In occasione della mostra Kounellis – Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, promossa fino al 29 maggio 2026 dalla Galleria Fumagalli di Milano, il Museo San Fedele propone un «approfondimento» nello spazio sacro della cripta. La mostra pone al centro un confronto inedito e sorprendente fra questi due grandi artisti, per esplorare le tensioni che hanno attraversato l’arte del XX secolo.
A San Fedele, il confronto si articola intorno a due opere, di cui quella site-specific di Kounellis, del 2012 – una riflessione sul tema dell’Apocalisse –, è parte della collezione permanente del Museo. Senza titolo. Svelamento si presenta in tutta la sua drammaticità come un grande «sacco» appeso a un traliccio di travi d’acciaio per mezzo di una corda. Il tessuto, che appare sul punto di squarciarsi, occulta alla vista una pesante croce di legno, di cui è possibile osservare solo i lineamenti. Attraverso l’installazione, di potente suggestione drammatica, Kounellis suggerisce la prospettiva di un’attesa: quando il nodo si scioglierà, lasciando cadere il telo, quella croce, eloquente immagine di un Dio che si rivela, si mostrerà a noi in tutta la sua luminosa verità. Comprendiamo così come la fine dei tempi si manifesti come una rivelazione, uno svelamento.
Kounellis, che è uno dei principali interpreti del movimento dell’Arte Povera, impiega nel proprio lavoro materiali semplici, tratti dalla vita quotidiana, che egli decontestualizza per presentarli al pubblico senza decorativismi nella loro bruciante crudezza. Ne emerge così un mondo simbolico che supera la loro originaria funzione «utilitaria» per rivelarne tutta la forza espressiva. Le sue opere si configurano quindi come «icone materiche».
In dialogo con questa prima installazione, è stata collocata la Polaroid Eggs, in prestito per la mostra, scattata intorno al 1984 da Andy Warhol, fra i più celebri protagonisti della Pop Art statunitense. La foto mostra alcune uova disordinatamente disseminate su un fondo scuro, mentre altre sono organizzate in buon ordine all’interno di una confezione commerciale. In rapporto al tema dell’Apocalisse esplorato da Kounellis, l’uovo sembrerebbe proporsi come simbolo universale di fecondità e di rinascita. Warhol «tratta» tuttavia questa immagine esaltandone il carattere meramente consumistico. Comprendiamo così come l’immagine delle uova, svuotata della sua carica simbolica, sia diventata un prodotto pubblicitario. L’immagine de-realizza infatti l’oggetto per trasformarlo in una merce. Le opere smaglianti e cariche di colore che tutti noi associamo istantaneamente a Warhol non sono altro che espressioni di questa estetica del consumo. Si tratta in effetti di vere e proprie «icone del consumo», in cui il reale scompare dietro l’immagine. Solo il consumo è in grado di rendere estetico un oggetto.
Kounellis e Warhol: due approcci diametralmente opposti, eppure in grado di dialogare. Ma cosa li lega? Ce lo dice p. Andrea Dall’Asta, direttore del Museo San Fedele, nel suo saggio contenuto nel catalogo della mostra: «Sia Warhol che Kounellis affondano le loro radici nella spiritualità cristiana di tradizione orientale. Il punto di partenza è per entrambi l’attenzione alla materia e alla sua trasformazione. […] Warhol trasforma la materia de-realizzandola in un manifesto pubblicitario che rinvia al prodotto da consumare. La realtà è così svuotata della sua identità per farsi merce da consumare. In questo “svuotamento” Warhol rivela il reale in tutta la sua tragicità. […] Anche Kounellis assume la materia come punto di partenza, ma per condurla alle sue estreme potenzialità. La materia è luogo epifanico, spazio rivelativo nella storia della condizione umana nel tempo. La materia si fa simbolo incarnato di una liturgia che parla dell’uomo in tutta la sua densità tragica. […] In ogni caso, entrambi gli artisti parlano dell’uomo di oggi, continuamente sospeso tra superficie e profondità, tra desiderio di perdersi nel fascino scintillante dell’immagine e la sofferta ricerca di riconoscersi nelle pieghe della profondità del reale, anche se attraversate dal dolore».