie». Eliminato il batterio, l’essere umano e il Pianeta sono salvi. Catastrofe come soluzione? Nelle pagine del romanzo sì; qui le ascoltiamo dalla voce e dalla fibra viva di un attore che in modo febbrile, elettrico, con la sua arte ce le fa toccare, vivere e respirare. Che degli sconosciuti in sala assistano a quanto accade in scena in modo vivo e vero, sentendosi meno soli e più vicini, questo è teatro, dal significato universale e profondo, al pari della figura e dell’opera di Svevo.