La Fondation Louis Vuitton di Parigi presenta fino al 2 marzo 2026 una grandiosa retrospettiva di Gerhard Richter, nato a Dresda nel 1932, uno degli artisti contemporanei più influenti e celebrati a livello internazionale. Fuggito dalla Germania dell’Est a Düsseldorf nel 1961 e poi stabilitosi a Colonia, dove attualmente vive e lavora, l’artista era stato già protagonista della presentazione inaugurale della Fondation Louis Vuitton nel 2014, con un gruppo di opere della Collezione. Ora la Fondazione gli rende omaggio con un’impressionante mostra di 271 opere, la più vasta mai presentata, che vanno dal 1962 al 2024.
L’esposizione, curata da Dieter Schwarz e Nicholas Serota, copre tutta la carriera dell’artista, con prestiti eccezionali provenienti da Musei di diversi Paesi europei, degli Stati Uniti, ma anche dell’Asia e da numerose collezioni private. Il percorso dell’esposizione è cronologico e vuole rappresentare un panorama esaustivo di una creazione che, in una continua trasformazione, mescola registri e riferimenti.
La retrospettiva comprende dipinti a olio, sculture in vetro e acciaio, disegni a matita e inchiostro, acquerelli e fotografie sovradipinte. Per la prima volta, dunque, una mostra offre una panoramica completa di oltre sei decenni di attività di Richter, un artista complesso, che durante tutta la sua vita ha alternato l’astrazione, l’arte figurativa, la fotografia, esprimendo un rapporto tormentato, ambiguo e doloroso con la storia. Le fondamenta della sua pittura, infatti, affondano nei traumi della Germania nazista. Per tutta la vita, l’artista si è interrogato sulla storia del XX secolo, sulla sua memoria, sui suoi carnefici e sulle sue vittime. E su come rappresentare l’indicibile.
Questa inquietudine porta Richter a sperimentare costantemente e a compiere riscritture del codice della pittura, con un linguaggio emozionante e spesso commovente. L’esposizione mette l’accento in particolare sugli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, durante i quali l’artista, formatosi presso la Scuola di Belle Arti di Dresda, ha posto le basi della sua pratica, lanciando ponti tra la fotografia e la pittura. Quegli anni hanno visto anche la creazione di molte opere astratte.
L’artista non ritrae mai direttamente la natura o ciò che ha di fronte, ma filtra l’immagine attraverso un’altra tecnica come la fotografia o il disegno. Una pittura esistenziale, fatta di ritratti accattivanti dai contorni sfumati, di paesaggi malinconici ed evanescenti, di tavolozze di colori senza punti di riferimento in grande formato, di astrazioni composte su frammenti di realtà. Sebbene Richter abbia tratto ispirazione da movimenti artistici della fine del XX secolo, come l’Espressionismo astratto, la Pop Art, il Minimalismo e il Concettualismo, non li ha mai abbracciati pienamente.
La sua ricerca raggiunge il suo apice alla fine della retrospettiva con il ciclo di quattro dipinti intitolato «Birkenau» (2014), esposto per la prima volta in Francia, il culmine di un corpus di opere ossessionato dai traumi della storia. Anche in questo caso, l’artista cancella le immagini figurative che lo avevano ispirato, fotografie drammatiche scattate clandestinamente dai deportati nel campo di Auschwitz-Birkenau. L’astrazione crea quindi una sorta di ostruzione delle immagini originali. Questa interazione tra rappresentazione e cancellazione produce un ricordo particolare: enormi pannelli di vetro color cenere si affacciano sulle quattro tele e riflettono l’immagine della stanza. Attraverso questo gioco di specchi, lo spettatore è trascinato all’interno dell’installazione. Dovremmo vedere o non vedere? Dovremmo rivelare o nascondere il male assoluto? In questa atmosfera innegabilmente agghiacciante, Richter riesce a esprimere l’impossibile, l’indicibile, dimostrando come l’arte possa affrontare i capitoli più oscuri della storia umana mantenendo il potere di commuovere e trasformare gli spettatori.